Regionalizzare l'istruzione produce un altro strappo tra Nord e Sud

Regionalizzare l'istruzione produce un altro strappo tra Nord e Sud
Il settore della formazione in Italia (scuola e Università) è il settore della pubblica amministrazione al quale è stato somministrato il maggior numero di “riforme” negli ultimi venti anni. Da ultima, la riforma della regionalizzazione dell’istruzione, ovvero la formalizzazione dell’esistenza di sedi universitarie di serie A e sedi universitarie di tipo B. Come è stato osservato, e con riferimento alle università, non è difficile immaginare che stando ai parametri considerati e agli accertamenti già effettuati dall’agenzia nazionale di valutazione della ricerca (Anvur), che le sedi di tipo A saranno tutte o quasi localizzate a Nord. 

Fra i parametri utilizzati per differenziare le sedi, oltre a quelli relativi alla ricerca, si considerano, in particolare: a) il tasso di occupazione dei laureati triennali [secondo la definizione Istat (Forza Lavoro) e al netto di coloro che sono iscritti ai corsi di laurea magistrale], a 12 mesi dal conseguimento del titolo non inferiore al 50%; b) il tasso di occupazione dei laureati magistrali (Forza Lavoro, secondo la definizione Istat), almeno pari al 50% a 12 mesi dal conseguimento del titolo, ovvero al 70% a 36 mesi dal conseguimento del titolo.

Poiché è evidente che le sedi universitarie non possono modificare la struttura produttiva nella quale sono localizzate, e poiché nel Mezzogiorno la domanda di lavoro è prevalentemente rivolta a individui con basso titolo di studio, è conseguentemente evidente che la selezione di questi parametri è costruita per porre in serie B le sedi universitarie del Sud (il che significa ulteriore decurtazione di fondi alle Università meridionali).
Gli altri criteri riguardano l'attivazione di programmi Erasmus per la mobilità degli studenti, i tassi di abbandono, l'attrazione di studenti da altre regioni. Anche per questi criteri le sedi del Sud sono penalizzate. E' sufficiente considerare che molti studenti iscritti nelle sedi meridionali lavorano (e lo fanno per i bassi redditi delle famiglie di provenienza) e che questo incide sulla loro capacità di terminare gli studi e di terminarli in tempo. A ciò si aggiunge un sistema di trasporti che rende estremamente problematico per gli studenti seguire le lezioni, con effetti, anche in questo caso, di aumento degli abbandoni o di ritardo nel conseguimento del titolo di studio.

La selezione dei criteri incontra alcune criticità tecniche.
1. Le Università italiane non sono omogenee per quanto attiene all'offerta formativa erogata e alla consistenza dei settori disciplinari (non tutti i corsi di studio sono presenti in tutte le sedi). Differenziare le Università sulla base di parametri di eccellenza' nella ricerca e negli sbocchi occupazionali rischia, dunque, di tradursi in un esercizio simile alla somma di pere e mele.
2. Come rilevato dal consorzio Almalaurea, le più significative differenze negli sbocchi occupazionali non riguardano la sede nella quale si è conseguita la laurea, ma il percorso formativo svolto. In particolare, le cosiddette lauree Steem (science, technology, engineering and mathematics) e alcuni corsi di laurea di area umanistica (fra questi, Scienze della Comunicazione) danno le maggiori probabilità di assunzione. Nel caso italiano, al di là di dove è stata conseguita la laurea, le più basse probabilità di assunzione riguardano i laureati in Giurisprudenza. Ciò al netto del fatto che i dati disponibili dicono poco sulla coerenza fra titolo di studio conseguito e mansione svolta.
3. Il parametro del costo standard per studente è altrettanto controverso, sia per l'Università sia per la scuola. E' un parametro utilizzato nella contabilità aziendale, che, in una logica di aziendalizzazione del sistema formativo, viene applicato anche a scuole e università. Esso intenderebbe misurare il costi di produzione di una merce (nella fattispecie uno studente) ipotizzando condizioni operative normali'. Nel caso della scuola, le criticità di questo indicatore sono palesi. Il costo standard per studente risulta mediamente superiore nel Mezzogiorno, ed è tuttavia da dimostrare (come nella logica ministeriale) che ciò dipenda da sprechi. A ben vedere, il costo standard per studente è più alto per la spesa per il personale e/o perché è minore la numerosità degli studenti. Il primo aspetto si spiega considerando che nelle regioni meridionali l'età media del corpo docente è più elevata rispetto a quelle del Nord e non pochi giovani insegnanti trascorrono lì i primi anni della carriera per poi ottenere il trasferimento al Sud. Si può considerare, a riguardo, che in Calabria i docenti con età inferiore ai 45 anni sono oltre l'80% a fronte del 60% in Lombardia. Ciò influisce sui differenziali salariali fra le due aree, determinando un costo del lavoro nelle scuole più basso al Nord e, per una banale conseguenza aritmetica, un costo standard per studente più basso nelle regioni più ricche del Paese. Il secondo aspetto attiene al dato demografico per il quale molte aree del Mezzogiorno sono sempre più popolate da individui anziani e le scuole, per conseguenza, hanno classi sempre meno numerose. Anche in questi caso, per un banale fatto algebrico, il costo per studente risulta più basso al Nord.

