I dubbi di Zingaretti: «Forse Di Maio ha accordo post elettorale con la Lega»

Sabato 31 Agosto 2019 di Simone Canettieri
«Non ci possiamo fidare». Dubbi di Zingaretti, Pd diviso sulle concessioni ai grillini
Il Pd oscilla tra l'apertura a Di Maio vicepremier (in coppia con un dem) a impossibile «fidarci». In mezzo c'è ancora una volta il segretario Nicola Zingaretti che ieri ha capito, sulla sua pelle, quanto sia pericoloso per il buon esito della trattativa questo continuo gioco al rialzo del M5S. Dopo la consultazione con Conte era in programma un incontro segreto con Di Maio, ma appena il capo politico ha finito di parlare il segretario ha sentito odore di tranello: «Vuole mandarci al voto con il mio avallo? Si sbaglia di grosso». E così il vertice a due è saltato, con sommo dispiacere delle telecamere che erano state allertate.

Tornato al Nazareno, Zingaretti ha iniziato a vedere davvero nero: «Se Di Maio forza così tanto ha un accordo post elettorale con la Lega», è stato il ragionamento ascoltato nella stanza del segretario durante uno dei tanti vertici. Il tema di fondo, che fanno trasparire dal Nazareno è semplice: «Quanto può essere affidabile il M5S? E quanto può durare un'alleanza che nasce con questi presupposti?». In un momento sono affiorate nella mente di Zingaretti tutte le perplessità che lo hanno accompagnato in questi giorni.

Era partito da «una forte discontinuità» che non contemplasse il Conte-Bis, ma poi ha dovuto farsi morbido su questa ipotesi. Mettendo però un altro paletto: «No a Di Maio vicepremier, perché i grillini già esprimono il presidente del consiglio». Una linea che il segretario non vuole oltrepassare, anche se sono in molti nel suo partito a consigliargli di cedere su questo punto. In prima fila Matteo Renzi e Dario Franceschini. Il loro concetto di fondo è: indebolire troppo Di Maio potrebbe creare problemi alla stabilità della maggioranza, perché dopo i grillini, soprattutto al Senato, potrebbero andare in ordine sparso. «Altro che obiettivo 2023».

L'ATTESA
In questa altalena di emozioni («Salta tutto», «No, stiamo per chiudere») il mood del segretario in serata verte al pessimismo. Se non cosmico, quasi. «Se iniziano adesso con gli ultimatum cosa accadrà poi quando dovremo andare ad affrontare i dossier caldi a partire dalla Giustizia?». Su questo tema, per esempio, è noto come la riforma della prescrizione entri in vigore dal primo gennaio del 2020. E il M5S ha già nel cassetto una riforma del processo penale approvata salvo-intese con la Lega.

E pronta a essere tirata fuori appena dovesse partire il nuovo esecutivo. In serata i dubbi del segretario fanno quadrato con il resto delle anime dem, le stesse che erano pronte a concedere a Di Maio il ruolo di vicepremier. Maria Elena Boschi: «Sono minacce irricevibili». Il vicesegretario Andrea Orlando: «Dica se ha cambiato idea». E così, in batteria, tutti i principali esponenti del Pd. Quando poi Orlando e Franceschini vanno da Conte per un vertice sul programma, trapela dal Pd che la loro presenza è pura cortesia istituzionale in quanto l'incontro era stato fissato il giorno prima.

E non dopo le parole incendiarie del leader pentastellato. Il caos è perfetto per dare anche a Carlo Calenda, europarlamentare uscito dal partito dopo il via alle trattative, per lanciare un appello a Zingaretti: «Nicola ripensaci, andiamo al voto e apriamoli come cozze». L'appello viene fatto cadere dal segretario, ma allo stesso tempo viene veicolato dal Nazareno perché l'irritazione e reale e paradossalmente è servito a unire di nuovo tutti, evitando così le fughe in avanti, specialità della casa Pd.

CHIARIMENTO
I rapporti tra il Nazareno e i vertici M5S si interrompono per tutta la giornata. Un black-out che però non impedisce le solite interlocuzioni tra i pontieri della trattativa (l'area Fico e i dissidenti) con il partito di Zingaretti. Che viene allarmato proprio dai parlamentari di peso del M5S che non capiscono la sortita così forte di Di Maio. Ecco perché il segretario del Pd prima di incontrare l'omologo pretende «un chiarimento». Una «pre-condizione» prima di tornare a mettersi di nuovo seduti. «Questo è un matrimonio complicato», ragiona Roberto Morassut, membro della segreteria. Il Pd preferirebbe sposarsi con Conte, ma c'è Di Maio. Ultimo aggiornamento: 12:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA