Mussolini (nel 1924) e Segre (oggi) cittadini onorari. Dalla dittatura alla libertà, la Storia non si cancella

Martedì 9 Febbraio 2021 di Renato MORO
Mussolini a Lecce nel 1934

Nell’albo dei cittadini onorari di Tricase ci sono la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto e simbolo vivente della lotta contro nazismo e razzismo, e don Tonino Bello, vescovo dei poveri e ambasciatore della pace, ora in odore di santità. Tra gli altri personaggi premiati con l’onorificenza, tanti e con meriti diversi, c’è anche Benito Mussolini. Un nome e una figura ingombranti, per alcuni imbarazzanti, offensivi oppure pericolosamente celebrativi per chi ancora oggi considera la democrazia e la libertà carta straccia da mandare al macero. E allora ecco che, puntuale, anche a Tricase è nato un movimento di opinione sfociato in una mozione che impegna il Consiglio comunale a revocare lo status di cittadino onorario conferito al duce.
Un colpo di spugna, in buona sostanza. Una richiesta che certamente muove da sentimenti nobili, primo fra tutti il rifiuto di celebrare chiunque abbia legato o leghi ancora la sua azione e la sua stessa esistenza a crimini contro il Paese e l’umanità in genere, ma comunque un errore.
Un errore perché la Storia non si cancella, quali siano il messaggio e le conseguenze che i personaggi e le loro gesta abbiano determinato. La storia si studia, si spiega, si arricchisce con la ricerca, si riscrive se è il caso, si utilizza per capire meglio il passato e il presente e si consegna ai posteri senza censure o colpi di mannaia. 
Tricase concesse la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini insieme a decine di altre amministrazioni locali. Era il 1924, tarda primavera, e in aprile i fascisti avevano vinto le elezioni che invece i socialisti contestarono con quel discorso alla Camera costato a Giacomo Matteotti la condanna a morte per mano degli squadristi. Nei primi giorni di maggio da Roma partì il telegramma per tutti i prefetti con l’invito (da leggere come “ordine”) ad onorare la figura di Mussolini e nei giorni a seguire il capo del governo e futuro duce divenne concittadino di centinaia di migliaia di italiani. 
Andò così, e quel nome è rimasto in quasi tutti gli albi fino ai giorni nostri. Da qualche parte è stato cancellato, con la revoca dell’onorificenza, altrove ha resistito. Come a Salò, per esempio, o come - per un po’ - nella “rossa” Ravenna. Qui, era il 2014, fu il sindaco Matteucci a spiegare il perché: «Non mi è sembrato giusto - disse - cancellare quell’errore storico. Deve restare, è un’occasione di riflessione sul perché il fascismo non deve tornare mai».
È questo il corretto rapporto con la Storia. Se i colpi di spugna e piccone finissero per avere il sopravvento - e in alcuni momenti storici purtroppo lo hanno avuto, in Italia e nel resto del mondo - saremmo costretti a cancellare la nostra memoria. Perché conservare monumenti e targhe di vie e piazze che ricordano i Savoia quando la casa reale si rese complice della svolta razzista firmando le leggi razziali nel 1938? Perché, giusto per restare nel Salento, celebrare ancora oggi Ferdinando I con l’obelisco a lui dedicato ignorando la feroce repressione del movimento repubblicano nel Regno delle Due Sicilie? 
I casi che la Storia pone alla nostra attenzione sono infiniti. Sì, è vero che le tragedie più recenti fanno male rispetto a quelle che il passare dei secoli ha permesso di metabolizzare, che la memoria e la sofferenza dei sopravvissuti meritano il più alto rispetto. Ed è vero che quotidianamente ci tocca lottare contro i rigurgiti dei totalitarismi che minacciano la democrazia e la libertà. Ma è anche vero che cancellare la storia non serve a evitare di ricadere in errori già commessi. Questo risultato, semmai, si può raggiungere solo studiandola e diffondendone la conoscenza.
Per questo l’albo dei cittadini onorari di Tricase diventa una sorta di stratigrafia attraverso la quale individuare gli avvenimenti più drammatici del secolo, leggere il loro succedersi e capire quindi da dove veniamo, dove stiamo andando e perché dobbiamo evitare di tornare indietro. In quell’albo - con la presenza di Benito Mussolini, don Tonino Bello e Liliana Segre - si passa dal sonno della ragione all’orrore del razzismo e della guerra, alla resistenza oltre ogni ragionevole sopportazione del dolore fino alla speranza di pace e di uguaglianza. 
Quell’albo va esibito, mostrato ai ragazzi nelle scuole, custodito gelosamente in tutte le sue parti e con tutti i suoi nomi compreso quello del duce. La lotta ai totalitarismi, al razzismo e alla violenza in genere si fa nelle piazze, nel Parlamento e se occorre nei tribunali. Ma non negli archivi.

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