La rissosità della società civile e la vera sfida della politica

La rissosità della società civile e la vera sfida della politica
A chi ancora crede nella falsa contrapposizione tra una “società civile buona” e una “società politica cattiva”, consigliamo di riflettere su ciò che è accaduto nell’affollato mondo forense salentino negli ultimi mesi, in occasione del rinnovo dei vertici dell’ordine professionale. Tra insulti, veleni, reciproche minacce di querele, ricorsi e contro-ricorsi, colpi bassi, accuse di conflitti di interessi, denunce di brogli e maldestri tentativi di manipolazione dell’informazione abbiamo assistito a uno spettacolo disgustoso. Anzi, penoso. E sia chiaro: del tutto irrilevante appare dove stia la ragione. Nessuno può ritenersi portatore di verità e privo di responsabilità quando vengono così brutalmente maltrattati e calpestati il senso delle istituzioni, la cultura del rispetto e la ricerca della mediazione.

Al confronto, la campagna elettorale di questi giorni a Lecce - dove pure è in palio una poltrona ambita e di grande fascinazione, sicuramente più importante di una presidenza o di un seggio in un ordine professionale - si staglia per stile, aplomb ed eleganza di comportamenti.
Basterebbe questo per fare i complimenti a tutti i candidati sindaci, che hanno tenuto a bada anche le frange più estreme dei mazzieri da tastiera, e conclamare che la società civile non ha né titoli né meriti per sedersi nei banchi di chi accusa, o addirittura di chi processa ed emette sentenze. Potremmo, anzi, dire con una battuta che la società civile è parte preponderante del problema, non della soluzione.

Ma la questione è molto più complessa per liquidarla con una battuta, investe i tratti distintivi della nostra società, è la cartina al tornasole di ciò che siamo, ciò che dovremmo essere e che non riusciamo a diventare. Perché il fenomeno non riguarda soltanto il mondo forense. Tutt'altro.
Negli ultimi dieci anni quasi tutti i più importanti segmenti della vita sociale e culturale del Salento, attraverso i quali si organizza e si manifesta la società civile nella dimensione pubblica, sono stati dilaniati e paralizzati da forti contrapposizioni, spesso culminate nelle aule di giustizia. E quando, ripetutamente e diffusamente, i destini di istituzioni, associazioni, comunità vengono decisi nei Tribunali vuol dire che siamo di fronte a una patologia grave, non a un malanno passeggero. Degli avvocati abbiamo detto. Ma come dimenticare le rese dei conti, anche a colpi di querele, nel vecchio Ordine dei medici? O le profonde contrapposizioni all'interno dell'Ordine degli architetti? E come dimenticare - nell'allargare i confini della società civile - a ciò che avvenuto fino a sei anni fa nell'Università del Salento, e poi all'Accademia di Belle arti, in Confindustria, alla Camera di Commercio, in Confcommercio?

Come non rabbrividire di fronte al fatto che anche il mondo del volontariato e della solidarietà - che di per sé dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto - è stato ed è lacerato da divisioni, contrapposizioni, gelosie, protagonismi, esalatati ipocritamente nel nome dei più deboli? Ecco perché è non solo ingeneroso, ma fuorviante mettere sul banco degli imputati sempre e solo la politica e i politici, assecondando la salottiera auto-assoluzione della presunta società civile a dispetto della presunta minorità - prima di tutto, intellettuale e morale - della società politica.

Sarebbe piuttosto il caso di chiedersi perché, qui più che altrove, i segmenti pubblici della società civile diventano terra di battaglia e di conquista, di feroci duelli personali e di scontri tra bande, persino più avvelenati di quelli che avvengono nella politica. Perché qui, come sosteniamo da tempo, il potere reale, prima ancora che nei partiti e nella politica, continua ad avere il suo centro di gravità e, soprattutto, di continuità nel blocco che si è venuto costituendo nei decenni intorno alle élite della borghesia delle professioni e della borghesia intellettuale. E come è avvenuto in gran parte del Mezzogiorno, per l'assenza di un'autentica rivoluzione borghese e di un'altrettanta autentica egemonia culturale capace di dispiegare un disegno complessivo di organizzazione della società, anche nel Salento il rapporto che la borghesia delle professioni ha stabilito con la dimensione pubblica e con la comunità è in larga parte di tipo utilitaristico, interessato, personalistico, a tratti affaristico.

La litigiosità e le contrapposizioni per conquistare le moderne casematte del potere civile, che interloquiscono con il potere politico, quasi mai sorgono su un progetto e una visione generale. Si consolidano, piuttosto, sulla base di esigenze e interessi particolari, convergenze corporative e bisogni individuali, rapporti amicali se non addirittura familiari, su cui vengono formandosi cordate e gruppi di pressione per soddisfare le proprie necessità nella camera di compensazione. In questa rete relazionale di tipo essenzialmente predatorio con la dimensione pubblica, anche l'impegno civico risulta di fatto inquinato, come risulta devastato il sentimento di comunità, nel senso che la comunità - professionale, di categoria o generale - diventa terra di conquista, oggetto di cui appropriarsi e non un insieme in cui diluirsi e con cui allearsi. Il falso civismo in politica, con la proliferazione di liste e candidature civiche, rappresenta solo l'ultima variante di questa deriva.

Siamo al circolo vizioso che da secoli tiene prigioniero il Mezzogiorno: l'ordine politico non riesce a costituirsi in una società così decomposta e parcellizzata, a sua volta una società non riesce a ricomporsi se manca la decisiva condizione di un ordine politico. La nostra storia gira intorno a questo maligno circolo vizioso. E intravedere una fuoriuscita continua a essere difficile. C'è un passaggio storico, però, che va colto. È la spinta al cambiamento che sale dal processo di trasformazione economica e sociale in corso nel Salento, è l'emergere di quei nuovi ceti sociali che sta producendo la riconversione del modello di sviluppo: nuovi bisogni, nuove domande di governo e nuove aspettative dalla gestione delle istituzioni pubbliche.

Per i ceti emergenti, la conservazione dei vecchi equilibri e la gestione delle vecchie casematte del potere civile, che contrattano in modo corporativo e personalistico con il potere politico, rappresentano una camicia di forza, una trappola, una zavorra, un freno alla crescita. Hanno bisogno di progetti e di governo del territorio, hanno bisogno che funzioni il sistema-città con regole condivise, avvertono ormai l'inadeguatezza della contrattazione e della soluzione individuali nella camera di compensazione. Se la politica sa rispondere a questa sfida, con coraggio e lungimiranza, quel circolo vizioso si può finalmente spezzare.

Anche per questo, e lo diciamo sapendo di sfidare l'impopolarità, la scelta più rivoluzionaria oggi è diventata l'iscrizione a un partito, l'adesione a una comunità nel nome di un progetto e di un'idealità di vasto respiro, territoriale e non, piuttosto che la partecipazione all'orgia di un indistinto e falso civismo, dietro cui si nascondono molti dei vizi che hanno alimentato il rapporto di tipo predatorio della cosiddetta società civile con la dimensione pubblica. Con un'aggravante rispetto al passato: la presenza, dietro le quinte, di lobby sempre più opache e di interessi ancora più famelici.
 
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Domenica 19 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 20:25