Governo, Pd e M5s: l'intreccio delle partite sul voto in Puglia

Domenica 5 Luglio 2020 di Francesco G. GIOFFREDI
Avete presente gli "swing State" americani? Sono gli Stati talmente in bilico alle urne, da essere un cruciale terreno di caccia, il primo termometro che misura i destini delle forze in campo e indirizza l'esito finale. Ecco: la Puglia, in quest'inedita tornata settembrina delle elezioni regionali, si candida a essere lo "swing State", l'ago della bilancia, la regione-spia sul quadro comandi della politica nazionale. Al punto da diventare oggetto di trattative nazionali dell'ultima ora, tra Pd e M5s. Il governo giallorosso, gravato da ciclici affanni e alle prese con un futuro a forma di incognita, ha nelle elezioni di settembre una specie di porta di fuoco: se l'attraversa indenne, e se perciò non cede troppo campo al centrodestra, può continuare a marciare. Soprattutto Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti guardano al voto con palpitante attesa: l'uno è il premier dell'alleanza giallorossa, l'altro è il segretario del Pd che vedrebbe a rischio la leadership in caso di tracollo alle regionali. A specchio, il centrodestra torna a praticare il culto dell'unità della coalizione perché sa che l'occasione è ghiotta per conquistare fortini alle regionali e magari per dare la spallata al governo.

Ecco, allora, entrare in gioco la Puglia. Si vota anche in Veneto, Liguria, Toscana, Campania, Marche e Val d'Aosta, che fa sempre storia a sé: perché è proprio la Puglia lo "swing State" all'italiana? Il calcolo è presto fatto: si parte dal 4-2 per il centrosinistra (che attualmente governa in Toscana, Campania, Puglia e Marche), un 3-3 potrebbe accontentare, la sera del 21 settembre, la segreteria Pd. Veneto e Liguria sembrano indirizzate ai governatori uscenti di centrodestra (Luca Zaia e Giovanni Toti), la Toscana sarà presumibilmente ancora una volta dote del centrosinistra, in Campania si segnala il corposo vantaggio (almeno secondo i sondaggi) dell'uscente di centrosinistra Vincenzo De Luca, nelle Marche la partita è aperta ma il bottino non è di primissima fascia, non resta allora che la Puglia come principale metro del voto di settembre.

In Puglia il centrosinistra governa da 15 anni e anche questo contribuisce a renderla fortemente simbolica: la sfida tra la coalizione di Michele Emiliano e il centrodestra di Raffaele Fitto s'annuncia appassionante, magari sul filo di lana, e sempre in Puglia l'area di governo giallorosso è tuttavia frammentata in tre tronconi: il Pd e l'arcipelago di civiche (dal centro, con pezzi di ex centrodestra, fino alla sinistra) sostengono Emiliano; il trittico liberaldemocratico - Italia viva, Azione e +Europa - ha scelto il sottosegretario renziano Ivan Scalfarotto; i cinque stelle propongono la candidatura bis della consigliera Antonella Laricchia, anche loro alle prese con una fuoriuscita (il consigliere espulso Mario Conca correrà da solo). Insomma: un incastro di ambizioni e veti, perché tanto i renziani quanto i pentastellati - seppur per ragioni ben diverse - ripudiano alla radice la candidatura di Emiliano e il suo quinquennio di governo.

