Lo smarrimento di Di Maio, l'ex giovane promessa

Domenica 1 Settembre 2019 di Massimo ADINOLFI
Può uno, a cui è stata offerta a poco più di trent’anni la presidenza del Consiglio dei ministri, non ritrovarsi neppure di lato, di fianco, a palazzo Chigi? Sì, può. E può uno, che è a tutt’oggi il capo politico del partito di maggioranza relativa, non essere designato come vicepremier? Sì, può. Uno che è stato ministro, che ha condotto la difficile trattativa con il Pd, che guida tuttora la delegazione dei Cinque Stelle al governo?

La risposta è sempre la stessa: sì, è ben possibile che uno così dico Luigi Di Maio non veda accolta la sua richiesta, per quanto provi a mettersi di traverso sulla strada del nuovo esecutivo, se accade almeno una delle seguenti cose: i Cinque Stelle perdono rovinosamente le ultime elezioni europee; il governo di cui sei magna pars e su cui hai puntato le tue fiches cade; il nuovo premier incaricato che peraltro è quello di prima, dico Giuseppe Conte viene riconosciuto come il più alto punto di riferimento nel tuo stesso partito, dai tuoi stessi parlamentari.

Ora, si dà il caso che non una soltanto, ma tutte queste cose insieme si sono verificate, una dopo l'altra, nelle scorse settimane, e il ridimensionamento di Luigi Di Maio si è quindi imposto nei fatti, prima ancora che per la volontà degli altri attori politici. Ammettiamolo: l'ex vicepremier vuole vedersi confermato nell'incarico non per mero attaccamento alla poltrona: questo argomento ha certamente presa nell'elettorato grillino, cresciuto a pane e populismo, ma non coglie affatto la sostanza del problema. Che è tutta politica: Di Maio ha capito che, nel gioco dell'oca del potere, rischia di scivolare definitivamente indietro e, chissà, alle prossime elezioni, di stare persino fermo un turno. Ha capito pure che con Conte a palazzo Chigi in un governo che sarà con buone probabilità l'ultimo della legislatura (quale che sia la sua durata) la leadership dei Cinque Stelle è destinata a passare di mano. Non è detto che le mani siano quelle dell'avvocato foggiano, ma è quasi impossibile che siano ancora le sue. Ha capito, infine, che neppure i suoi fedelissimi rimarranno perfettamente allineati, una volta che il Conte bis avrà preso il largo.

Che fare, allora? Quello che Luigino ha provato a fare, con notevole irruenza: incontrare il presidente del Consiglio incaricato Conte, quello che all'indomani delle dimissioni Di Maio aveva definito una perla rara, usando commoventi parole di amicizia, e buttargli tra i piedi il maggior numero di ostacoli possibili alla formazione del governo. I decreti sicurezza, la riforma della giustizia, il taglio dei parlamentari, e via elencando. Le cose su cui le delegazioni dei due partiti stanno ancora discutendo, hanno preso improvvisamente la forma di un durissimo ultimatum: o si fa come dico io, o non si fa. Il fatto è che i 5S non sono più Di Maio: sono Conte, che vuole provarci fino in fondo; sono Grillo e Fico, che spingono da giorni perché il governo nasca; sono, soprattutto, i molti parlamentari che non vedono motivi per legare la loro sorte a quella del Capo, e andarsene a casa anticipatamente, senza alcuna certezza di ricandidatura né, tantomeno, di rielezione. E così l'ultimatum rientra, viene derubricato a invito a discutere di temi e non di nomi, e si va avanti.

Il fatto è che Di Maio, più che spingere, è stato spinto a incontrare il Pd. Il giorno dopo la mozione presentata da Salvini, Di Maio ha subito tuonato contro le voci malevole - messe in giro ad arte, diceva - di un inciucio fra i grillini e i democratici, e ha frettolosamente dato per scontato che si sarebbe votato in autunno. Era il 10 agosto, e per Di Maio era già cominciata la campagna elettorale. Nessuna traccia del Pd (il partito di Bibbiano), nei suoi pensieri. Poi l'iniziativa di Renzi ha cambiato le carte in tavola: non solo tra i dem, ma pure tra i Cinque Stelle, che hanno intravisto la possibilità di evitare le urne. E Di Maio ha dovuto abbozzare. All'uscita dalle consultazioni al Quirinale la delegazione pentastellata rilasciava così la seguente dichiarazione in politichese: «Sono state avviate tutte le interlocuzioni per avere una maggioranza solida che voglia convergere sui punti indicati. Noi non lasciamo affondare la nave». Le interlocuzioni di cui si parlava riguardavano ovviamente il Pd, ma a Di Maio non riusciva di pronunciare la parola: come Fonzie, quel personaggio di una vecchia serie televisiva, sempre in jeans e giubbotto di pelle nera, a cui non riusciva in nessun modo di pronunciare una parola di scuse.

Un'altra cosa non riusciva a Di Maio, in quei giorni, di interrompere definitivamente i rapporti con la Lega. La famosa offerta di guidare un nuovo governo gialloverde, sia o no arrivata per davvero sul tavolo di Di Maio, non aveva alcun senso politico, né alcuna possibilità di concretizzarsi. Non perché rischiava di essere solo un bluff per far saltare la trattativa Pd-5S, ma perché al Senato non avrebbe mai avuto i voti necessari: le defezioni tra i 5Stelle non si sarebbero contate. Di Maio, insomma, guardava ancora alla Lega quando ormai il Movimento di cui è il Capo stava già dall'altra parte. Così, il giovane leader ha provato a trasformare la profferta leghista nel supremo sacrificio personale, per dimostrare come in gioco non ci fosse alcuna sua particolare ambizione. Peccato che Grillo avesse già scritto un post in cui scherzava sulla poltronofilia che alligna tra gli aspiranti ministri pentastellati, pregandoli di accontentarsi di un più modesto sottosegretariato. Il fischio nelle orecchie di Di Maio sarà arrivato a livelli altissimi.

Ma lui non ci vuol sentire comunque, e gioca un'ultima carta, facendo dire ai suoi che non si tratta di accontentare Luigi Di Maio ma di non umiliare il Movimento, mortificando il suo Capo. Vedremo nelle prossime ore che cosa riuscirà ad ottenere con quest'argomento, se lo ritroveremo, cosa assai improbabile, vicepremier insieme a un piddino, dopo esserlo staro a fianco di un leghista (e sarebbe, in questo caso, l'umiliazione di Zingaretti e di ogni pretesa discontinuità) o, più probabilmente, ministro di qualcosa pur che sia. In questo secondo caso, Di Maio non uscirà del tutto di scena, ma i fasti del 2018 per lui non torneranno più.

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