Se il cuore è più grande del virus

Sabato 21 Marzo 2020 di Rosanna METRANGOLO
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo... e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà ...”: dunque diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà strettamente connessi.
Senza la solidarietà, libertà e uguaglianza vanno a gambe all'aria, restano un mero esercizio verbale o di propaganda. È l'articolo 2 della nostra Costituzione che lo afferma. Cosa c'entra col Coronavirus, la pandemia da Covid 19 che ha chiuso un Paese dentro i suoi confini, ha messo in un angolo persino la libera circolazione dei popoli chiedendo a noi, esseri liberi, di sacrificare le nostre piccole grandi libertà quotidiane, quelle stesse che abbiamo dato per scontate, alle quali non abbiamo riconosciuto granché valore, per le quali abbiamo ritenuto di non dover dire grazie a nessuno, neppure a chi ha pagato in prima persona per garantircele? Smemorati, distratti, il nemico invisibile ci costringe ora ad aprire gli occhi.
Per senso di responsabilità probabilmente, per autodisciplina forse, per obbedienza ad un imperativo di salute oltre che morale. Per paura certamente. Dal Covid al pavis, dal coronavirus al pauravirus, ha scritto Massimo Giannini qualche giorno fa su Repubblica. L'epidemia e tanto più la pandemia generano angosce ancestrali, fanno strada al panico, all'ansia di non farcela, alla sfiducia, al terrore che possa toccare a me, alla mia famiglia, al vicino col quale ho scambiato quattro chiacchiere quando la Cina prima e la Lombardia poi sembravano lontane. E invece abbiamo scoperto che i confini sono una pura astrazione geografica o, al massimo, una dimensione politica, che i muri nulla possono, che i fili spinati servono solo ad impedire ai povericristi di scappare dalle guerre e dalla fame, che il lontano diventa vicino quando viaggia sui criteri e sui mezzi della globalizzazione. Abbiamo anche scoperto che gli occhi a mandorla, che a inizio gennaio ci terrorizzavano e dai quali ci tenevamo lontani, diffidenti, spaventati, si sono trasferiti sui nostri visi e noi, per intere settimane, siano diventati gli untori, gli appestati, quelli da respingere non sui barconi ma alle frontiere. Ci siano sentiti persi e abbiamo avuto paura.
Benedetta paura: è la molla che ci ferma, ci fa restare a casa (al netto delle incoscienze troppo frequenti), rende accettabili l'idea di sacrificio, la pratica del sacrificio, la riscoperta di un moto dell'animo e della volontà che forse avevamo dimenticato. La paura, afferma Vito Mancuso, è qualcosa di più grande di fronte a cui tremiamo e di cui subiamo il fascino. Forse anche questi giorni così difficili all'ombra del Coronavirus contengono una lama di fascino ambiguo, per cui abbiamo tutti paura, ma proviamo anche una specie di tensione emotiva. E nel timore, che non è terrore ma senso della dimensione, si acquisisce sapienza.
Già, sapienza. Cosa significa se del nemico sappiamo poco oltre al fatto che è estremamente cattivo, veloce nel muoversi per abitarci, insidioso perchè nella maggior parte dei casi è silente? La sapienza scientifica è demandata agli scienziati e il sapere scientifico è tornato ad essere un valore; è demandato ai medici, agli operatori sanitari che mai come adesso sentiamo vicini e a cui ci affidiamo fiduciosi fino all'ultimo, fino al momento in cui, gli occhi persi dentro al casco e il respiro affannoso, a loro chiediamo uno sguardo d'affetto che possa superare il baratro della solitudine in cui lui, il Coronavirus, ci confina. Il medico è di nuovo il camice bianco che lotta per salvare la vita accompagnandola fino all'ultimo gemito e non più il manager dell'ospedale azienda. La sanità pubblica, tutti noi abbiamo pagato un prezzo altissimo a quella idea di gestione. E adesso non c'è posto per tutti negli ospedali e chi paga, manco a dirlo, sono i più fragili: gli anziani innanzi tutto costretti a cedere un posto nella vita a chi ha meno anni. Dio non voglia.
Ognuno di noi, però, può essere sapiente. Il mezzo ce l'abbiamo tutti, è il cuore, il nostro profondo, per chi crede la nostra anima, quella parte che, sola, può darci coraggio. Hanno la stessa radice le due parole e non sarà un caso. Il cuore ci fa superare la paura, diventa l'antidoto ad essa, mette in moto le azioni di coraggio che danno sale alla vita. E il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non comprende. L'intelligenza del cuore ha altre misure. È quella stessa intelligenza che muove i ragazzi e li mette al fianco degli anziani soli o di chi non può uscire da casa neppure per le incombenze indispensabili, offrendosi di provvedere ai loro bisogni. Biglietti attaccati sui portoni dei condomini: Io posso mettermi al servizio di chi ha bisogno, scritto in rosso e col sorriso stampato sui volti. È l'amore che si dispensa nelle case famiglia, nelle comunità affamate da uno Stato sociale in grande affanno e in tutte le realtà abitate dalle fragilità rese più fragili dall'isolamento. L'amore che vince. La solidarietà, eccola qua, che supera paure e diffidenze.
