Sud: partire dalle colpe per afferrare il futuro

Domenica 1 Dicembre 2019 di Antonio ERRICO
Questo Sud. Questo Sud con le sue storie profonde, con le sue brucianti passioni. Questo Sud con le sue colpe confessate o taciute, i suoi alibi audaci, le sue indubbie o presunte ragioni. Questo Sud con la sue pacate inquietudini, il suo tedio orgoglioso, con i suoi astratti furori. Questo Sud che confonde i peccati con le remissioni. Questo Sud con le sue antiche e nuove, reali o pretestuose “questioni”, i suoi precari equilibri, le sue dissipate occasioni. Questa Puglia, questo Salento, questo Sud del Sud. Periferia infinita, estremità, frontiera. Interrogativo incessante. Racconto inconcluso. In questo Sud si addentra Claudio Scamardella con il suo saggio pubblicato da Manni che ha come titolo “Le colpe del Sud”, da venerdì nelle librerie. In questo Sud che conosce perfettamente: per origine, per cultura, per mestiere. Si addentra nei suoi paesaggi sociali, culturali, politici, economici, umani, rivelandone tensioni e contraddizioni, luoghi comuni, false rappresentazioni, svuotate mitologie. Nei suoi paesaggi si addentra, razionalmente e sentimentalmente coinvolto dal Sud, che in nome e per conto del sentimento che prova stabilisce con questo universo geografico, storico, antropologico, un rapporto senza infingimenti, senza indulgenze, senza ipocrite mediazioni. Cominciando dagli sbagli: che sono come le “questioni”: vecchi e nuovi. Cominciando dalle colpe, dalle omissioni, da giudizi e pregiudizi, dagli inganni e i tradimenti che, consapevolmente o inconsapevolmente, abbiamo perpetrato nei confronti di noi stessi.

“Le colpe del Sud” non è un saggio che si può risolvere con semplificazioni o con sinossi. Nei ragionamenti di Scamardella è indispensabile entrare, interamente. Bisogna leggerlo facendo i conti con lo spessore intellettuale, affrontando quasi un corpo a corpo concettuale con i nuclei tematici e semantici che sviluppa, con la sua combinazione di circostanze e di valutazioni. Con la complessità della tessitura argomentativa. Certo, la lettura risulta agevolata dalla lucidità dell’analisi, da una scrittura rapida, concreta, essenziale, che procede per affermazioni e dimostrazioni, con movimenti a spirale che partono da un’informazione, un dato, una rilevazione, e procedono con ciclici approfondimenti e documentazioni. Ma l’elemento sostanziale e la cifra culturale che connotano questo saggio sono rappresentati da un pensiero nuovo: del Meridione, su e per il Meridione. È un pensiero che disarticola stratificate teorie e vetuste impostazioni attraverso la dimostrazione che, tra la fine del Novecento e questi anni di secolo nuovo, esse hanno evidenziato tutta la loro incoerenza con le situazioni geopolitiche e geoeconomiche, ma soprattutto con i fenomeni sociali culturali, ideologici e culturali che si spalancavano sui nuovi scenari. Solo per esempio: la “questione meridionale”. È una questione che è stata risolta trent’anni fa, dice Scamardella. Sciolta, diluita, esaurita. “Sommersa dalle macerie politiche e ideologiche del vecchio ordine mondiale, crollato con le picconate al Muro di Berlino. E risucchiata nel vorticoso dispiegarsi degli effetti prodotti dall’incrocio tra rivoluzione tecnologica ed economia globalizzata”.

