Elites sconfitte se volgono le spalle alla realtà

“Il Sì fa il risultato migliore a Milano, Bologna, Firenze e il peggiore a Napoli, Bari, Cagliari. C’è altro da aggiungere?” Quando l’ex presidente dell’Enel Chicco Testa manda un tweet di questo tenore non manifesta tanto - come è stato detto - “razzismo”. Manifesta piuttosto incomprensione per quanto accaduto domenica. E forse, in generale, per ogni consultazione popolare i cui risultati non siano graditi all’establishment. Nell’interminabile campagna referendaria il Sì è stato presentato come il voto responsabile, distante dai cosiddetti populismi, bene accetto alla comunità internazionale, all’Ue e agli investitori. Perché poi i conti non hanno quadrato? Perché se - come è accaduto - ripeti con insistenza che ogni voto che non piace alle presunte élite è per ciò stesso “populista”; se demonizzi, una dietro l’altra, consultazioni con logiche e contesti profondamente diversi, dal Brexit fino alle presidenziali Usa, quali esempi di irrazionalità popolare. Se pretendi di insegnare che le opzioni della politica non siano condizionabili da presunte emozioni.

Se mandi il messaggio che è meglio limitare il più possibile il voto stesso, soprattutto quando passa per un referendum, la conclusione che ne trae chi ti ascolta e tiene al proprio voto - non gli è rimasto altro per esprimere il proprio orientamento - è dirti nella maniera più chiara che non è d’accordo. Se infine, a risultati acquisiti, insisti col disprezzare sul risultato delle urne e lo qualifichi come incivile, hai veramente voltato le spalle alle realtà. È la medesima realtà che rifiuti quando si presenta nei luoghi che frequenti - per esempio a Capalbio - col volto di qualche decina di profughi che cercano temporaneo asilo. Vale per la sinistra radicalchic come per la destra perbenista, entrambe uscite mazzolate dal referendum, quando a fatica stavano assorbendo lo choc dell’elezione di Trump.

Il Sì ha contato su uno spiegamento impressionante: risorse senza limite, media proni, sponde e sostegni di ogni tipo in Europa e sulla scena internazionale e finanziaria. Il fronte del No ha opposto le mani nude ai missili e ai cannoni. Ha avuto una composizione diversificata: quel 60% non permette a nessuno di vantare la vittoria esclusivamente come propria, e non si spiega con la mera sommatoria dei simpatizzanti di M5s, Lega, di una parte di Forza Italia e della minoranza Pd. Si spiega con ulteriori addendi, non ultimo quello di famiglie italiane che non si sentono rappresentate da nessuno e che protestano contro la propria umiliazione, accelerata negli ultimi tre anni. Cui si aggiunge la fotografia di concreta quotidiana difficoltà scattata alla loro condizione dall’ultimo rapporto Censis, poche ore prima del voto.

Qualcosa di analogo è accaduto negli Usa: H. Clinton confidava su un’ampia raccolta di voti femminili, puntando sull’essere la prima donna con serie possibilità di diventare presidente e sulla caricatura sessista dell’avversario. Ha incassato meno di quanto sperato perché a larga parte delle donne americane interessa arrivare alla fine del mese, mantenere il posto di lavoro, recuperare uno standard di vita minimo, molto più dei “diritti” lgbt, che hanno costituito un punto qualificante della sua compagna, a scapito dei diritti delle famiglie.

Lo ripeto, le motivazioni del No sono state varie, e hanno spaziato da quelle conservative degli apologeti della Costituzione “la più bella del mondo” all’opposizione alla riforma come conseguenza dell’opposizione politica a Renzi; ma non sono state senza peso le riserve sul merito sollevate da ambienti differenti, incluso quello del popolo del Family day. Al Circo Massimo, il 30 gennaio scorso, su uno striscione vicino al palco della manifestazione delle famiglie era scritto “Matteo ci ricorderemo”. Il premier ha deriso quella piazza e il suo leader, Massimo Gandolfini, poi l’ha disprezzata imponendo con doppia fiducia la legge cosiddetta sulle unioni civili (nella sostanza il matrimonio same sex), dopo aver fatto passare con lo stesso metodo altre leggi ostili alla famiglia. Qualche mese dopo quel popolo - qualche milione di persone - “si è ricordato”. Sarebbe grave se questa componente del No fosse ignorata ancora adesso, dopo esserlo stata dai media, dai commentatori e dal premier per l’intera campagna referendaria; sarebbe grave per il rispetto che si deve agli elettori e alla verità.

Lo slogan dell’altra parte è stato Basta un Sì. C’è da augurarsi che la massima di questo popolo sia Non basta un No; e perché ciò avvenga è necessario passare dalla piazza - che è una ricchezza e non va abbandonata - a qualcosa di più e di più strutturato. Vale per tutti: anche per chi, nel mondo cattolico, prima delle elezioni Usa aveva dedicato più energie alla demonizzazione di Trump che alla comprensione del fenomeno. E che dopo non si è spiegato come mai per lui hanno votato il 61% dei mormoni, il 60% dei protestanti, il 55% di altre confessioni cristiane e perfino il 52% dei cattolici. Sono cifre, non valutazioni: non trasformano Trump nel paladino della fede, né eliminano i nodi problematici della sua controversa figura: dovrebbero però - dentro e fuori gli Usa - far sollevare delle domande e far cercare delle risposte. Quello stesso mondo cattolico ha pensato bene in settori significativi di nascondersi o di dividersi - pure all’interno di singole associazioni - di fronte a una riforma costituzionale che negava frontalmente il principio di sussidiarietà, cardine della Dottrina sociale della Chiesa, lasciando l’opposizione solo ai Comitati delle famiglie per il No. Il No di domenica è un incoraggiamento popolare - non populista - a non accontentarsi di aver fermato il pericolo: e a chiedersi, in epoca di crollo demografico, come ridare dignità alla famiglia.

 
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Mercoledì 7 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 20:47