Finiti nella rete. Telefoni cellulari in aula? Usiamo la testa

Finiti nella rete. Telefoni cellulari in aula? Usiamo la testa
di Rosario COLUCCIA
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Domenica 21 Gennaio 2018, 19:49
Di mestiere faccio il linguista. La scorsa settimana in questa rubrica abbiamo presentato il «Piano Nazionale Scuola Digitale», un documento del «MIUR. Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca» che mira ad espandere l’utilizzazione a fini didattici della rete e del computer nella scuola. L’articolo chiudeva con alcune considerazioni e un impegno. Le considerazioni. Il digitale esiste, anzi pervade l’esistenza di tutti noi, in particolare dei giovani e dei giovanissimi, che vi fanno ricorso continuo. Dunque la scuola non può disinteressarsene. L’impegno. Bisogna discutere seriamente, evitando posizioni preconcette e approssimazioni.

Procediamo con ordine. La novità dell’odierno documento ministeriale rispetto alle condizioni precedenti è netta. Finora nella scuola vigeva una circolare del 15 marzo 2007 dell’allora ministro Giuseppe Fioroni: «è del tutto evidente che il divieto di utilizzo del cellulare durante le ore di lezione risponde ad una generale norma di correttezza che, peraltro, trova una sua codificazione formale nei doveri indicati nello Statuto delle studentesse e degli studenti». Il divieto era così motivato. L’uso dei dispositivi elettronici può rappresentare un elemento di distrazione sia per chi li usa che per i compagni e una mancanza di rispetto per il docente (una vera e propria infrazione disciplinare). La violazione delle regole comporta sanzioni adeguate, fino al ritiro temporaneo del cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso.

L’attuale impostazione del Ministero è assai diversa. Le nuove tecnologie sono importanti, la diffusione e l’uso delle stesse nella scuola vanno incrementati. Nello stesso tempo vanno studiati i mezzi più efficaci per una utilizzazione piena delle nuove opportunità e per uno svolgimento corretto dell’attività in classe. L’uso del cellulare personale è ammesso, anzi favorito. Lo sottolinea esplicitamente l’Azione #6 «Linee guida per politiche attive di BYOD (Bring Your Own Device)» in italiano diremmo ‘porta il tuo dispositivo’. «La scuola digitale, in collaborazione con le famiglie e gli enti locali deve aprirsi (...) a politiche per cui l’utilizzo di dispositivi elettronici personali durante le attività didattiche sia possibile ed efficientemente integrato. (...) Come già avviene in altri paesi, occorre bilanciare l’esigenza di assicurare un uso “fluido” degli ambienti d’apprendimento tramite dispositivi uniformi, che garantiscano un controllato livello di sicurezza, con la possibilità di aprirsi a soluzioni flessibili, che permettano a tutti gli studenti e docenti della scuola di utilizzare un dispositivo, anche proprio» (p. 47).

La possibilità di utilizzare cellulari propri all’interno della scuola implica questioni di riservatezza, oltre alla opportunità di non discriminare l’uso degli stessi in base alle diverse disponibilità finanziarie (e magari anche delle opzioni ideologiche) degli studenti: alcuni potrebbero avvalersi di tablet di ultima generazione, altri possedere solo un cellulare antiquato o non possederne affatto. E andrebbe chiarito a partire da quale fascia di età sia ammessa l’introduzione del cellulare personale in classe.

Veniamo alla questione generale. Utilizzare le risorse digitali per una didattica efficace non è una novità italiana. Il modello scolastico finlandese è considerato tra i più evoluti al mondo. L’indagine 2015 di «PISA. Programme for International Student Assessment» ha testato circa 540.000 studenti quindicenni, rappresentativi di 29 milioni di coetanei di 72 diversi Paesi (https://www.oecd.org/pisa/pisa-2015-results-in-focus.pdf). Ne sono state saggiate le competenze in matematica, scienze e possesso della lingua materna (la capacità di leggere e di comprendere un testo redatto nella propria lingua). Sono i requisiti che individuano «cosa è importante per un cittadino sapere ed esser capace di fare», le conoscenze e le capacità indispensabili per una partecipazione piena dei singoli alla società contemporanea. Nell’indagine PISA 2015 la Finlandia (insieme all’Estonia) stacca nettamente gli altri paesi europei (tra cui il nostro) e il modello scolastico finlandese si dimostra capace di adattarsi efficacemente alle esigenze della società moderna.