Ma proprio il combinato disposto tra centralità della Puglia nel borsino elettorale settembrino e frammentazione del quadro regionale spiega molte cose. E soprattutto giustifica l'ostinazione con cui Pd e cinque stelle (o almeno una parte di questi) stanno provando sottotraccia a rinsaldare anche in Puglia l'alleanza giallorossa. Un'ostinazione silenziosa, quasi "carbonara", e soprattutto tardiva. I dirigenti Pd, con convinzione altalenante, si producono in pubblici appelli all'unità rivolti a renziani e pentastellati, per tutte le regioni al voto e non solo per la sperimentale Liguria. I cinque stelle dal canto loro non si sbilanciano pubblicamente, o lo fanno pochissimo, perché non vogliono irritare la base quasi sempre refrattaria ad accordi e accordicchi. Conte, viceversa, preme e si espone: l'ha fatto l'altroieri, caldeggiando a viso aperto l'alleanza giallorossa alle regionali. Il premier, che studia da leader, sa bene che sarebbe una polizza sul suo futuro. I renziani, come spesso succede, stanno invece alla finestra e valutano tatticamente caso per caso. Eppure, le voci di dentro del Pd e del M5s raccontano di tentativi incessanti e crescenti di un'alleanza dell'ultimo minuto, pure in Puglia. Cioè nella regione dove il patto giallorosso sarebbe vitale come ossigeno, e dove tuttavia sembra un'utopia: uno dei tanti paradossi della politica.

Cosa rende all'apparenza impossibile il matrimonio tra centrosinistra e cinque stelle in Puglia? Due ragioni. La prima si chiama Michele Emiliano: bollato come il peggior populista dai renziani e da Carlo Calenda, bocciato senza appello dai cinque stelle. Insomma: non se ne parla di farselo piacere. La seconda ragione è nel dna del M5s pugliese: radicato, presente, ma spesso fortemente identitario, ortodosso, movimentista, ed è facile riconoscere il tratto di Barbara Lezzi, l'ex ministra vicina al barricadero Alessandro Di Battista e un bel po' avvelenata col movimento e con Conte dopo essere stata estromessa dal governo. E dunque? La soluzione dell'enigma potrebbe stare tutta nel cambio di candidato? Via Emiliano, via Laricchia, via Scalfarotto e avanti col nome che unisce e segna la discontinuità? È una delle ipotesi evocate dai renziani, da pezzi del Pd e a cui ammicca qualche pentastellato a Roma, ed è il piano a cui lavorano gli ambasciatori delle parti in gioco: strada in salita, quasi un everest, per i tempi (ridotti) e non solo per quelli. Emiliano, innanzitutto, legittimamente non vuol arretrare: ha vinto le primarie, è uscente, sta imbastendo la folta pattuglia di liste, sente l'odore della battaglia. E poi non è semplice convincere chicchessia a scendere in pista da candidato governatore a due mesi e mezzo dal voto. È stato strattonato per la giacca, nel Pd, Antonio Decaro, ma il sindaco di Bari e presidente Anci ha più volte ribadito il no, per indole, per non mollare dopo un anno la città e per non incrinare i rapporti con Emiliano. Sono circolati altri nomi a tratti fantasiosi, offrendo peraltro ai cinque stelle di Laricchia la vicepresidenza e assessorati di peso.

Si diceva che l'ostinazione di Pd e di una parte del M5s è stata pure tardiva. In effetti, i tentativi d'alleanza sanno di corsa ai ripari. Per mesi la segreteria nazionale dem non ha mostrato particolare interesse per lo stato di salute della coalizione in Puglia, per il suo futuro, per il percorso da intraprendere. Le stesse primarie di gennaio si sono svolte in un clima di sostanziale e surreale disinteresse del partito romano. Anche i renziani hanno sollevato la questione Emiliano soltanto pochi mesi fa, nonostante i malumori siano datati, restituendo così la sensazione della navigazione a vista, anche in una regione cardine per agenda (Ilva, Tap, xylella) e perché è casa di Teresa Bellanova, capodelegazione di Iv al governo. Per non parlare dei cinque stelle, che non hanno mai avuto, ovunque, una chiara strategia regionale e locale ispirata dai vertici nazionali. Insomma: la ricerca miracolosa dell'intesa giallorossa alle regionali, fatta ora e in questo modo, sembra perlopiù il tentativo di far sopravvivere una formula. I progetti sono altra cosa, ma i progetti sono ormai una rarità. Da destra a sinistra, passando per il nuovo centro pentastellato. In una regione "swing" come la Puglia, e non solo. Ultimo aggiornamento: 10:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA