Quirinale: le trappole da evitare sulla strada per l'elezione al Colle

Venerdì 21 Gennaio 2022 di Giorgio de GIUSEPPE
Quirinale: le trappole da evitare sulla strada per l'elezione al Colle

L’elezione del presidente della Repubblica ha costituito sempre un nodo complesso e difficile della vita politica del nostro Paese. Oggi lo è maggiormente a causa di due circostanze mai verificatesi prima: la stretta connessione tra maggioranza che sostiene il governo e maggioranza che eleggerà il capo dello Stato e la presenza tra i grandi elettori del più alto numero di appartenenti al gruppo misto come in nessuna volta si era verificato nella storia parlamentare.

Tenterò di esaminare le due circostanze iniziando dalla prima. L’esecutivo attuale non è nato da un accordo tra forze politiche, ma dalla loro incapacità a formarne uno a seguito delle dimissioni del governo Conte. Il presidente Mattarella, constatata l’incapacità dei partiti a raggiungere un’intesa per ottenere la fiducia in parlamento, avrebbe potuto scegliere le Camere ed indire nuove elezioni. Assumendosi pesanti responsabilità, non seguì questa strada, che sarebbe stata la più semplice e quella espressamente prevista dalla Costituzione. Chiamò, invece, Mario Draghi e gli affidò l’incarico di formare un esecutivo con tutti i partiti che fossero stati eventualmente disponibili a fronteggiare la crisi drammatica della pandemia da Covid-19 e le conseguenti gravi difficoltà di tutte le attività produttive.

I partiti, ad eccezione di “Fratelli d’Italia”, si fecero carico del pesante compito a cui, subito dopo, si aggiunse anche quello di utilizzare gli ingenti fondi messi a disposizione dell’Unione Europea per la ripresa e la resilienza, predisponendo riforme e piani espressamente richiesti. Il governo Draghi ha adempiuto agli impegni assunti, come dimostrato dalle reiterate fiducie da Camera e Senato, sicché la decisione del presidente Mattarella si è dimostrata, nei fatti, meritoria ed opportuna ad avviare il Paese verso il superamento dell’inaspettata crisi sanitaria ed economica.

La domanda da porsi ora è la seguente: questa maggioranza, nata e giustificata dall’emergenza, continuerebbe ad esistere se si sfaldasse al momento del voto per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica? La risposta l’ha fornita il presidente Draghi, cioè il personaggio che la guida, durante la conferenza stampa di fine anno. In quella sede Draghi ha auspicato che la stessa maggioranza, che sostiene il governo, elegga il successore di Mattarella. Invece di confrontarsi per approfondire questa precisa dichiarazione subito dopo la conferenza, politici ed opinionisti si sono sbizzarriti, invece, a fantasticare sulla risposta che lo stesso Draghi aveva dato ad una domanda circa il suo destino personale. Il Presidente del Consiglio aveva semplicemente risposto: “Non spetta a me decidere o chiedere. Sono un “nonno” al servizio delle istituzioni”. Punto e basta. Cosa avrebbe potuto dire, per altro, su di una questione che non è di sua competenza, ma dei partiti e dei gruppi parlamentari? Avviata la corsa al pettegolezzo, nessuno ha approfondito la dichiarazione politica del Presidente del consiglio: il “governo del Presidente” regge se, al momento di eleggere il nuovo capo dello Stato, compie una scelta unitaria. La posizione di Draghi è stata ed è precisa, coerente, lineare. Sotto quest’ottica, l’auto-candidatura di Berlusconi è dirompente e dissennata. Non centra né l’uomo né il politico, su cui ognuno può avere la propria opinione, ma la candidatura ch’è dirompente tra le forze politiche e diseducativa per la ricerca del voto tra i singoli grandi elettori. Il giudizio dei cittadini oggi e, domani, quello della storia sarà severo e non potrà non tener conto del prevalere di interessi personali rispetto a quelli di tutti. Per un politico, che vuole essere ricordato come statista, ciò è gravissimo. L’imbarazzo di Salvini e Meloni di fronte all’auto-candidatura di Berlusconi è evidente ed è significativo.

L’altra circostanza, che caratterizza la prossima elezione del capo dello Stato, riguarda la presenza di un altissimo numero, tra i grandi elettori, di appartenenti al gruppo misto, cioè di deputati e di senatori che non si riconoscono in alcun partito e, quindi, ognuno di loro fa ciò che vuole senza rispondere ad alcuno. Se si dovesse giungere alla quarta votazione, quando per essere eletto il candidato deve ottenere semplicemente la maggioranza assoluta, il loro voto potrebbe essere ancor più decisivo e la loro iniziativa personale indurre in tentazione anche altri che, pur iscritti a gruppi politici, per le imperscrutabili ragioni degli umani comportamenti potrebbero lasciarsi tentare dal voto segreto, così da sentirsi pure loro solitari protagonisti di oscuri disegni politici o… personali. In ciò sarebbero favoriti dal voto che è realmente segreto. Tale è, infatti, il voto dei grandi elettori da quando, nel 1992, durante la votazione per eleggere il nuovo capo dello Stato, l’allora presidente della Camera, Scalfaro, accettò la mia proposta di sistemare quattro intelaiature sotto l’ufficio di presidenza e far consegnare ai grandi elettori la scheda non, come era sempre avvenuto prima, al loro ingresso in aula, ma soltanto al momento in cui si avvicinavano per entrare nella gabina. Fu una decisione necessaria al fine di assicurare veramente la segretezza del voto, come quella che ora intende assumere l’attuale Presidente della Camera di leggere durante lo scrutinio soltanto nome e cognome scritto sulla scheda e niente altro, proprio per impedire che la segretezza venga frustata dalla furbizia dell’elettore che vuole farsi riconoscere. Anche a causa di questi opportuni accorgimenti, che rendono veramente segreto il voto dei grandi elettori, c’è da auspicare che i gruppi, i quali sostengono il governo Draghi, compiano una scelta unitaria e la realizzino entro le prime tre votazioni, quando per eleggere il nuovo capo dello Stato è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi. 

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