La ricca stagione del Rinascimento nel Salento oscurata

Pala d'altare di Paolo Veronese per Fulgenzio Della Monica, foto: da
Insegno Storia dell’arte all’Università di Lecce da quasi un quarto di secolo; vengo da Cremona, una città un poco più piccola ma che, con i dovuti distinguo, rappresenta una realtà in fondo non troppo diversa da quella che mi ha accolto il primo luglio del 1995. Radicato nella Bassa padana e nelle sue nebbie, ho deciso di non trasferirmi e di continuare a vivere dove sono nato: una scelta faticosa di pendolarismo estremo che tuttavia mi ha consentito di mantenere una giusta distanza per poter osservare con un certo distacco il succedersi delle cose e degli eventi.
La premessa è necessaria perché, in ventiquattro anni, ovviamente, Lecce è molto cambiata ed è entrata a buon diritto, con tutto il Salento, nelle mete turistiche internazionali, con presenze, flussi e numeri inimmaginabili alla fine dello scorso millennio. A questo boom turistico non ha fatto riscontro, se non episodicamente, a mio avviso, un’offerta espositiva adeguata sul versante della riscoperta del proprio passato e, in particolare, della ricerca alcuni momenti storici ben precisi.

Vengo al punto: nel corso degli anni mi sono accorto grazie ai sopralluoghi, agli studi condotti e alla crescita intellettuale e civile di alcuni miei allievi che Lecce non è solo ed esclusivamente Barocco. Questa affermazione potrà sembrare una banalità, ma non vorrei che fosse presa per una bestemmia o per un reato di lesa maestà l'osservazione, molto meditata, che la stagione precedente, quella del Rinascimento, è ancora meglio del Barocco: sia nei termini di qualità formale vera e propria, che per il prestigio delle presenze di opere e artisti di grande momento. C'è tuttavia qualcosa che impedisce, oggi, di capirlo pienamente, ed è il cosiddetto peso delle assenze: la fortunata e lunghissima stagione barocca, così singolare, eccentrica e suggestiva, ha in gran parte cancellato quella precedente. Mi è sempre sembrato molto strano e troppo brusco, sintetizzando un po' brutalmente, che si debba passare dallo splendore tardogotico degli affreschi di Galatina o di Soleto agli arzigogoli funambolici nell'ardua pietra leccese che ornano le facciate e le cappelle delle chiese barocche.
Possibile che del Rinascimento vero e proprio - del secondo Quattrocento e del Cinquecento - oltre al polittico vivariniano oggi al Museo Castromediano, non esista proprio niente che possa testimoniare di una stagione invece così splendente e feconda in ogni angolo d'Italia? E infatti stiamo scoprendo che Lecce ha avuto un Rinascimento ricco di testimonianze figurative di un livello qualitativo - in proporzione - infinitamente superiore a quello del Seicento e del Settecento. C'è l'arrivo nell'area salentina di opere eseguite da alcuni dei principali artisti italiani dell'epoca, seguendo le rotte di una linea adriatica ancora in gran parte da ripercorrere; si può assistere, soprattutto, alla formazione - finora mai sospettata e di conseguenza mai analizzata nei termini filologici e scientifici corretti - di una scuola locale che non ha niente da invidiare agli artefici operosi nei secoli successivi, anzi.
Questi ragionamenti sono partiti diverso tempo fa, trovando di volta in volta conferme oggettive: tra queste il ritrovamento, nella National Gallery of Ireland a Dublino, di una straordinaria pala d'altare eseguita da Paolo Veronese per Fulgenzio Della Monica, sindaco di Lecce negli anni Sessanta del Cinquecento, che la vuole per la cappella della sua celebratissima villa di delizia suburbana, oggi smembrata e inglobata in brutti condomini a pochi passi dal centro. La scoperta è dovuta a un mio bravo allievo, all'epoca dottorando di ricerca, Andrea Fiore: con lui e con un'altra mia allieva, Stefania Castellana (e non dimenticando Floriana Conte Coluccia, che ora insegna all'Università di Foggia, la quale ci ha accompagnato in un lungo tratto di questo percorso), abbiamo iniziato a mettere insieme le tessere di un mosaico che di giorno in giorno, tra documenti d'archivio e monumenti figurativi, rivelava cospicue novità di un panorama che si faceva mano a mano sempre più nitido. Una Lecce e un Salento in gran parte sconosciuti, una trama intricata di parentele e di committenze autorevolissime ecclesiastiche e laiche, aristocratiche e mercantili , una serie di opere d'arte sulle quali riflettere, in parte sconosciute, in parte poco contestualizzate o lette in maniera non sempre soddisfacente, incroci e migrazioni di artisti e manufatti; una documentazione d'archivio poco esplorata che apre scenari quasi del tutto inediti e di grande rilievo storico e figurativo.
