La sanità nel caos (come i pronto soccorso) se le risorse vengono valutate solo in termini di costi

Domenica 19 Dicembre 2021 di Silvano FRACELLA*

Negli ultimi 20 anni la medicina ha conosciuto uno straordinario processo di crescita ed evoluzione; l’avvento di terapie sempre più nuove ed efficaci, di indagini e procedure sempre più sofisticate, ha permesso diagnosi e trattamenti più precoci e precisi che hanno certamente contribuito ad allungare la vita media della popolazione (concetto non proprio esatto, poiché, invece, di fatto si è allungata la vecchiaia).

Il progressivo aumento della popolazione anziana, con tutte le sue criticità e fragilità, ha creato una vera e propria “emergenza delle cronicità”. A tutt’oggi, il Servizio Sanitario Nazionale non è in grado di dare risposte complete ed adeguate all’anziano fragile e insufficiente. Carente è ancora, sul territorio, un sistema di gestione e presa in carico di tale tipologia di pazienti, come del tutto insufficiente risulta il collegamento ospedale-territorio per una continuità assistenziale. È necessaria, pertanto, una profonda revisione critica dei modelli assistenziali socio-sanitari. Molti anziani, fragili, vivono da soli ed hanno bisogno di una tipologia di cure e assistenza diversa da quella del paziente acuto. Tali pazienti vengono spesso trasportati in Pronto Soccorso in maniera impropria per disturbi o sintomi non gravi che, però, non si riesce a gestire in casa.

Il peso sugli ospedali

Il problema dell’assistenza sanitaria agli anziani riveste oggi una importanza crescente, ed è particolarmente avvertito in un sistema socio-sanitario come il nostro, carente di strutture e organizzazione di tipo geriatrico e lungodegenze che, di riflesso, va a gravare sugli ospedali per acuti. Di fatto la riorganizzazione della rete ospedaliera, con la disattivazione di tanti piccoli ospedali, frutto di politiche sanitarie che non si allineano alle contingenze quotidiane, non ha tenuto sufficientemente in conto questa tipologia di pazienti pluripatologici, fragili e cronicamente acuti, né delle loro necessità, dei loro diritti e della loro dignità.

La domanda di ospedalizzazione che proviene dal territorio, sia dalla medicina generale che dal 118, supera di gran lunga l’attuale disponibilità di posti letto in ambiente internistico, geriatrico, pneumologico, oncologico: mancano valide proposte alternative al ricovero in ospedale per acuti.

Le mancate risposte

I servizi territoriali per le cure primarie, gli ospedali di comunità, la medicina di prossimità, i percorsi di assistenza domiciliare, tutte strutture e organizzazioni territoriali, andavano attivate quasi contestualmente alla disattivazione dei piccoli ospedali. Ovviamente i familiari del paziente anziano, non trovando risposte adeguate ai suoi bisogni di salute sul territorio, si rivolgono ai nostri Pronto Soccorso, strutture aperte h24, dove chiunque può accedere senza prenotazione, dove si possono eseguire visite specialistiche, varie tipologie di accertamenti diagnostici e, quando necessario, si trova un posto letto per un ricovero, anche dopo alcuni giorni di attesa su di una barella! Già, proprio così! Tante carenze, in effetti, si scaricano sul Pronto Soccorso, che risulta sempre più sovraffollato, anche per tanti accessi impropri, non urgenti (codici verdi e bianchi). In sostanza, i problemi che emergono in Pronto Soccorso non sono propri del Pronto Soccorso, poiché in tale ambito si slatentizzano e si acuiscono problematiche che stanno prima e dopo il Pronto Soccorso. 

L'integrazione ospedale-territorio

La insufficiente disponibilità di posti letto per i pazienti da ricoverare obbliga il Pronto Soccorso a tenerli anche per giorni su barelle ed in spazi logistici non sempre idonei. È necessario accorciare i tempi di degenza nei reparti, spesso troppo lunghi, accelerando le dimissioni e l’affidamento a strutture intermedie, dopo la fase acuta, liberando così posti letto per i nuovi ricoveri. Tutto ciò sarà possibile solo creando quella necessaria continuità di cure attraverso una migliore integrazione ospedale-territorio. L’attuale situazione è anche il frutto di decenni di tagli e di politiche sanitarie alimentate da una “cultura aziendalistica”, che guarda alla salute ed ai professionisti come “costi” su cui risparmiare, e non come “risorse” sulle quali investire! Il finanziamento pubblico alla sanità, dal 2010 ad oggi, è stato decurtato di oltre 37 miliardi di euro; tra tagli, manovre finanziarie, blocco delle assunzioni, chiusura di ospedali, si sono persi circa 70 mila posti letto, e l’effetto più eclatante è sotto gli occhi di tutti. Il normale funzionamento del Pronto Soccorso viene impedito dalla discrepanza tra domanda sanitaria e risorse disponibili necessarie a soddisfarla. Basta fermarsi alcune ore nel Pronto Soccorso per rendersi conto immediatamente che oltre l’80% dei pazienti in sosta su barelle e in attesa di un posto letto per ricovero sono anziani, affetti da patologie croniche che non necessiterebbero in realtà di un ospedale per acuti.

Certamente nell’Asl di Lecce l’attivazione imminente del Dea, del Trauma Center, rappresenta un passo importante nel migliorare la gestione delle urgenze-emergenze; tuttavia per poter svolgere al meglio tale funzione il Dea, con il relativo Pronto Soccorso, deve essere sgravato dalla tipologia di pazienti cui abbiamo fatto riferimento. Non sussistendo al momento alternative, tra ambulanze che continueranno ad arrivare e posti letto che si continuerà a cercare, gli operatori del Pronto Soccorso continueranno a svolgere il proprio lavoro tra denunce, minacce, rischi, con impegno, dedizione e senso di responsabilità, e continueranno a sopperire alle inefficienze del sistema.
 

*Direttore Uoc Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza - Osp. “Fazzi”, Lecce
 

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