Per potersi dire veri riformisti non basta essere anti-sovranisti

Lunedì 1 Novembre 2021 di Mauro CALISE

A dispetto di una pandemia epocale e della crisi – altrettanto epocale – del surriscaldamento del pianeta, il teatrino politico italiano si appresta a mettere in scena il medesimo copione di venti e passa anni fa. Con il campo – più o meno largo – del centro-sinistra incapace di trovare un proprio collante programmatico, e pronto a rifugiarsi in una bandiera – o alibi – ideologica. Un quarto di secolo fa, fu l’antiberlusconismo. Oggi, sarebbe l’antisovranismo.

Ripetendo lo stesso errore, per le medesime ragioni. L’errore - tante volte denunciato – è di trovarsi a giocare di rimessa. Di muoversi non per un obiettivo, ma contro un bersaglio. Ieri era il Cavaliere. Per mille e una ragioni, molte condivisibili alcune alquanto risibili. Ma con la stessa conseguenza: che la narrazione del centrosinistra, invece di avere vita propria, è stata elaborata – cucita – sulle mosse dell’avversario. Sappiamo come è andata a finire. Invece di una contrapposizione ideale, c’è stata una polarizzazione personale. E, nel momento in cui la centralità e la forza di Berlusconi sono venute meno, la sinistra si è sfarinata. Invece della vittoria trionfale che tanti avevano preconizzato, abbiamo avuto la disfatta elettorale. Con i Cinquestelle e Salvini che hanno riempito il vuoto all’insegna della protesta populista. 
Le ragioni per cui si è arrivati a questa impasse, anche queste si conoscono bene. E si stanno riaffacciando puntuali – e puntute – in questi mesi. Consistono nella incapacità di conciliare le due anime del centrosinistra: massimalista e riformista. Una impasse che si riesce a risolvere solo mettendosi a parlare d’altro. Ieri il passpartout è stato l’antiberlusconismo. Oggi diventa l’antisovranismo. Intendiamoci. Non che il tema non sia importante, e, sotto molti aspetti, dirimente. Ma la funzione principale di questa etichetta non è quella di aiutarci a capire cosa ciascuno degli antisovranisti vorrebbe concretamente fare. Al contrario. Tutt’al più ci dice qualcosa – di generico – su cosa vorrebbero fare gli avversari. Lasciando, invece, imprecisati i problemi che dovrebbero essere sciolti per capire dove il centrosinistra vuole realmente andare. E se è in grado di andarci unito.
Che il collante dell’«anti» sia fragile, lo vedono – e lo capiscono – tutti. E la prova è che regge fino a quando la corda non viene tirata troppo. Il primo a cercare di sciogliere questo nodo gordiano è stato Renzi. Provocando un terremoto all’interno del proprio schieramento, e la sua implosione. Meno di cinque anni dopo, ci riprova. Cambiando personaggi e interpreti, formule e sceneggiatura. Ma puntando nella stessa direzione. La ricerca – e la costituzione – di un «centro». Un’area moderata che sfugga alla logica degli opposti estremismi, e diventi il traino – e il perno - di un nuovo assetto del sistema politico. Rispetto alla debacle precedente ci sono, però, due novità. 
La prima è che, cinque anni fa, Renzi se l’è giocata tutta in proprio. Ha fatto tutto da sé. Da solo si è rifatto il partito, e da solo se lo è disintegrato. Oggi, invece, si sta muovendo su uno scacchiere che si è ritrovato, e che ruota intorno a un altro leader. Certo, ha dato una mano a farlo nascere. Ma oggi è al di sopra della sua testa e delle sue risorse politiche. Proprio questo, però, potrebbe avvantaggiarlo. Il riformismo che Renzi ha cercato vanamente di perseguire, è stato impersonato – con ben maggiore forza e autorevolezza - da Draghi. Certo, con importanti varianti. Ma pochi come Renzi potrebbero, nel parlamento italiano, sottoscrivere la forma e la sostanza della linea scelta dal Premier. 
Ovviamente, in condizioni normali, il leader di Italia viva non saprebbe come utilizzare questa assonanza simbolica. Ma non siamo in condizioni normali. Anzi, ci stiamo avvicinando alla madre di tutte le battaglie, l’elezione del Capo dello stato. Una partita in cui sovranisti ed antisovranisti non dispongono, da soli, dei voti necessari. L’ago della bilancia sarà il centro. Il risultato più logico sarebbe che le sorti della battaglia fossero nelle mani di chi – in questa fase storica così drammatica – è riuscito a tenere la barra del paese dritta al centro. Ma come spesso nella politica italiana, la battaglia potrebbe volgere in rissa. Un terreno su cui Mario Draghi difficilmente accetterebbe di scendere. Ma del quale Matteo Renzi, in più occasioni, si è dimostrato lesto a approfittare. Abbandonato il sogno di diventare re, potrebbe ancora fare il «king maker».

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