Rima o ritornello non sono paragonabili a una poesia

Venerdì 21 Ottobre 2016 di Andrea SCARDICCHIO

Ho letto con interesse i commenti che si sono succeduti sul Quotidiano a proposito dell’assegnazione del Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Le idee avanzate in merito all’estensione attuale degli orizzonti letterari, alla luce dal prestigioso (e storico) conferimento, sono senz’altro condivisibili.
Se ne discute in verità da tempo, anche tra gli addetti ai lavori, nel tentativo di stabilire gli esatti confini del campo. Ci si è chiesti più volte se sia giusto o meno includere negli spazi della poesia, ad esempio, prove artistiche a essa speculari, come appunto la produzione dei cantautori, spesso ritenuta degna di assurgere al più nobile grado dell’espressività umana. Inutile elencare nomi o titoli, ognuno di noi è certamente in grado di stilare un corpus di testimonianze meritevoli. Tuttavia i pareri sono discordanti.
Chi si mostra favorevole lo fa soprattutto pensando che il testo di una canzone possa costituire un buon viatico per l’approccio all’opera letteraria, dacché didatticamente più congeniale a una platea di giovani fruitori. Ma non mancano le opinioni di segno contrario. Vi è tutto un esercito di tradizionalisti schierato in difesa del canone classico. E il dibattito rimane aperto. Né basterà (forse) la consacrazione letteraria di Bob Dylan a esaurirlo. Quello che è certo è che l’idea di letteratura, storicamente, varia attraverso i secoli. Ogni epoca ne possiede una, in funzione della quale reputa letterarie talune esperienze e ne esclude al contempo altre. È una questione di sensibilità storica, di sistema culturale, di coscienza sociale.
Oggi stentiamo a riconoscere come letterari i testi dei predicatori medievali, ad esempio, mentre al contrario consideriamo degni di adozione documenti privati e informali, interviste a scrittori e poeti, blog, instant book, e finanche talune forme di scrittura spontanea affidate ai social network. Intendiamoci, ben venga tutto ciò. Non è il caso di demonizzare alcunché, specie quando ci si confronta con gli odierni scenari tecnologici, che al di là di ogni considerazione che si potrebbe fare hanno favorito un ritorno alla scrittura e alla lettura da parte di giovani e meno giovani. Ma la questione è un’altra e per meglio illustrarla è necessario porci una domanda, anzi due o addirittura tre. È proprio vero che la letteratura - come disciplina e come pratica - sfugge a una rigorosa definizione? I pezzi di Bob Dylan (o chi per lui) sono davvero sovrapponibili alle poesie di Dante Alighieri (o chi per lui)? Come distinguere nella pratica didattica le due tipologie testuali, istruendo i giovani a saperle riconoscere e (magari) distinguere?
Sono domande cruciali, alle quali occorre saper dare delle risposte. Ce lo chiedono i nostri studenti (della scuola delle competenze) e se lo chiedono contemporaneamente gli stessi docenti, i quali corrono indubbiamente il rischio più alto: quello di veder di colpo vanificato lo sforzo quotidianamente compiuto per (ri)familiarizzare i giovani con i testi letterari e, in prospettiva, col piacere della lettura. Diciamolo pure, non occorre essere degli specialisti per riconoscere che i confini della letteratura - ancorché permeabili - sono tutt’altro che incerti e indefinibili. Una rima e un ritornello, seppur di pregevole fattura, non bastano a fare una poesia. Molti slogan pubblicitari, del resto, potrebbero tranquillamente concorrervi, capaci come sono di sfruttare al meglio le figure retoriche per far presa sul pubblico e invogliare all’acquisto. Pure a digiuno di concetti base, quelli cioè depositati nei manuali allo scopo di chiarire cos’è effettivamente che fa di un testo un testo letterario (connotazione, polisemia, ipersegno, scarto dalla norma e così via), siamo in realtà tutti in grado, se non per formazione anche solo intuitivamente, di percepire la differenza che passa tra Knockin’ on heaven’s door di Dylan, le terzine del Paradiso di Dante, l’invito a un caffè ‘celestiale’ trasmesso con felice allitterazione dalla Lavazza. Manchiamo però di consapevolezza, che occorre perciò diffondere soprattutto tra le giovani generazioni, in questa strana epoca di “letterario diffuso”. A sostegno del principio ineludibile che la letteratura, più che costituire un libero esercizio autonomamente interpretabile, possiede regole e codici propri. Ed è l’osservanza a decretarne l’appartenenza.


 

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