Coronavirus, online i verbali del Cts. A febbraio si ordinò di secretare i dati sulle rianimazioni: «Non devono arrivare alla stampa»

Venerdì 4 Settembre 2020 di Michela Allegri e Mauro Evangelisti
Coronavirus, verbali Cts online sul sito della Protezione civile

Sono online i verbali delle riunioni sul Coronavirus del Comitato tecnico scientifico del governo. Sul sito del Dipartimento della Protezione Civile sono stati pubblicati un centinaio di documenti, a partire da quelli relativi alle prime riunioni di gennaio e febbraio. In pratica una cronaca delle drammatiche e difficile decisioni che furono prese a inizio epidemia, anche degli errori commessi (ma lo si può dire solo con il senno di poi).

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Alcuni esempi: il 24 febbraio, quando l'onda del contagio si è già alzata prima a Codogno, poi in altre zone della Lombardia, dell'Emilia e del Veneto, il Cts capisce che serviranno molti più posti di rianimazione di quelli disponibili nel Paese. Ma si ha un'altra convinzione: se quei numeri - di fatto furono raddoppiati i letti - diventeranno pubblici, ci sarebbe il panico. Per questo nel verbale de l 24 febbraio si legge: il piano di organizzazione della risposta italiana all'epidemia: «deve essere completato, rimane in discussione la parte relativa allestimento rianimazioni, argomento che sarà sottoposto a esperti settore»; il Cts riflette se il documento debba circolare e spiega: «Vi è consenso nel raccomandare la massima cautela nella diffusione del documento ove evitare che i numeri arrivino alla stampa». Sempre quel giorno gli scienziati osservano: «Si rileva che la qualità dei dati che giungono dalla periferia è insufficiente per definire un preciso profilo epidemiologico dell’epidemia; il Cts raccomanda pertanto l’invio di epidemiologi nelle aree con casi confermati per effettuare analisi accurate».

E seguendo le indicazioni internazionali, si ribadisce una scelta che poi si rivelerà errata: i tamponi vanno fatti solo a coloro che hanno i sintomi specifici. «In assenza di sintomi, il test non è giustificato in quanto non fornisce una indicazione clinica sul caso. Le comunicazioni di positività non associate a a sintomi determinano una sovrastima del fenomeno nel paese, rendendo i dati non omogenei con quelli diffusi dall'Oms». Sempre quel giorno, accogliendo una richiesta delle Regioni perché gli ospedali rischiavano di restare senza medici e infermieri, viene detto che il personale sanitario che è venuto a contatto con pazienti positivi, potevano non fare la quarantena, se avevano usato i Dpi (dispositivi di protezione come guanti e mascherine).

Il giorno dopo ad Aeroporti di Roma che vorrebbe misurare la febbre anche ai passeggeri in partenza, il Cts replica che non è necessario.

Nel verbale del primo marzo, vengono dettate le nuove regole di comportamento «per tutta la durata dell'emergenza»: stop a strette di mano, baci e abbracci «nei rapporti interpersonali». Nelle zone più colpite viene anche consigliata la pianificazione di un «programma di turnazione, reclutando anche operatori che svolgono attività in altre aree del Paese». La situazione era ancora in evoluzione e la raccomandazione è di rafforzare la sorveglianza nelle Regioni con «casi riconducibili a catene di trasmissione note» e «adottare tempestivamente ulteriori provvedimenti di contenimento». Su richiesta delle Regioni Liguria e Marche, il Cts rispondeva che «le misure di contenimento possono essere applicate anche all'ambito provinciale, laddove c'è presenza di focolai di trasmissione locale». La situazione lombarda aveva inoltre portato gli esperti a invocare un incremento dei «posti letto a livello nazionale» e «nel minor tempo possibile, in strutture pubbliche e private accreditate. Gli esperti ritenevano necessario attivare un modello di cooperazione interregionale coordinato a livello nazionale. Ma anche un incremento a livello regionale «del 50% dei posti letto in terapia intensiva. E del 100% dei posti letto in reparti di pneumologia e in reparti di malattie infettive, isolati e allestiti con la dotazione necessaria per il supporto ventilatorio». Secondo gli esperti era anche necessario «ridistribuire il personale sanitario destinato all'assistenza, prevedendo un percorso formativo rapido qualificante per il supporto respiratorio per infermieri e medici, da dedicare alle aree di sub intensiva». Nella stessa riunione si invita a costituire pool di anestesisti e rianimatori, da mettere a disposizione del sistema di emergenza territoriale 112/118. Infine il Cts riteneva necessario «ridefinire i percorsi di triage dei pronto soccorso con aree dedicate alla sosta temporanea dei pazienti sospetti», identificare «presidi Covid», definire «un protocollo per l'esecuzione dei tamponi», incrementare i laboratori, «definire un protocollo di sicurezza e sorveglianza degli operatori sanitari».

Il 2 marzo scorso il Cts analizza i dati sui contagi dei comuni di Alzano Lombardo e Nembro. Vengono contattati l'assessore lombardo Gallera e il direttore generale della regione, Caiazzo, che confermano un grande aumento dei casi. Il Comitato propone quindi «di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei Comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell'infezione nelle aree contigue».

