Scuola: tutto il peso dei numeri della pandemia scaricato sui ragazzi

Giovedì 7 Gennaio 2021 di Rosario TORNESELLO

L’espressione è suggestiva e innerva dibattiti a cascata. Un po’ per lo spessore dell’autore primo, un po’ per la fascinazione esercitata dalle parole, dal 2012 ritorna ciclicamente in ogni situazione di estrema difficoltà. Essendo allo stesso modo drammaticamente critica la stagione che stiamo vivendo, e in realtà da quasi un anno ormai, vale la pena rispolverare la locuzione, magari un effetto lo sortisce. “Whatever it takes”. Fare tutto quel che è necessario, costi quel che costi. Solo che qui non si tratta di preservare l’euro, come sollecitava Mario Draghi da governatore della Banca centrale europea nel 2012, quanto - piuttosto - salvaguardare il futuro, la formazione, lo spessore umano, il bagaglio di esperienze e il carico di emozioni che formano le nuove generazioni. I ragazzi. I nostri ragazzi. Ecco, la domanda è questa: è stato fatto tutto quel che era ed è necessario, costi quel che costi? Lo slittamento della riapertura delle scuole, oggi che per tutti doveva essere il giorno del ritorno in classe in concomitanza con la ripresa delle lezioni dopo la pausa natalizia, giustifica la formula dubitativa. Vediamo.

Questa mattina suona la campanella e le classi, tutte le classi, saranno ancora una volta vuote, tranne quelle - tra Elementari e Medie - chiamate a ospitare ragazzi le cui famiglie hanno optato per la presenza in aula: la Puglia ha sempre spunti di originalità. Il virus non molla la presa, chissà quali saranno gli strascichi delle vacanze, nessuno vuol correre rischi (a partire dai sindacati, irremovibili sull’opzione chiusura). Si procede con didattica a distanza. Il nodo è legato ai trasporti: il pericolo contagio deriva soprattutto dall’affollamento dei mezzi pubblici non da quello delle aule scolastiche, dove le distanze sono prese al centimetro. Per il resto, poche ed elementari considerazioni: primo, l’impennata autunnale del virus è legata all’estate allegra animata notte e giorno un po’ da tutti; secondo, le scuole superiori sono chiuse in Puglia da fine ottobre, quando il totale dei contagi sfiorava quota 18mila mentre oggi punta dritto a 100mila; terzo, la ripresa tarda ad arrivare per via del Natale “rilassato” trascorso a mollo nello shopping più sfrenato. Sicché, tirate le somme, fa specie che si possa continuare a pensare alle scuole come moltiplicatore del rischio. Di fatto, tranne una breve parentesi a ottobre, le superiori sono ininterrottamente in lockdown da marzo scorso. Le cause dell’andamento disastroso della pandemia andrebbero ricercate altrove. 

Chiusa la premessa, andiamo al “Whatever it takes”. Non sappiamo quando si tornerà in presenza (l’ordinanza di Emiliano disciplina la materia fino a venerdì 15 gennaio, mentre buona parte delle scuole sarà operativa anche sabato 16: stravaganze). Nel frattempo, in vista della riapertura e per garantire i trasporti in sicurezza, è stato escogitato (ma nei prossimi giorni può ancora accadere di tutto) lo sfasamento di orario, per cui i licei entrano 90 minuti dopo i tecnici e i professionali. Novanta minuti, una partita di calcio. Il motivo? Dare modo ai bus di fare una doppia corsa dimezzando l’utenza (già dimezzata di suo, perché - se e quando - le scuole superiori riapriranno al 50%). La specificazione è d’obbligo, perché gli equivoci sono trappole semantiche: non raddoppio dei mezzi, ma raddoppio delle corse. Significa che uno stesso pullman fa un primo giro, torna indietro, viene sanificato (lo dicono, c’è da sperare lo facciano anche se i tempi ristretti autorizzano legittimi dubbi) e riparte per la seconda corsa. Così gli studenti di professionali e tecnici entrano molto presto, alle 8, mentre i colleghi dei licei escono molto tardi nel pomeriggio, non prima delle 14,30. La scuola che si adegua ai trasporti e non viceversa. Lo avreste mai immaginato?

L’operazione ha i suoi costi. È evidente. E le sue inefficienze, altrettanto lampanti (al di là di clamorose sviste, tipo programmare la ripartenza dei bus prima dell’uscita da scuola). Domanda: è stato fatto tutto quel che era necessario? È stato compiuto il censimento del parco mezzi privato, ad esempio, ora costretto a sosta forzata con gravi ripercussioni economiche su imprese e famiglie, comparto che sarebbe potuto intervenire a supporto del settore pubblico, aumentando l’offerta di corse senza incidere sulla dilatazione dei tempi (se un ragazzo esce alle 14,30, a che ora arriverà a casa? e in che condizioni di lucidità, poi, per affrontare un proficuo pomeriggio di studio?). Non solo: è stato fatto un censimento - ora, a pandemia conclamata e in condizioni di assoluta emergenza - di quanti ragazzi intendano utilizzare il trasporto pubblico e quanti i mezzi personali o privati, considerando che non sono pochi gli studenti propensi a non spostarsi più in bus? Il sospetto, fondato, è che si stia ragionando su numeri ipotetici e non reali, con risultati fuorvianti (poco o molto difficile dirlo, non avendo il conforto dei dati, appunto).

E così siamo alla casella di partenza. “Whatever it takes”. Costi quel che costi. Ecco: ma fin qui, quali sono stati in effetti i costi? Mettiamo allineate su un foglio le spese via via sostenute: ad esempio, i banchi monoposto con rotelle, la tramezzatura di aule, lo spostamento di pareti, l’investimento in personale Covid (di fatto assunto per non fare praticamente nulla, a scuole chiuse ormai da dieci mesi), più annessi e connessi: arriviamo a cifre notevoli, riflesso economicamente quantificabile dell’acume con cui è stata affrontata l’emergenza nell’emergenza. E questo senza che nulla - tranne poche eccezioni - sia stato pensato per tempo e realizzato in tema di test rapidi e tracciamenti. Il resto è racchiuso in costi difficilmente monetizzabili, ma facilmente immaginabili (qui senza alcun indennizzo possibile): la perdita di esperienza, l’abbandono e il disinteresse scolastico, l’insufficiente acquisizione di conoscenze e abilità legate a determinate fasi della vita, l’isolamento, le difficoltà relazionali, i disturbi comportamentali, la mancata socializzazione (terapeutica per tutti, in principal modo per ragazzi con bisogni educativi speciali cui certo non basta una manciata di compagni reclutati a far gruppo).

Oggi, in buona parte d’Italia, Elementari e Medie riapriranno le porte a tutti i ragazzi, mentre le Superiori lo faranno da lunedì 11 gennaio col 50% di studenti. La Puglia, dopo aver rinviato l’inizio dell’anno scolastico lo scorso settembre, rimanda la riapertura post-natalizia (considerati i tempi dell’ordinanza, a sabato 16 gennaio per chi non ha la settimana corta, a lunedì 18 per chi ce l’ha). Non brilleremo per formazione e istruzione, e di questo passo sempre meno lo faremo, ma quanto a originalità siamo imbattibili. “Whatever it takes”. Andiamone fieri. I nostri ragazzi capiranno.
 

 

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