Nessuno resti indifferente: la storia, tra bellezza e malinconia, è ora

Domenica 3 Novembre 2019 di Antonio ERRICO
Fino ad un certo punto si è pensato e si è detto che la storia fosse scritta nei libri. Era vero. Il nostro rapporto con la storia avveniva esclusivamente attraverso di essi, con uno scarto di tempo che stabiliva una distanza dai fatti e, di conseguenza, riduceva la dimensione emotiva, il livello di partecipazione.

Tutto quello che era fuori dai libri, non era storia. Poteva essere cronaca, più o meno significativa, ma non era storia. Quasi sempre la storia era qualcosa di lontano, una realtà vissuta da gente sconosciuta, che si verificava in situazioni anche incomparabili con quelle del tempo che si viveva, determinata da cause alle volte persino incomprensibili, che provocava effetti in alcun modo influenti sul presente. Banalmente si potrebbe dire che la storia ci riguardava esclusivamente come modello, ma non interveniva nella nostra quotidianità, non interferiva con i nostri destini. Il nostro sentimento della storia era un sentimento freddo che in alcuni casi mostrava anche profili di indifferenza. 

Da un certo punto in poi le forme e gli strumenti della comunicazione di massa hanno completamente trasformato il nostro rapporto con la storia, forse anche il concetto che abbiamo di essa; sicuramente hanno cambiato il nostro sentimento nei suoi confronti. La storia non è più soltanto quella che è scritta nei libri. Non c’è più quella distanza di tempo che rende possibile la freddezza del sentimento. Non solo: l’immediatezza con cui veniamo a conoscenza dei fatti alza polvere sui confini tra cronaca e storia, e la polvere confonde le differenze.

Allora forse non è del tutto azzardato sospettare che la cronaca non esista più. Che tutto diventi storia nel momento esatto in cui si verifica una comprensione di quello che accade, e quindi si riesce a rintracciare relazioni tra i fatti, a stabilire analogie e differenze, a riconoscere i processi che hanno determinato quell’evento, a intuire i riflessi che può avere nello spazio e nel tempo. 

Probabilmente, i riflessi sono l’altro elemento che impone di escludere una nostra qualsiasi estraneità alla storia. Forse non c’è più nulla che possa accadere in qualche angolo remoto del pianeta che in qualche modo non coinvolga lo spazio che abitiamo, il tempo che attraversiamo. Non c’è più nulla di cui anche soltanto uno di noi possa dire non mi riguarda. 

Forse dovremmo anche considerare che quella verità secondo la quale chi non conosce la storia è condannato a riviverla, pretende un significato di immediatezza, per cui si deve dire che è condannato a viverla, non più a ri-viverla.

Nessuno può permettersi più l’indifferenza. Non si può essere indifferenti ad una condizione che si vive, e noi viviamo nella condizione della storia, che peraltro, spesso, è bruciante. 

Il modo in cui è il nostro piccolo, piccolissimo mondo, il modo in cui noi siamo in quel piccolo, piccolissimo mondo, hanno origine e prospettiva nel modo in cui è il mondo intero, nel modo in cui sono le creature del mondo intero. 

Se la storia è groviglio, noi siamo nel groviglio. Se la storia talvolta è tempesta che sconvolge e travolge, noi siamo nella tempesta. Se provoca incertezza, precarietà, vacillamento, provvisorietà, instabilità e crisi, noi non possiamo che vivere ognuna di queste condizioni. Se è un catalogo dei destini individuali e collettivi, non possiamo fare a meno di imparare a leggere, ad interpretare quel catalogo, a ricercarci e a ritrovarci nei suoi testi, nelle sue immagini. Se il catalogo rappresenta vinti e vincitori, vittime e carnefici, giusti e malvagi, onesti e impostori, coloro che appiccano gli incendi, stendono filo spinato, massacrano innocenti, e coloro che innalzano cattedrali, dipingono meraviglie, tessono poemi, dobbiamo imparare a riconoscere la fisionomia di queste figure. Se propone modelli di verità e di giustizia, di menzogna, di impostura, di uguaglianza, libertà, democrazia, di guerra e di pace, dobbiamo imparare ad accogliere quelli che producono bene e a respingere quelli che provocano male. 

Ora la storia è diventata inevitabilmente prossima, vicina, ininterrottamente presente. Forse si potrebbe dire che ora la storia è il presente secondo come si manifesta nell’esistenza di ogni giorno, e che in quanto presente non ha nulla di certo, nulla di immutabile. Ora la storia non dà risposte: scaglia continui interrogativi con i quali ci si deve confrontare. Forse il suo senso più profondo, essenziale, è nella costante tensione fra la necessità della memoria e l’ineluttabilità dell’oblio. Come in una poesia di Wislawa Szymborska, che dice così: “Chi sapeva/di che si trattava,/deve far posto a quelli/che ne sanno poco./E meno di poco./E infine assolutamente nulla./Sull’erba che ha ricoperto le cause e gli effetti,/c’è chi deve starsene disteso/con la spiga tra i denti,/perso a fissare le nuvole”.

Già. Si può anche arrivare a pensare che i significati della storia si sottraggano alla nostra comprensione e alla nostra memoria. Fino ad un certo punto e in qualche caso è stato possibile confidare su quelle che venivano definite le certezze della storia. Da un certo punto in poi, la storia ha trovato come territorio soltanto l’incertezza. Forse quel punto è stato il Novecento: il tempo dell’incertezza, in assoluto.

Il secolo che attraversiamo è ancora Novecento: con le incertezze che si sono acuite, con gli entusiasmi per la scienza e con i dubbi per la tecnologia, con il continuo mutare degli assetti sociali, economici, politici, con il benessere che ci rasserena e il deserto della povertà che ci addolora. Ma il vivere dentro la storia significa anche la bellezza e la malinconia che il sentimento del tempo comporta. 

  © RIPRODUZIONE RISERVATA