Il "salto" che Grillo impedisce al M5s

di Francesco FISTETTI
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Giovedì 1 Luglio 2021, 05:00

La dialettica tra movimenti e istituzioni è una delle molle propulsive della tradizione politica occidentale: per avere un’idea approssimativa basterà pensare al passaggio dal fascismo-movimento al fascismo regime, o nell’Unione Sovietica successiva alla morte di Lenin alla costruzione dello Stato totalitario staliniano. Anche sul terreno di una democrazia costituzionale e di uno Stato di diritto opera un’analoga dialettica, che prende corpo allorché una forza politica fino ad allora rimasta all’opposizione entra direttamente nella sfera del governo. È evidente che in questo passaggio si produca una sua profonda trasformazione derivante dal nuovo ruolo occupato all’interno delle istituzioni, dalla necessità di mettere alla prova i propri valori nel confronto con gli apparati dello Stato, dall’urgenza di formarsi nuove competenze gestionali. In breve, si tratta di selezionare una nuova classe dirigente che si mostri all’altezza delle sfide inedite da affrontare. È quanto è accaduto al Movimento5Stelle che, divenuto nelle ultime elezioni la prima forza parlamentare, si è affidato a Conte, una sorta di extracomunitario rispetto alla comunità fondata da Grillo, affinché lo traghettasse sulla terra incognita del governo del Paese. 

Prima di entrare nel merito della vicenda, che ha senza volerlo una dimensione teatrale debordante soprattutto per le qualità comunicative di Grillo, bisogna insistere su quest’aspetto nient’affatto marginale dello scontro tra i due personaggi. Grillo, non sappiamo se per un’insopportabile ferita narcistica al suo ego o per una smisurata volontà di possesso nei confronti della creatura da lui generata, nel suo messaggio di replica a Conte ha affermato chiaramente che il Movimento5Stelle si può salvare solo se torna alle origini e se recupera la sua vocazione alla partecipazione politica attraverso la democrazia diretta. Le accuse a Conte, che non avrebbe una “visione” né attitudini “manageriali”, nascono dal fatto che Grillo ha con un colpo di spugna azzerato il tormentato itinerario politico di questa legislatura, contrassegnato dal Conte1 e dal Conte2, e sfociato nell’attuale “Grande Coalizione” del governo Draghi. Ma un fiume che scorre verso il mare non può ritornare alla fonte, e, tutte le volte che si è intrapreso un ri-cominciamento (come Machiavelli insegna), non si restaura mai il già-stato, ma si dà inizio a qualcosa di nuovo. Ri-fondare non può mai significare riappropriarsi di un’essenza originaria che sarebbe stata contaminata dalle contingenze storiche: è sempre stata questa l’illusione di chi ha ritenuto che ci sia una purezza delle origini da riportare in vita. Nel nostro caso, ri-fondare il Movimento5Stelle non poteva non significare passare dal movimentismo rizomatico delle origini, filtrato dalla piattaforma Rousseau e da un’idea ambigua di democrazia digitale, a un assetto organizzativo strutturato con degli organi di democrazia deliberativa e dotato di poteri esecutivi, di controllo e di garanzia. In verità, a voler mantenere un partito “unipersonale” o, al massimo, basato su una “diarchia” almeno apparente, perché il nucleo duro del potere spetta al Garante-Grillo, è proprio quest’ultimo. Ma senza questo salto evolutivo il Movimento5Stelle è destinato a esplodere e a perdere l’afflato innovatore che aveva caratterizzato il suo “populismo” delle origini come reazione ai contraccolpi della globalizzazione liberista: per intenderci, non un populismo neonazionalista, razzista, xenofobo, come è avvenuto con altre forze in Europa e in Italia (con Salvini e Meloni). Come sappiamo, sono due forme di populismo che rinviano agli stessi processi di “crisi organica” delle democrazie liberali: erosione della sovranità degli Stati nazionali, precarizzazione del lavoro, polarizzazione della società in ceti sempre più ricchi e in una massa di vecchi e nuovi poveri, degrado crescente dei servizi pubblici (sanità, istruzione, trasporti, ecc.), incuria dei territori, corruzione dilagante che non risparmia Regioni e Comuni che in passato erano un presidio di buon governo, messa in discussione dei diritti sociali e individuali garantiti dalla Costituzione, ecc. Ma le risposte dei due populismi a questi processi del capitalismo globalizzato sono sostanzialmente diverse, se non opposte: non è un caso che l’uno gravita nell’orbita del centro-sinistra e l’altro in quella di centro-destra. Il tentativo di Conte di portare i 5Stelle saldamente sul terreno delle istituzioni, sottraendolo alla morsa demagogica di Grillo e del grillismo d’antan, va visto, dunque, sia come un modo di rafforzare la democrazia parlamentare tenendo aperta la dialettica tra movimenti e istituzioni, sia come una strategia in grado di avviare una politica economica “interventista” di “green deal” e di redistribuzione della ricchezza, che il Recovery Plan rende possibile. Ma non è detto che le cose vadano in questa direzione, perché è sempre la volontà umana a decidere se tutelare gli interessi dei pochi o, invece, il bene comune. 

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