La scuola che non fa trovare più lavoro

Domenica 23 Gennaio 2022 di Enrico DEL COLLE

Siamo allarmati perché il virus non smette di tormentarci e siamo disorientati perché le attività formative, produttive e lavorative procedono “a strappi” tra insicurezza e disagi; siamo altresì preoccupati in quanto i miglioramenti economici stanno rallentando di intensità e non possiamo permettercelo (basta osservare l’attuale shock energetico, l’inflazione che aumenta, la frenata dei consumi).
Si può sintetizzare così il momento che stiamo attraversando. E alla luce di questo “turbinio” che si è abbattuto sul Paese, il Governo ha preso misure via via più restrittive. Senza voler entrare nel merito di queste scelte della Politica - “suggeriamo” però di fare molta attenzione a quali indicatori fare riferimento per scelte così “condizionanti” e soprattutto per il conseguente impatto comunicativo sui cittadini – ci sembra interessante fermarci un momento a riflettere sugli effetti (e conseguenti reazioni) che tali decisioni hanno sul sistema educativo, visto che la questione è molto più seria di quanto alcune “sommarie” conclusioni vogliono far apparire. Diciamo subito che sulla ripresa delle lezioni in presenza il premier Draghi è stato lapidario spiegando in modo esaustivo perché è improponibile tenere chiuse le scuole anche per qualche settimana: “se si chiudono le scuole anche il resto deve essere chiuso”. I ragazzi/e – nel dover ricorrere a forme “ibride” di didattica rischiano di perdere momenti preziosi dal punto di vista formativo e lavorativo, con conseguenze negative soltanto differite di qualche anno. Infatti, ci sono ritorni occupazionali dell’istruzione così chiari da non ammettere incertezze interpretative: attualmente il tasso di occupazione dei 20-34enni, in possesso di un titolo di studio terziario da almeno tre anni, è pari a circa il 64% (65% all’inizio della pandemia e 70% dieci anni prima, fonte Istat), mentre per coloro che sono in possesso di un titolo secondario superiore è poco più del 50% (53% all’inizio della pandemia e circa il 61% dieci anni prima); la stessa misura a livello di media Ue è oggi rispettivamente dell’84% e del 72%.
Questi semplici numeri ci dicono molte cose: innanzitutto il beneficio occupazionale della laurea rispetto al diploma è tangibile (14 punti percentuali) e lo è ancora di più tra diploma e licenza media inferiore (16 punti percentuali); oltre a ciò, appaiono evidenti (purtroppo) altri aspetti non proprio positivi, ovvero il continuo ridursi dei suddetti tassi di occupazione e l’ampio divario rispetto alla media europea, dimostrando così una transizione formazione-lavoro dei nostri giovani molto più difficoltosa. E’ qui che dobbiamo intervenire anche ripensando una lungimirante offerta didattica della Scuola (e dell’Università), perché ci sono posizioni lavorative che nasceranno e che dovranno trovare competenze adeguate. Stiamo parlando di una possibile integrazione, con più digitalizzazione, dei due più importanti versanti della cultura: il tecnologico-quantitativo e l’umanistico-qualitativo. Volendoci proiettare, quindi, in un futuro non troppo lontano, lo sforzo da compiere è quello di non alterare quel delicato equilibrio tra la competitività e la coesione sociale, tra le esigenze tecnologiche e quelle delle persone. Ricordiamo sempre che i computer sono “alunni” molto compiacenti, non dimenticano mai gli “insegnamenti” ricevuti, ma quello che apprendono dipende dalla qualità dei loro “maestri”. I giovani, portatori delle loro originalità, devono arricchire il proprio bagaglio educativo sui banchi di scuola, per sapersi poi confrontare nei colloqui di lavoro e/o nei concorsi e non soltanto per ottenere il tanto desiderato “pezzo di carta”. A proposito di concorsi, la gestione dei fondi del Next Generation Eu prevede un massiccio reclutamento di personale nella Pa; siamo certi che sarà “guidato” da trasparenti criteri di meritocrazia ed i presupposti normativi ci sono tutti. È un’ottima occasione per dare ai nostri giovani un segnale “europeo” incoraggiante, non perdiamola.

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