Ma in questi trent’anni siamo rimasti sulla soglia del tempo ad osservare, a prendere atto, e in qualche caso perfino ad ignorare il mutamento che si andava verificando. Così non ci siamo accorti, o abbiamo fatto finta di non accorgerci, che alla sciolta questione meridionale subentrava la “questione meridionali”: che può essere affrontata e risolta innanzitutto dagli stessi meridionali. Il pensiero nuovo di Scamardella si concretizza, ancora per esempio, nella formulazione di proposte che coinvolgono il pensiero collettivo, proiettandolo in un cambio radicale di aspettative e di prospettive. Allora non è più possibile continuare a domandarsi “che cosa possono (e devono) fare l’Italia, l’Europa, l’Occidente per il Sud, ma che cosa il Sud può dare all’Italia, all’Europa, al mondo”. Un pensiero nuovo, dunque, quello che attraversa tutto il saggio del direttore del Quotidiano; un pensiero elaborato anche nel contesto di questo giornale che non solo giorno per giorno osserva e racconta quello che accade, qui, a Sud del Sud, ma che interviene in modo significativo appunto sulla conformazione del pensiero di questa terra. Lo si deve dire, con umile sincerità: senza questo giornale che da quarant’anni appartiene al Salento e che contribuisce a realizzare un’idea di Salento, questa terra non avrebbe quello che ha. Forse nemmeno sarebbe nel modo in cui è.

Non è facile estrarre esempi tematici dalle due contigue e interrelate macroaree di indagine – quella nazionale e quella pugliese - in cui si articola il saggio di Scamardella. Si potrebbe fare riferimento alle considerazioni sul meridionalismo di professione e di maniera, sugli intellettuali meridionalisti rimasti per decenni quasi muti o rintanati nello stereotipo, nell’immagine fissa, nel luogo comune dell’ineluttabile, dell’a priori. Si potrebbe rinviare allo smascheramento del giustificazionismo e del rivendicazionismo che hanno prodotto regressione e oscurato le prospettive, oppure rilevare situazioni di rovente attualità. Ma a fare esempi si rischia il frammento, la parzialità. Il libro richiede, pretende, e forse anche impone, una lettura di tipo speculare alla scrittura, e quindi unitaria, organica, complessiva, coesa e pluridirezionale. Il libro funziona come un mosaico. Non si possono comprendere i significati osservando e analizzando una sola tessera. È necessario, indispensabile, guardarlo prima nel suo complesso e nella sua complessità, poi approfondire i significati delle parti. Però c’è un particolare del mosaico che, solo personalmente, mi ha richiamato di più. Sarà per affetto, o per ideologia, o per formazione, ma mi ha richiamato di più. Perché credo che rappresenti non solo la condizione fondamentale della “questione meridionali” ma anche il nucleo sostanziale del pensiero nuovo di Scamardella. Perché credo che non ci sia nulla che possa veramente cambiare senza una reale inversione della tendenza. Il particolare del mosaico si trova a pag. 74, dove si dice del milione di giovani che in quindici anni sono andati via da qui. Dove si dice del 25% di laureati meridionali che emigrano all’estero o al Nord, e dei giovani che se ne vanno a studiare nelle università del Centro e del Settentrione. Non si può negare il diritto ad andare, dice Scamardella. Anzi, nel mondo globale bisogna persino incoraggiare i giovani meridionali ad aprire le loro menti con esperienze all’estero. Ma bisogna anche garantire il diritto a restare e il diritto a tornare. “Se il Sud continuerà a perdere il proprio capitale umano per i flussi in uscita e, al tempo stesso, non riuscirà ad attrarre popolazione, soprattutto giovanile, da altri Paesi, il destino è segnato”. Ecco, allora: probabilmente, tutto quello che sarà il Sud, il modo in cui sarà, il suo benessere, il suo progresso, il suo sviluppo, dipenderanno da questi diritti a restare e a tornare.

Forse per il Sud adesso è il tempo di un pensiero che generi una nuova civiltà, fondata su una considerazione della sua storia che escluda il fatalismo, le forme di autocommiserazione e le immotivate nostalgie che si protraggono fino ad esasperarsi. Adesso è il tempo di un nuovo racconto, da scrivere con ragione e con amore. Adesso è il tempo. Oppure forse mai più. Claudio Scamardella ha cominciato: dalle colpe. Come si fa quando si prova onesto affetto per qualcosa, per qualcuno. Si comincia dalle colpe. Per liberarsene e ricominciare.
  Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre, 16:22 © RIPRODUZIONE RISERVATA