Il 4 del mese invece la discussione è sulla chiusura delle scuole. Il ministro della Salute ha chiesto un parere sull'opportunità di «chiudere le scuole di ogni ordine e grado sull'intero territorio nazionale». E il Comitato mette a verbale che «le scelte di chiusura dovrebbero essere proporzionali alla diffusione dell'infezione virale» e che «non esistono attualmente dati che indirizzino inconfutabilmente sull'utilità di chiusura delle scuole indipendentemente dalla situazione epidemiologica locale. Alcuni modelli predittivi indicano che la chiusura delle scuole potrebbe garantire una limitata riduzione nella diffusione dell'infezione virale. Vi è consenso tra gli addetti ai lavori che un'eventuale chiusura delle scuole è stimata essere efficace solo se di durata prolungata». «Queste considerazioni tecniche - si precisa - sono solo una parte delle valutazioni rispetto alle quali formulare le scelte decisionali sull'argomento». Il 5 marzo, il giorno dopo, «il Cts ribadisce che il testo elaborato nella giornata di ieri, in riferimento alla sospensione delle attività didattiche, non è in alcun modo in disaccordo con la decisione di sospensione presa dal Consiglio dei ministri».

Il 6 marzo viene lanciato l'allarme per la carenza di personale sanitario e per il fatto che molti medici sono in quarantena, o sono stati contagiati. Il Cts dispone quindi che gli operatori che si sono trovati in situaizoni di contagio ma che abbiano un tampone negativo (che deve essere ripetuto ogni 5 giorni) possono lavorare, tenendo sempre indosso i dispositivi di protezione. La stessa cosa vale per gli operatori sanitari che, pur riportando lievi sintomi influenzali, siano negativi al tampone e abbiano una temperatura che non superi i 37,5 gradi.

Il giorno successivo viene fatto un bilancio sulla situazione all'interno delle zone rosse e viene chiesta una differenziazione tra zone rosse e zone gialle. «Nelle zone rosse si è osservata una lieve flessione nell'incremento dei casi - si legge nel verbale - a cui corrisponde contemporaneamente un aumento dell'incidenza in aree precedentemente non rientranti nelle zone rosse medesime». Un vero e proprio allarme, che ha poi portato il Comitato a chiedere la chiusura dell'intera Lombardia, dopo aver acquisito dall'istituto Superiore di Sanità i dati aggiornati sulla diffusione del Coronavirus. «Il Comitato tecnico scientifico ribadisce la necessità di adottare tutte le azioni necessarie per rallentare la diffusione del virus», scrive il Cts che poi chiede di applicare «misure più rigorose» di quelle previste su tutto il territorio nazionale in Lombardia e in 11 province di Emilia Romagna, Marche, Veneto e Piemonte.

Nel verbale del 10 marzo, subito dopo l'inizio del lockdown, il Cts valuta «coerenti le misure adottate con il quadro epidemiologico». Il Comitato sottolinea anche la necessità di una norma giuridica che «salvaguardi l'operato dei membri del Cts nell'esercizio delle proprie funzioni, nelle condizioni di estrema urgenza ed incertezza tecnico-scientifica nella quale sono tenuti ad operare i membri».

Il giorno successivo l'allarme è per il ritardo con cui vengono applicate le disposizioni date dal comitato. L'11 marzo è anche il giorno della discussione sulle mascherine: sembra impossibile rifornire tutta la popolazione, quindi la linea è quella di privilegiare il distanziamento sociale e lasciare i dispositivi di protezione per le categorie fragili, per gli operatori sanitari e per chi sia a rischio contagio. Oltretutto, sottolinea il Comitato, l'utilizzo dei dispositivi da parte di tutta la popolazione poterbbe generare un «falso senso di sicurezza» che porterebbe a ignorare le altre norme igieniche fondamentali.

Nella riunione del 18 marzo viene sottolineato che «l'uso di farmaci di non provata efficacia dovrebbe essere gestito nell'ambito di percorsi protocollari approvati o di studi clinici coordinati da Aifa. Il Cts ribadisce che qualsiasi deviazione da questo percorso avverrà sotto la diretta responsabilità del medico che prescrive queste terapie e della struttura ospedaliera che eroga il trattamento».

Mentre gli scenari possibili per la Fase 2 vengono messi sul tavolo già il 30 marzo. Il Cts ritiene necessario prorogare il lockdown per tutto il periodo pasquale. Ci sarebbero stati - si legge nelle carte - «un primo periodo con la continuazione delle misure di contenimento in vigore fino al 3 aprile; un periodo successivo per la previsione di un graduale allentamento, comunque guidato dalle evidenze epidemiologiche, delle misure di contenimento per un progressivo ritorno alla normalità». Il giorno dopo il Cts condivide di prorogare le norme almeno fino al 18 aprile, ma contemporaneamente ritiene doveroso considerare la necessità di consentire a tutti i soggetti in età evolutiva di poter svolgere attività motorie e ludiche all'aria aperta: è «trascorso troppo tempo», è scritto nel verbale.

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