Da solido a gassoso. Così evapora un movimento

Lunedì 28 Settembre 2020 di Stefano CRISTANTE
Su quali basi si regge il Movimento 5 Stelle? Chiesto diversamente: perché una sigla politica arrivata praticamente senza gavetta a primeggiare nelle elezioni del 2013 (25% dei voti) e a vincere quelle del 2018 (32%), nel 2020 sembra in procinto di implodere? Per rispondere bisogna riavvolgere il nastro degli eventi e ritornare al primo decennio del 2000, quando Beppe Grillo, comico irrequieto e di razza, trasformò i propri spettacoli in una specie di post-teatro.

Una proposta, la sua, fatta di battute al vetriolo e di arringhe sulla pochezza della classe politica, sulle opportunità delle tecnologie digitali, sulla inevitabilità di una rivoluzione ecologista, sulla piaggeria dei giornalisti, sulla bontà della democrazia diretta, sullo strapotere delle multinazionali. Il pubblico rideva e ascoltava con attenzione, riconoscendosi in quel tono guascone che non le mandava a dire a nessuno. Seguito da un interessato scetticismo della stampa mainstream, Grillo girava l’Italia e faceva proseliti. Conobbe un manager del primo digitale italiano, Gianroberto Casaleggio, che lo convinse ad aprire il blog beppegrillo.it (2005).

Nel 2007 c’erano stati i “Vaffaday”, giornate dell’insulto libero a tutto ciò che impediva il dispiegamento di una nuova politica gestita direttamente dai cittadini. Qualche anno dopo, nel 2009, Grillo e Casaleggio costituirono di fronte a un notaio milanese l’associazione “Movimento 5 stelle”. L’estro di Grillo e l’immaginazione organizzativa di Casaleggio produssero il loro capolavoro, dimostrando che non era affatto necessario passare per liturgie avvizzite e per campagne acquisti sconsiderate per fondare un nuovo partito. Raccolsero le adesioni dei punti d’incontro tra simpatizzanti (meetup), promossero l’apertura di pagine Fb dei nuclei locali e bombardarono quotidianamente le politiche dei governi in carica dal blog. Dirigenti? Militanti? Non sembrava essercene bisogno: quando c’era un’iniziativa importante i soldi venivano fuori da semplici raccolte fondi tra cittadini, che si materializzavano in uno sciame cooperativo sorto ad hoc.

Ecco il vero “partito liquido”. Nel 2013 questa miscela produsse un risultato che tolse il respiro ai capi-bastone: i 5 Stelle, alla loro prima uscita elettorale nazionale, presero più di un quarto di tutti i voti. Grillo si esaltò e promise che i suoi eletti avrebbero aperto le istituzioni parlamentari come una scatoletta di tonno. Chi erano questi eletti? Non si capiva: alcuni sembravano degli azzimati commercialisti, altri dei gruppettari fuori tempo massimo, altri potevano venire da qualsiasi luogo e da qualsiasi professione. Pochi superarono le centinaia di voti, molti ne ebbero qualche decina. A Grillo e a Casaleggio non importava nulla. I deputati e senatori erano lì a svolgere un mandato, e per questo non servono consensi oceanici né una specifica preparazione politica e amministrativa. Basta un po’ d’impegno e la consegna di una parte del ricco stipendio parlamentare a un fondo per la piccola impresa: per il resto si vedrà. Gli anni dei 5 Stelle nella legislatura iniziata nel 2013 sono anni di opposizione, mentre sorge e tramonta l’astro di Renzi. Si fanno notare per toni massimalisti e contenuti anti-casta, detestano destra e sinistra ma si agitano molto, anche se Grillo appare a tratti voglioso di riprendere la propria vita e Casaleggio si ammala. Morirà nel 2016, qualche mese prima della sconfitta di Renzi sul referendum costituzionale, e che il Movimento si intesterà, tra gli altri.

Altri volti si affacciano alla regia: in primo luogo – ma non solo – Di Maio e Di Battista, mentre Grillo sorveglia da lontano e il figlio di Casaleggio, Davide, gestisce la piattaforma Rousseau, da cui dovrebbero passare le decisioni più importanti, votate sulla base del dogma “Uno vale uno” e tuttavia foriere di grandi polemiche. Il Movimento perde pezzi e pratica una politica dell’allineamento dei deputati di sapore giacobino, ma l’onda lunga del 2013 arriva fino alle elezioni del 2018, la cui comunicazione prende le fattezze del giovanissimo Luigi Di Maio, ormai “capo politico” del movimento. Eppure nemmeno più del 30% dei voti può essere sufficiente per costituire un governo: i 5 Stelle hanno sempre predicato l’impossibilità di alleanze con chiunque, confidando nella follia di un’autosufficienza generata dal progressivo avvicinamento di tutti i cittadini al movimento. Ma un governo s’ha da fare: i 5 Stelle evitano il corteggiamento del Pd e si mettono a lavorare per un “contratto” con Salvini dai toni euro-scettici, presieduto da un neofita della politica, Giuseppe Conte. Solo che Salvini è un “alleato” che procede come una slavina: le sue parole e le sue azioni sono fatte per aumentare i consensi del suo partito, e nella propaganda è il più bravo.

I 5 Stelle sembrano disposti a tutto purché passi la loro proposta di reddito di cittadinanza: la Lega lo permette, ma in cambio esige la rinuncia spettacolare al baricentro ecologista del movimento. La Tap si farà e l’Ilva non chiuderà, di bloccare la Tav nemmeno a parlarne. È un’altra botta micidiale per i 5 Stelle. Quando Salvini pensa di aver fatto il pieno dei like su Fb e del consenso nel paese si sgancia dai 5 Stelle e guarda alle urne che dovrebbero dargli “pieni poteri”. Grillo si scuote dal suo torpore, i deputati 5 Stelle non hanno alcuna voglia di tornare a casa e il nuovo capo-politico, Di Maio, si fa convincere al brusco cambio di rotta in direzione Pd, mentre il premier Conte dimostra abilità politiche e comunicative che gli consentono di umiliare il capo della Lega di fronte al Parlamento, e mentre gli euro-parlamentari 5 Stelle votano la Von der Leyen. Il resto è storia di ieri. La valanga dei voti del 2018 appare del tutto ridimensionata, il morale – nonostante la vittoria al referendum per ridurre i parlamentari – è sotto ai tacchi, e Grillo ha ricominciato a battere sul tasto della democrazia diretta, dando ad intendere che il futuro del movimento andrà cercato nelle consultazioni referendarie, rese possibili dalla diffusione del digitale. La via che indica Grillo non è compatibile con le esigenze dei parlamentari che sono ancora un numero enorme nell’attuale legislatura, quella che dovrà gestire il Recovery Fund. A livello locale i 5 Stelle sono un’aggregazione liquida (o digitale), a livello parlamentare sono un’aggregazione solida (ma divisa in fazioni) e a livello di leadership carismatica sono addirittura gassosi (le epifanie di Grillo). Non dovremmo assistere, per ora, alla auto-cancellazione di un esperimento inedito in Italia e in Europa, ma certamente nella mentalità (e nelle decisioni di voto) degli italiani (anche i più ben disposti) il movimento 5 Stelle si sta posizionando come un luogo senza un centro, ovvero come una grande occasione politica sprecata.
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