Proprio dalla Finlandia arrivano l’invito e l’esempio a introdurre durante le lezioni la rete, il computer e il cellulare, ritenuti indispensabile per una metodologia didattica di nuovo tipo. Alle tradizionali discipline di studio si affiancano ulteriori competenze, acquisite con il coinvolgimento di elementi esterni (esperti, musei, biblioteche), utilizzando le opportunità offerte dalle risorse digitali. Una lezione su Pompei e sull’eruzione del Vesuvio che la distrusse diventa lo spunto per confrontare Roma antica con la Finlandia attuale, paragonando le terme romane con quelle di oggi o i moderni impianti per lo sport con il Colosseo, di cui alla fine viene prodotto un modello solido grazie a una stampante in 3D. La tradizionale lezione di storia costituisce occasione perché gli allievi apprendano nozioni di tecnologia e di tecniche della ricerca, di comunicazione e di scambio culturale.

Non è tutto oro quel che luccica. Certo, l’innovazione è inarrestabile e non è possibile farne a meno nella scuola, se si vuole operare in forma attiva e produttiva. Ma, se si osserva la questione dal punto di vista educativo, non c’è spazio per le improvvisazioni, specie se si tratta dei soggetti più giovani.

Da anni gli insegnanti della scuola primaria segnalano la crescente difficoltà dei loro allievi a scrivere manualmente. Nei testi redatti a mano il corsivo in molti casi è sostituito dal maiuscoletto o dallo stampatello, i caratteri appaiono incerti e disallineati, il modo di impugnare la penna tradisce le difficoltà a maneggiare un oggetto quasi estraneo. La laboriosità nello scrivere si collega spesso a una preoccupante perdita di manualità. Molti bambini hanno difficoltà ad allacciarsi le scarpe o ad abbottonarsi i vestiti e, nello stesso tempo, mostrano carenze espressive e linguistiche.

Una ricerca coordinata da Benedetto Vertecchi, università di Roma Tre, ha mostrato che, con opportuno allenamento alla scrittura manuale, bambini di terza, quarta e quinta elementare migliorano progressivamente la qualità grafica dei loro testi e nello stesso tempo ottengono una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. Il crescente esercizio della scrittura non aumenta semplicemente l’abilità nel tracciare segni sulla carta, ma anche la qualità intrinseca dello scritto, l’articolazione del pensiero e la coesione del testo. A livello cerebrale esiste un legame tra attività manuale e area del linguaggio, che si influenzano reciprocamente. Nel tracciare manualmente i caratteri del corsivo al cervello del bambino è richiesto uno sforzo in più, la forma di ciascuna lettera deve essere continuamente plasmata perché sia possibile legarla alle altre. Si tratta di una sfida che non è presente nel carattere stampatello o quando si adoperano strumenti elettronici come il touchscreen, che richiedono una gestualità semplice e ripetitiva.

Non vale solo per i bambini delle elementari. La difficoltà di scrivere a mano è presente in adolescenti delle scuole secondarie e coinvolge in maniera preoccupante i giovani universitari. Lo stereotipo attribuisce ai medici una scrittura poco leggibile, ma ormai anche gli scritti manuali degli studenti medi e universitari rasentano spesso l’indecifrabilità. Spesso questi testi esprimono pensieri sconclusionati, resi in una forma che non rispetta gli standard minimi di coerenza e coesione.

Molti scriviamo al computer, io lo faccio abitualmente. Ma in questa pratica l’intervento del correttore automatico può ridurre la consapevolezza ortografica e il ricorso ossessivo alla funzione “copia e incolla” può limitare lo sviluppo di linee argomentative coerenti. La rete mette a disposizione di chiunque una massa enorme di informazioni, alcune false (messe in giro per ignoranza o per dolo). Bisogna saper cercare e scegliere; questo lo può fare solo un cervello allenato e consapevole. La superficialità esonera i frequentatori della rete da ogni responsabilità: non hanno bisogno di ricordare, il clic sul computer fornisce loro ciò che in quel momento serve. C’è chi ricorda per te, e tanto basta e avanza. Ma non è così, ci vuole ben altro.

Decisivi sono il recupero delle conoscenze individuali, l’esercizio e il potenziamento della memoria, pratiche spesso vituperate. La memoria un tempo veniva esercitata con profitto: a scuola si imparavano a mente poesie, i nomi delle catene montuose, le date di morte degli imperatori romani. Si tenevano in esercizio le mappe cerebrali dove la memoria ha sede. In seguito l’allenamento della memoria è stato quasi abolito: sembra che la memoria non serva a nulla e anzi sia disdicevole. Errore clamoroso!

Qual è la morale della storia? L’ingresso del digitale nelle scuole non va certo temuto, ma va attentamente calibrato. La posta in gioco è altissima. Per vincere bisogna coinvolgere i docenti, senza di loro la partita è persa in partenza.


 
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