M5S, a preoccupare i vertici è la scissione a sinistra di Fioramonti

Venerdì 3 Gennaio 2020 di Mario Ajello
M5S, a preoccupare i vertici è la scissione a sinistra di Fioramonti

Una scissione? Macché due! La prima, in quel che resta del mondo grillino che esplode tra rancori, espulsioni e fughe, la chiamano «la scissione dei matti»: con il redivivo Dibba conducator da fuori e Paragone e la Lezzi bomber nel Senato a corto di numeri per la maggioranza. La seconda, quella di Fioramonti con un grappolo di «bravi parlamentari», viene chiamata invece la «scissione dei seri». Che poi siano tanto seri, cioè preparati e dotti, anche se alcuni provengono dalla commissione Cultura, i compagni di cordata sinistresi e ecologisti dell'ex ministro, si vedrà.

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La scissione 1, anche se Paragone dice di voler restare dov'è da espulso che non intende andarsene, potrà avere un impatto molto forte sui territori in quel mondo grillino delusissimo dal movimento e che sogna un ritorno identitario alla radici, il recupero del radicalismo anti-sistema e cose così, tutte contro il Pd e l'alleanza rosso-gialla.

Ma anche a livello parlamentare il trio Paragone-Lezzi-Dibba (anche se il primo e l'ultimo non hanno un vero seguito) può provocare sfracelli perché, così temono ai vertici M5S, può diventare il carro su cui salgono malpancisti di ogni tipo: quelli che non vogliono pagare più i soldi a Casaleggio (Mario Giarrusso al Senato è uno dei capofila della grande rivolta anche contro Casaleggio); quelli che si aggrappano a tutto pur di liquidare il capo politico; quelli che «ci siamo ridotti a scendiletto di Zingaretti e di Franceschini»; quelli che Di Maio definisce così: «Prima vengono da me a chiedermi una carica e poi quando non la ottengono decidono di andarsene»; quelli che non sanno dove andare. E qualcuno di loro (dopo Urraro, Grassi e Lucidi) potrebbe finire nella Lega. A cominciare dal senatore Di Marzio, un notabile sudista da uninominale, stile Rotary e per niente grillesco.

E se il radicalismo alla Dibba torna ad essere un'ancora di salvezza («Dobbiamo morire? Ma allora moriamo combattendo per i nostri Ideali!», è il mantra del revival degli ortodossi), ci sono le fughe spicciole. Alcune di peso. Potrebbero andare via a giorni due figure di vertice: una in Italia e una in Europa. Quest'ultimo c'è chi immagina potrebbe trattarsi - ma sarebbe sensazionale - di Fabio Massimo Castaldo che ha espresso «perplessità» sull'espulsione di Paragone. Ed è un pezzo grosso, vice-presidente del Parlamento Europeo, che ha espresso «perplessità» sulla cacciata di Paragone e parla spesso di «errori» del movimento.

Di Maio fa il duro: «Chi non rema nella direzione comune non verrà trattenuto solo per convenienza numerica». Di Maio c'è restato malissimo per quello che i suoi chiamano «il tradimento del Dibba». Che ha scelto Paragone contro Di Maio. In realtà la freddezza tra i due dura ormai da tempo. Quanto alla «convenienza numerica» è tema molto delicato, considerando che al Senato ci sono solo 4 voti in più di maggioranza. Infatti Di Maio il capo politico chiede e s'informa continuamente su quanta consistenza abbia non tanto la «secessione dei matti» quanto la «secessione dei seri». Ossia il gruppo di Fioramonti, quelli che già hanno trovato il loro nome: Eco. E da sinistra, possono fare molto male al governo Conte, forte ossia debole di soli 4 voti di maggioranza in Senato, perché il loro appoggio sarà «tematico»: votare ciò che piace, contrastare - esempio: se non dovesse esserci la revoca a Autostrade - ciò che non piace. Si tratterebbe di una nuova componente della maggioranza che la farebbe ballare non poco.

FUOCO EX AMICO
La vera preoccupazione di Di Maio riguarda così i dieci, o quindici ma anche di più possibili aderenti ad Eco. La base di partenza c'è, innesti potrebbero arrivare dai grillini cacciati come Cecconi, e i personaggi di cui si parla per l'armata Fioramonti in certi casi sono stimati dai vertici M5S e questo aggrava la paura e l'arrabbiatura. Gente come Max Del Toma, come Rachele Silvestri, e alteri della commissione Cultura, quella con cui Fioramonti in questi anni ha avuto più consuetudine: Flora Frate e Nicola Acunzo. E ancora: Felice Mariani, Andrea Vallascas, Mara Lapia, Roberto Rossini. A questi e ad altri si possono aggiungere gli eletti negli uninominali, come Gianluca Rospi e Nunzio Angiola. E insomma, Paragone o non Paragone, dicono ai vertici M5S: «Non sappiamo più dove girarci». Il fuoco è da tutte le parti.

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