Perché c'è un'altra dimensione, drammaticamente disvelata dalla pandemia, che è la solitudine. Nei palazzi, per le strade, nelle case. Solitudine fatta di silenzio muto e di mancanza. E pazienza se sei in grado di alzare il telefono e risolvere il problema o di chiamare l'amico, l'amica per farti due chiacchiere e puoi affacciarti alla finestra a prendere aria sperando di incrociare uno sguardo, di sentire una voce di poter scambiare un ciao. La riscoperta delle relazioni è il lato positivo nell' intervallo tra questo tempo sospeso e quello che verrà. Perché un altro ne verrà.
E tutto sarà diverso, niente più come prima. Lo ha ricordato Stefano Massini in Tv. Cambierà la nostra idea di mondo, delle divisioni e delle differenze, cambierà la stessa idea di paura perché capiremo che lo spauracchio agitato per altri fini non deve spaventarci e nemmeno impressionarci. Per cui chi parte da terre lontane in cerca di un altrove dove poter lucrare il differenziale di felicità è uno simile a noi, solo nato dalla parte sbagliata del mondo. Cambierà l'idea di fragilità: lo siamo tutti, in ogni angolo del globo ci troviamo a vivere. Cambierà l'idea di amicizia, torneremo a quella reale, vera, quella della pacca sulla spalla, dell'abbraccio e del bacio e non del contatto su chat. Impararemo ad apprezzare la libertà di incontrarsi, andare al cinema, allo stadio, al bar, al ristorante, e non ci piaceranno più o ci piaceranno di meno i film in dvd o la partita in televisione. E, soprattutto, saremo gelosi della memoria. A chi ci chiederà se c'eravamo quando le città erano blindate per colpa del virus pandemico, se c'eravamo nelle settimane di coprifuoco e come vivevamo, potremo raccontare e dire: io c'ero. Quante volte abbiamo negato la memoria di chi è uscito vivo ma indelebilmente piagato dai campi nazisti? Daremo un valore diverso alla memoria, perché ne avremo noi stessi le stimmate.
Ci resterà una coda di diffidenza verso l'altro, ipotetico untore di un qualche virus reale o immaginario? La sfida culturale, valoriale è qui. I cinesi, il nemico della prima ora regalano due milioni di mascherine e per accompagnarle chiedono aiuto a Seneca e sui pacchi scrivono: Siamo onde dello stesso mare, foglie dello stesso albero, fiori dello stesso giardino. Lo scrivono, tra le due bandiere, in italiano e in inglese. C'è da pensarci su, no?
C'è da pensarci su ogni volta che un guizzo di egoismo viene ad inquinare il nostro agire. Abbiamo letto di ricconi che hanno affittato jet privati per scappare chiedendo tamponi a qualsiasi prezzo, ignorando direttive, difficoltà, ignorando i bisogni reali, facendo spallucce alle esigenze del servizio sanitario nazionale che, sia pure tra mille difficoltà e qualche defaillance, sta dando la miglior prova di sé. Certo gli sprechi. Ma anche l'errore di considerare lo Stato la bestia da affamare a cui negare le tasse.
L'errore di vivere da nemici: Nord contro Sud, Sud contro Nord, ricchi contro poveri, fortunati contro sventurati, sani contro malati, virus contro virus. Tutti divisi, infelici tutti.
Il sogno americano ha fallito e l'ascensore sociale che conduce ai piani alti non si è mai messo in moto e si è rivelato per quello che è: Un anestetico dell'infelicità da disuguaglianza (Leonardo Becchetti, Povertà o disuguaglianza?). Il Coronavirus è lì a ricordarcelo. È lì a dirci che il successo è sempre un gioco di squadra e che chi scende da solo in campo ha già perso. Ha perso se ignora il bisogno, se non si accorge che il bisogno ingigantito dalla solitudine, dalle chiusure, dalla malattia rende il povero indigente, cioè incapace di rialzarsi sulle proprie gambe perché, persa la rete di protezione, vede morire la capacità di trovare in sé le risorse necessarie a non sprofondare.
E i diritti inviolabili dell'uomo vengono violati dalla mancanza di solidarietà. E allora, oggi più che mai, in questo tempo sospeso, in quest'ora buia, la luce viene solo dalla spinta verso l'altro, a tutti i livelli. Ma occorrono, come afferma Luca Crivelli, economista e docente occhi diversi, gli occhi di una cultura che consente di vedere ciò che altri non vedono, di intravedere, nascosta dentro la ferita, una benedizione. Dalle trappole di povertà si esce se lo si può fare insieme ad altri.
Il bisogno si sconfigge se si diventa capaci di essere uno, di riunirsi, di stare insieme. Che la radice è sempre la stessa.
Perché il bene non si ferma. Nessun morbo, neppure il Coronavirus, possono fermarlo. E il bene, si sa, genera bene.

*Associazione Chiara Luce, Lecce Ultimo aggiornamento: 20:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA