Energia, tramonta l'ipotesi di un summit Ue a luglio: per Draghi vittoria a metà a Bruxelles

Il pressing italiano per il price cap è ben lontano dall'allentarsi

Energia, tramonta l'ipotesi di un summit Ue a luglio: per Draghi vittoria a metà a Bruxelles
Energia, tramonta l'ipotesi di un summit Ue a luglio: per Draghi vittoria a metà a Bruxelles
di Francesco Malfetano
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Venerdì 24 Giugno 2022, 14:34 - Ultimo aggiornamento: 15:36

Fuga in avanti e ritorno. Sembra essere già tramontata la possibilità di un vertice straordinario sull'energia a luglio. La proposta avanzata ieri da Mario Draghi al consiglio Ue in corso, si è infatti scontrata con le opposizioni dei soliti falchi nordeuropei. «Ci sono problemi nella definizione del calendario» commentano prosaicamente fonti italiane a Bruxelles. Le possibilità che delle decisioni operative sull'imposizione del tetto al prezzo del gas russo arrivino prima dell'autunno si riducono ora al lumicino.  A far passare la linea italiana dell'accelerazione sul tema non è infatti stato sufficiente né l'aperto sostegno di Emmanuel Macron, né la spinta del fronte euromediterraneo (con la Grecia in testa) né tanto meno - ciò che si uspicava essere determinante - la mediazione del cancelliere tedesco Olaf Scholz. Se ieri sera anche l'olandese Mark Rutte era stato possibilista sul "price cap" e quindi sul vertice, già a notte inoltrata e nei lavori della mattinata, l'opposizione è tornata ad essere netta e inamovibile.

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Tant'è che il presidente del Consiglio Ue Charles Michel, a cui sarebbe spettato convocare i leader, lascia trapelare che «Allo stato attuale, non ci sono piani per tenere un summit in luglio». Le motivazioni della frenata? Le forniscono la premier svedese Magdalena Andersson e il collega lettone Krisjanis Karins. Entrambi infatti hanno sostenuto che un vertice straordinario in luglio avrebbe senso solo se ci fosse qualcosa da decidere. In altri termini al momento non ci sono aperture sufficienti e quindi, con ogni probabilità, il summit sarebbe un nuovo buco nell'acqua.

Il passaggio di Draghi a Bruxelles però, al netto del tentativo di blitz fallito, non può dirsi del tutto una sconfitta. Il premier ha infatti ampliato la sua rete di consenso e se, a marzo, la proposta originaria sembrava destinata ad aver vita breve, ora resta assolutamente in discussione. Tant'è che già lo scorso consiglio del 30-31 maggio aveva già approvato l’invito alla Commissione a studiare una strada. Una prima linea di indirizzo a cui, nel testo delle conclusioni del vertice di ieri e oggi, si farà esplicito riferimento, a testimonianza che la partita è tutt'altro che chiusa. Ora però Draghi chiede un'accelerazione. Non solo ai suoi colleghi, ma anche alla stessa Commissione, esortando Ursula von der Leyen a formulare una proposta concreta, con criteri oggettivi, magari sviluppata come "sanzione", in modo da evitare un lungo iter legislativo. Un punto quest'ultimo determinante, per cui il pressing italiano è invece andato in porto. Nel documento finale infatti, sarà citato l'uso del gas come "arma", aprendo la strada proprio al tipo di soluzione che ha in mente il premier italiano.

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In pratica il pressing italiano per il price cap è ben lontano dall'allentarsi. Come chiarito anche dal segretario del Pd Enrico Letta, oggi al prevertice dei socialisti europei, si stanno ancora affinando le opzioni, studiando quali possanno avere più possibilità di scalfire le resistenze dei Paesi frugali. Per i parametri da utilizzare le ipotesi sul tavolo sono sostanzialmente 3: l'imposizione di un prezzo al venditore grazie ad acquisti congiunti; la fissazione di un prezzo politico comunitario (con finanziamento pubblico della differenza con quello di mercato) e infine imporre al venditore un dazio rovesciato. 

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