Sarebbe opportuno, a riguardo, che il Ministero chiarisca a quali fonti informative fa riferimento e ne dia adeguata motivazione. Sarebbe anche opportuno che il Ministero dia conto delle motivazioni tecniche che portano alla selezione dei parametri per differenziare le sedi. E' palese, infatti, che se, per esempio, viene considerato il parametro delle condizioni strutturali nelle quali si svolge il servizio (p.e. la condizione degli edifici scolastici), l'esito cambia significativamente.

Studi recenti mostrano che la qualità di un'istituzione universitaria è influenzata da variabili puramente causali: le storie individuali, il modo in cui singoli docenti si sono trovati a lavorare in una sede e non in un'altra, l'esistenza di gruppi di ricerca omogenei. Si rileva anche che il sistema formativo in Italia è a macchia di leopardo, con eccellenze' diffuse in modo pressoché uniforme sul territorio nazionale. Ciò dipende fondamentalmente dal fatto che le riforme del sistema formativo degli ultimi decenni hanno introdotto criteri meritocratici in un contesto che preclude di fatto la mobilità dei docenti. Sono, in tal senso, non solo riforme incompiute, ma riforme che danneggiano il sistema nel suo complesso, anche ammettendo che sia desiderabile andare nella direzione della creazione di un sistema formativo a doppia velocità. In altri termini, si è inteso ristrutturare le Università secondo una logica aziendalistica e di mercato', senza creare un mercato (dei docenti) e realizzando la logica aziendalistica nell'accezione paradossalmente opposta a quella del privato, ovvero la standardizzazione delle procedure fatta attraverso una incessante e irrazionale produzione di norme.
Ciò che, nelle condizioni date, fa la differenza fra sedi universitarie è la reputazione e la reputazione è legata al contesto economico e sociale nel quale la singola sede universitaria è localizzata, all'efficacia della comunicazione che il singolo Ateneo in competizione con altri è tenuto a fare e, non da ultimo, dalle classifiche delle Università. Il regionalismo della formazione aggiunge un ulteriore e rilevante tassello: è il decisore politico a concorrere a stabilire la reputazione delle sedi.

Un esempio può aiutare a comprendere meglio il punto. Nell'ultimo esercizio VQR il Dipartimento di Ingegneria di Messina risulta qualitativamente superiore al Politecnico di Torino, ma le migrazioni di studenti dalla Sicilia non sono in riduzione. Dato che può trovare la sua motivazione nella più bassa reputazione (percepita) dell'Università di Messina e nei maggiori sbocchi occupazionali che derivano dall'acquisizione della laurea a Torino.

Dovrebbe essere chiaro che queste misure non danneggiano solo le Università del Sud, ma l'intera economia meridionale, per almeno due ragioni. Innanzitutto, perché accentuano i già rilevanti flussi migratori degli studenti (attratti dalle sedi del Nord da una prospettiva di pre-placement); in secondo luogo, perché rendono più difficile per le sedi del Sud svolgere le funzioni di sviluppatori urbani (ovvero di Istituzioni che contribuiscono alla crescita sociale e civile di un territorio, oltre che all'ampliamento dei mercati locali) che fin qui hanno svolto, anche se notevolmente sottofinanziate.

 
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Domenica 2 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:40