Governo, gli alleati frenano Di Maio: stiamo uniti o si rischia grosso

Governo, gli alleati frenano Di Maio: stiamo uniti o si rischia grosso
Governo, gli alleati frenano Di Maio: stiamo uniti o si rischia grosso
di Alberto Gentili
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Mercoledì 30 Ottobre 2019, 08:03

Sulla debacle da record dell'alleanza giallo-rossa in Umbria e sulla crisi di nervi di Luigi Di Maio che per qualche ora ha terremotato il patto di governo con il Pd, Italia Viva e Leu, in ben 120 minuti di vertice sulla legge di bilancio non è stata spesa una sola parola. Giuseppe Conte, all'inizio della riunione, ha però fatto un breve predicozzo concordato con il capo delegazione dem Dario Franceschini: «Dobbiamo dare un segnale di compattezza. Le fibrillazioni non fanno bene né al governo, né ai partiti che lo sostengono e portano gravi rischi. Questa manovra economica contiene tante cose buone, ma finora le abbiamo comunicate male. D'ora in poi è indispensabile abbassare i toni e fare una comunicazione determinata e unitaria, mettendo da parte tensioni che non servono proprio a nessuno». E fanno la felicità di Matteo Salvini. «In più abbiamo davanti traguardi importanti come la riforma dell'Irpef», ha aggiunto il premier per lanciare il segnale che il governo ha una lunga strada davanti.
Le parole di Conte non sono cadute nel vuoto. Tutti i partecipanti al vertice, all'uscita da palazzo Chigi, concordano con quanto affermato da Loredana De Petris: «C'è un accordo sostanziale sulla legge di bilancio e c'è una piena intesa politica».

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Anche perché, dopo la batosta umbra, un altro litigio poteva rivelarsi mortale. E nessuno, tantomeno Di Maio, può permettersi il rischio di andare a elezioni. In più, è facile poter annunciare urbi et orbi la riduzione strutturale al 10% della cedolare secca sulla casa, maggiori risorse per Industria 4.0 e il varo definitivo del Fondo da 600 milioni per le famiglie con figli. Tant'è che sia Nicola Zingaretti, sia Roberto Speranza, celebrano il risultato: «Clima costruttivo e positivo, pensiamo ai cittadini, le famiglie e alle imprese».

L'intesa, considerata la litigiosità della coalizione, è da ritenere però solo una tregua armata. Tanto più perché oggi la maggioranza tornerà a riunirsi e c'è ancora da sciogliere il nodo dei beni strumentali per le partite Iva fino a 65 mila euro. 5Stelle e Italia Viva vogliono togliere il tetto e ogni vincolo. Ma servirebbero 100 milioni. E il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, alla prese con la ristrettezza e i vincoli di bilancio, frena.

E' finita in ogni caso come voleva Conte e come chiedeva il Pd: la legge di bilancio nella sostanza non cambia. Non ci sarà alcun Consiglio dei ministri - sollecitato da Di Maio una settimana fa - per dare un nuovo via libera alla manovra. Su questo Conte e Gualtieri sono stati irremovibili: cambiare una legge già inviata a Bruxelles e approvata con la formula salvo intese, avrebbe esposto l'Italia a una figura barbina con la Commissione europea. E spaventato i mercati, con conseguente impennata dello spread.

Ciò detto, in Parlamento è altamente probabile qualche zampata di 5Stelle e Italia Viva. Così, non è un caso che Conte punti ad approvare la legge di bilancio con soli due passaggi: gli eventuali emendamenti saranno introdotti in Senato (dove la maggioranza ha numeri risicati), poi ci sarà il via libera definitivo della Camera. Con la questione di fiducia. Senza la solita navetta della manovra tra palazzo Madama e Montecitorio se il premier e Gualtieri riusciranno davvero a sventare gli agguati.

LA FRENATA DI LUIGI
Fa in ogni caso rumore il silenzio di Di Maio. Lunedì, dopo aver visto il Movimento asfaltato in Umbria, il capo 5Stelle ha minacciato sconquassi contro il piano anti-evasione caro a Conte e al Pd. Ha chiesto «chiarezza» e di «non criminalizzare commercianti, artigiani e professionisti con i pagamenti elettronici». Poi, visto che c'era, si era spinto a chiedere (di nuovo) il taglio del cuneo fiscale anche per le imprese. Ebbene, nel vertice il capo grillino «è stato buono e bravo come un agnellino, non ha chiesto nulla di quanto annunciato il giorno prima», racconta, un tantino sorpreso, un partecipante al summit. E afferma un esponente dem: «La verità è che Di Maio è legato mani e piedi a questo governo e a questo premier, anche se i rapporti tra i due sono pessimi. E se fuori starnazza per provare ad ammansire i suoi, delusi e intimoriti dalla rovinosa caduta del Movimento, nel segreto delle riunioni sceglie una linea di buonsenso. La ragione? Sa che se tira troppo la corda Zingaretti potrebbe far saltare il banco. E allora bye bye grillini in Parlamento...».

Che il rischio ci sia (ma non è eccessivo: nel Pd in molti non vogliono andare alle urne prima dell'elezione del 2022 del nuovo capo dello Stato) è dimostrato anche da un Matteo Renzi stranamente mansueto: «Non tocca a me decidere chi è il premier, per me è Conte. Io lavoro per la stabilità».
 

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