La scuola azzoppata in un Paese che ha paura delle riforme

La scuola azzoppata in un Paese che ha paura delle riforme
Ultimo venne il Consiglio di Stato, a stabilire che il diploma non è titolo sufficiente per accedere alle graduatorie che danno diritto all’immissione in ruolo. Parliamo di circa seimila “vecchi” docenti della scuola primaria e dell’infanzia, che ora temono di non poter più insegnare, dopo anni (o decenni) di precariato. Non ne hanno forse più diritto? Dipende da cosa si intende per diritto. E certo: se qualunque posizione acquisita, per il solo fatto di essere stata acquisita, vale come diritto, allora certamente è così: la giustizia amministrativa sta togliendo incomprensibilmente a questi docenti un loro diritto. Ma, posto pure che così fosse (e così non è), il diritto di questi docenti è l’unico diritto in gioco? Non c’è un diritto dei bambini a ricevere uguale trattamento – e dunque maestri con gli stessi titoli di studio (non diplomati di qua, laureati di là)? E dov’è la giustizia, se alcuni possono accedere al ruolo grazie al diploma, mentre altri, gli ultimi venuti, devono affrontare anche l’università e laurearsi?

Ho detto gli ultimi venuti e ho sbagliato: si tratta in realtà degli ultimi, dei penultimi e dei terzultimi, perché la norma che richiede la laurea per l’insegnamento in tutte le scuole di ogni ordine e grado risale a quasi vent’anni fa. Siamo un Paese che dopo la bellezza di vent’anni ancora non riesce a mandare a regime una riforma, e dove dunque anche la più timida prospettiva di cambiamento si porta dietro zavorre storiche.

Tutta la vicenda della scuola è in realtà segnata da un simile andamento: un passo avanti con la riforma, due passi indietro per le resistenze che tutti i soggetti investiti dalle intenzioni riformatrici sono in grado di inscenare. Come Cimabue, che fa una cosa e ne sbaglia due. La “buona scuola” di Renzi non ha fatto eccezione.
Si volevano presidi manager, in grado di gestire con ampi margini di autonomia i rapporti con i docenti? Provate allora ad andare negli istituti, e chiedete quanto ampi siano nei fatti questi margini, e se davvero il dirigente scolastico può modellare il corpo docente secondo le esigenze dell’offerta didattica.

Si voleva azzerare il precariato, far sparire le vecchie graduatorie? Ma andate in giro per gli istituti, soprattutto al nord, e verificate se non vi siano nuovamente le materie scoperte ed i supplenti, se un sacco di docenti, che dovevano essere assunti ma per cui non c’erano le relative ore di insegnamento, non siano finiti nell’organico di potenziamento (spesso un parcheggio), mentre su altre discipline mancano le relative competenze. Ma non poteva andare che così, una volta che la posizione soggettiva del docente, trasformata in diritto, fosse stata messa innanzi all’esigenza dell’istituzione, di cui evidentemente non si riconosce come fondamentale il dovere di erogare un’offerta formativa adeguata. Volevate infine introdurre con i fondi per la premialità un elemento di differenziazione della retribuzione in base al merito? Ma ecco che i sindacati della scuola respingono la logica stessa della premialità e, non contenti, chiedono di utilizzare i fondi disponibili per aumenti a pioggia, fino a preferire 250 euro circa di incremento stipendiale ai 500 euro (leggasi 500, cioè il doppio) della carta docente.

Ora: ciascuno dei punti indicati può essere discusso. E la discussione può essere la più larga e la più approfondita. Si possono indire stati generali, lanciare campagne di ascolto e accompagnare il varo di una riforma con la più estesa delle consultazioni possibili. Non è lì, però, che le cose si inceppano. È, invece, un minuto dopo che la legge compare in gazzetta ufficiale, che subito si organizza la controriforma. Anzi, non c’è nemmeno bisogno che si organizzi: si tratti dei sindacati confederali o dei cobas, degli studenti o della burocrazia del ministero, dei collegi docenti o delle famiglie, state pur certi che il primo principio della dinamica - il più arcigno principio della fisica, quello che riguarda l’inerzia – farà presto valere il suo imperio.

Quando poi si arriva sotto elezioni, le sacche di resistenza aumentano, le necessità elettorali premono, e anche la volontà politica, che al momento del varo della riforma era apparsa titanica, addirittura autoritaria, perfino dittatoriale – tanto siamo disabituati all’idea che una decisione possa essere presa per legge – si infrange inesorabilmente contro le mille resistenze corporative, le pigrizie intellettuali, e, certo, anche le posizioni soggettive: umanamente comprensibilissime, ma spesso anche incomprensibili, sotto il profilo della razionalità giuridica e amministrativa. Con buona pace del Consiglio di Stato.

La buona scuola era un’idea di riforma della scuola, che non toccava in profondità punti decisivi come il riordino dei cicli o l’istruzione tecnica, e su altri rimaneva con molto realismo a metà del guado (nuovi concorsi ma dentro tutti i precari; chiamata diretta, ma con forti limitazioni). Introduceva però alcune novità – l’alternanza scuola-lavoro, l’obbligatorietà della formazione in servizio, il fondo per la valorizzazione del merito – e rimetteva perlomeno in moto un sistema scolastico che da anni perdeva risorse e invecchiava. Non basta, non è bastato. Ma più che la parola scuola è evidentemente la parola riforma che il Paese fatica ormai a digerire in molti ambiti della vita pubblica. In cui finisce ogni volta che lo slancio iniziale si ripieghi su se stesso e, infine, si spenga.


 
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Domenica 7 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:43