Il Petruzzelli, la ferita fisica rimarginata e la medicina che manca

Mercoledì 27 Ottobre 2021 di Luigi QUARANTA

L’immagine, ieri, era dolcissima: in una bella serata ancora calda di ottobre, il Petruzzelli tutto illuminato, donne e uomini di varie età che si affrettavano verso gli ingressi per la replica del Nabucco (una bella edizione, secondo i critici musicali cittadini). Al primo piano attraverso le finestre del Circolo Unione si scorgevano i grandi lampadari accesi (c’era un ricevimento?), sull’ampio marciapiede di via Cognetti i tavolini del Petriella erano affollati di ragazze e ragazzi. E stasera sarà di nuovo così: va ancora in scena il Nabucco, l’autunno si fa ancora attendere, la città dopo due anni di pandemia, chiusure e lacrime, si crogiola nella bellezza ritrovata.

Della notte di tregenda di trent’anni fa, delle fiamme infernali che si alzavano nel cielo nero di pece dietro lo schermo delle statue del frontone, del terremoto civile (prima ancora che giudiziario) che scosse Bari per i quindici anni seguiti al 27 ottobre 1991, sembra non esserci più alcuna traccia. I ragazzi del Petriella non ne sanno praticamente nulla, i baresi più grandi ne sanno certo qualcosa, ma di ricordare non hanno poi molta voglia. Perché il ricordo è prima di tutto il ricordo di una ferita profonda e dolorosa alla propria identità di cittadini, di membri di una comunità. E se la ferita fisica è stata certo rimarginata (il teatro è tornato, “dov’era e com’era”, più o meno), alla guarigione del corpo sociale è mancata la medicina più importante, la verità. E dunque, chi volge lo sguardo all’edificio rosso di corso Cavour ed è in grado di ritrovare nella propria memoria le immagini scintillanti del prima dell’incendio (Pavarotti e Carreras, Gasdia e Kabaivanska, la bacchetta di Riccardo Muti, le regie di Dario Fo e Peter Brook, la danza con Béjart e Nureev e Pina Bausch, le messe in scena di Tadeusz Kantor e Carmelo Bene, e poi Frank Sinatra e Liza Minnelli, ma anche Laurie Anderson e i Tuxedo Moon e Azzurro, e i begli abiti delle signore alle prime liriche e i ragazzi in jeans alle prove generali di Verdi e Puccini) e quelle buie del dopo incendio (le macerie, le inchieste, gli arresti, le polemiche feroci, i processi interminabili, le condanne, le assoluzioni, la ricostruzione che non partiva mai, la ricostruzione che non finiva mai, Formica e Tatarella, Urbani e Sgarbi, Fitto ed Emiliano) si ritrova, qualunque opinione abbia sul prima e sul dopo, senza una risposta, senza una verità che si sia fatta storia della città, da raccontare, da tramandare, da condividere.

La città ha voltato pagina, ma, non avendo potuto concordare su quello che c’era scritto davvero su quella pagina, non ha potuto far altro che chiuderla in una busta da non aprire mai più, anche se lì dentro ci è finito molto più del teatro, un’idea e una pratica di trasformazione, di modernità, di civiltà (e anche persone in carne ed ossa che in quell’incendio persero tutto quello che contava nella loro vita) che sarebbe stata assai utile nei trent’anni che sono passati.

Forse, nell’Italia gaglioffa degli anni Novanta, non poteva che andare così. E quindi anche la storia non raccontabile di Bari e del Petruzzelli è entrata a far parte di quell’inestricabile viluppo di misteri, prepotenze, meschinerie e particolarismi che continuano a condizionare la vita dell’Italia e degli italiani. Almeno fino a quando, magari tra trent’anni, qualcuno non avrà la voglia e la forza di aprire quella busta e di leggere quella pagina della nostra storia.

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