Così abbiamo elaborato nel corso del tempo l'ambizioso progetto di una mostra dedicata proprio al Rinascimento in Terra d'Otranto, con dipinti, sculture, intagli, tarsie, arti congeneri, da allestire negli ambienti del Castello Carlo V (una sede, per altro, massimamente evocativa) e, in prima persona l'ho presentato al sindaco di centro-destra Perrone, poi al sindaco di centro-sinistra Salvemini. Entrambi si sono dimostrati entusiasti, ma il progetto è ancora lì: fermo, immobile. O meglio, è cresciuto negli intendimenti di quelli che lo hanno elaborato, ai quali si è aggiunto di recente Simone Facchinetti, arrivato come ricercatore a Unisalento con un curriculum di tutto rispetto ed è stato, tra l'altro, l'organizzatore di importanti mostre di tema rinascimentale alla Royal Academy di Londra e alla Frick Collection di New York.
I due sindaci erano rimasti molto colpiti dall'idea di riportare a Lecce dall'Irlanda, almeno temporaneamente, la pala eseguita dal Veronese per Fulgenzio; ricordo poi, un paio d'anni fa, l'interesse dell'allora assessore Agnoli e della soprintendente Piccarreta durante una cena a San Cataldo, con me e Andrea Fiore che snocciolavamo le varie proposte e l'elenco delle opere da esporre, in una sequenza serrata ed emozionante. Non sto ora a ripercorrere progetto e opere, voglio soltanto sottolineare che, nelle intenzioni di chi l'ha pensata, è una mostra scientificamente ineccepibile e molto - ma molto - spettacolare: quello che manca a una città la cui vocazione turistica è cresciuta in maniera esponenziale ma che non sempre riesce a offrire risposte adeguate in termini di manifestazioni o eventi legati al proprio passato meno noto o a fenomeni artistici che richiedono una più complessa riflessione rispetto ai temi alla moda, sempre più frusti e ripetitivi. In questo caso si tratta di un'iniziativa in cui conoscenza e filologia si sposano a una qualità del tutto particolare delle opere esposte e, soprattutto, si racconta una storia nuova: si spiegano fenomeni, si creano gerarchie artistiche e si riscopre un momento dimenticato. Così prende forma la Lecce del Rinascimento, a partire dalla rovinata e pochissimo nota, ma bellissima tavola del 1507 nel Museo delle Benedettine, la Madonna con il Bambino e San Giovanni Evangelista, eseguita da un ottimo pittore leccese - e non veneto o napoletano come è stato detto finora - per la badessa Raimondina Guarino. Ed è una storia locale ma non trattata in chiave localistica, perché si tratta di un'iniziativa e mi si perdoni la scarsa modestia, ma chi scrive, per età, ha organizzato e partecipato a tante mostre: tra l'altro, al Louvre, agli Uffizi, a Brera; ed è fermamente convinto che questo sia, tra tutti, il progetto più bello e innovativo a cui ha lavorato senza alcun dubbio di ampio respiro internazionale.
Temevo, con il mio gruppo di lavoro, che il carrozzone ministeriale della grande esposizione di Matera Capitale europea della cultura 2019, Rinascimento visto da Sud, potesse bruciare il nostro lavoro: così per fortuna non è stato, perché gli intenti sono diversi ed è stata convocata soltanto un'opera di quelle da noi previste in mostra. Si può dunque partire: esistono le società di servizi, fatte apposta per reperire i fondi necessari, come ogni città d'Italia sa bene: le mostre-pacchetto preconfezionate, buone per ogni occasione, sono un'altra cosa. Qui si vuole fare buona storia e buona storia dell'arte, tutti insieme, per una volta, ognuno con il suo ruolo ben definito sotto l'egida della soprintendenza, con il Museo Sigismondo Castromediano, gli enti locali e quelli religiosi e un team di studiosi di Storia dell'arte moderna targato, con chiarezza, Unisalento.
Il nostro progetto è qui: ci terrei che entrasse nei programmi dei candidati a sindaco di Lecce nelle prossime elezioni del 26 maggio e che ci fosse la volontà concreta di poterlo finalmente realizzare. Sarebbe una crescita per la città, per il Salento, per il Sud.
Marco Tanzi
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Giovedì 9 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:45