La morsa da evitare tra l'andare oltre e il tornare indietro

La prima buona notizia è che le sorti della città sono state riaffidate nelle mani dei leccesi. Da ieri, non dipendono più dagli umori, dai veti e dagli interessi di uno, due o tre consiglieri transfughi, diventati arbitri in questi ultimi mesi dell'agenda politica e amministrativa di Lecce. Finalmente. Era questa, il ritorno al voto, la strada maestra indicata dal nostro giornale già un anno fa, subito dopo la sentenza del Consiglio di Stato che riconsegnava la maggioranza consiliare al centrodestra. Aver inseguito un patto di governo con tre consiglieri eletti nel centrodestra, evidentemente telecomandati a distanza da manovratori dietro le quinte, pronti a dare o a togliere la fiducia a seconda delle contingenze e delle convenienze, è stato un errore. Tattico e strategico. Tattico perché si sapeva che sarebbe stata una fiducia a tempo (già un anno fa era noto che la spina sarebbe stata staccata per tornare alle urne nella primavera del 2019), in attesa di un assestamento del centrodestra, dopo i veleni e il duro scontro seguito alla sconfitta elettorale, e con l'esplicito obiettivo di logorare l'immagine del sindaco e della giunta di centrosinistra.
Strategico perché non poteva essere certo quel patto a sostenere e a supportare la cosiddetta agenda del cambiamento tanto sbandierata dal centrosinistra in campagna elettorale.
Ora che i tre transfughi sono tornati alla casella di partenza, richiamati all'ordine da nuovi e vecchi maggiorenti che si stanno accordando sugli incastri di poltrone in palio nelle ravvicinate scadenze elettorali, il dado è tratto. Ma si rifugga dalla retorica dell'inganno e del tradimento. Il centrosinistra ammetta, anche con i novelli scienziati della politica della sua rete civica, che i tre transfughi non erano statisti un anno fa e non sono traditori oggi. E il centrodestra, di converso, si convinca che i tre transfughi non erano traditori allora e non sono salvatori della patria oggi. Si è trattato semplicemente di una tipica operazione trasformistica, figlia di quel poco nobile filone politico che tanti danni ha provocato nella storia d'Italia, dall'unità ad oggi, a Roma come in periferia, in particolare nel Mezzogiorno. E che tanti danni potrà arrecare alla Puglia nei prossimi mesi e anni se andranno in porto, magari con riscontri elettorali, le tante, anzi troppe operazioni che dalla Regione ai Comuni si stanno incubando in nome dell'insopportabile slogan andare oltre, di quella scialba e ingannevole bandiera, colorata con una spruzzatina di civismo, che presenta il cambiamento come superamento di vecchie divisioni e steccati.
Si può disquisire a lungo, come è stato fatto di recente anche su queste colonne, se il cosiddetto patto per la città tra centrosinistra e Prima Lecce abbia ottenuto risultati importanti o meno in questo anno. Elementi di innovazione e segnali di discontinuità ci sono stati, non c'è dubbio. Soprattutto sul fronte della trasparenza e di una gestione meno amicale e proprietaria dell'istituzione. Ma si tratta di materia molto opinabile, sulla quale si possono trarre bilanci divergenti nell'analisi costi-benefici per la città. Il punto chiave è che una agenda del cambiamento, se davvero autentica, ha bisogno di una visione e di una condivisione profonde, uno sguardo lungo sull'orizzonte, ed è stato francamente illusorio aver cercato visione, condivisione e pensiero lungo con un Finamore qualsiasi. Ecco perché un anno fa si sarebbe dovuto ridare subito la parola ai cittadini, offrendo sul tavolo traballante del centrodestra le firme che mancavano allo scioglimento anticipato del Consiglio.
Va dato atto, comunque, al sindaco Salvemini di aver tenuto la barra dritta e di non aver ceduto a patti leonini o sottobanco per assicurarsi la fiducia dei tre transfughi, come pure più di qualcuno nel suo schieramento sollecitava nel nome del realismo politico e con l'intenzione di trasformare il rapporto in un'alleanza organica. L'aver rifiutato, in questi mesi, qualsiasi spartizione o mercimonio di poltrone, poltroncine e nomine in cambio della fiducia in Consiglio è stato un punto di forza di Salvemini, che si è voluto attenere alle due paginette di impegni sottoscritti nel cosiddetto patto di governo. Per la città meglio così. Per il sindaco dimissionario un destino segnato visto il profilo dei contraenti l'alleanza.
La seconda buona notizia è che dopo l'approvazione della manovra di ieri, ultimo atto prima delle dimissioni e dalla raccolta delle firme per lo scioglimento del Consiglio, la situazione dei conti del Comune di Lecce si presenta molto meno drammatica. Anche qui va riconosciuto a Salvemini l'onore delle armi, per il coraggio e il senso delle istituzioni, sempre più raro di questi tempi, a Roma come negli enti locali. Il buco nei conti, accertato e denunciato dalla magistratura contabile, non da agenzie di parte, è emerso dopo vent'anni di amministrazioni del centrodestra. Il sindaco avrebbe potuto affrontare la crisi in modo superficiale, a volo d'uccello, scaricando sui futuri amministratori e, soprattutto, sui futuri leccesi l'ipoteca del dissesto e della bancarotta. Invece è andato giù duro, affrontando la non certo brillante situazione della Lupiae e utilizzando la scure nel tagliare rami secchi, pur sapendo di andare a toccare interessi, connivenze e complicità che avrebbero creato fibrillazioni nella sua maggioranza. Il centrodestra avrebbe fatto bene ad assumere un atteggiamento diverso sul fronte del risanamento - tenere i conti in ordine riguarda tutti, non una sola parte -, un atteggiamento più costruttivo e più coerente anche nel (non) voto in aula. Vale la pena ricordare che se ieri la manovra fosse stata bocciata, non solo sarebbe stato consegnato ai futuri amministratori - anche quelli di centrodestra che aspirano legittimamente a vincere le prossime elezioni - un Comune praticamente in dissesto, ma sarebbe potuta scattare la giusta tagliola della decennale incandidabilità per chi ha avuto responsabilità dirette nella creazione del buco. Spesso, purtroppo, l'incoerenza e l'ipocrisia in politica pagano, ma può anche capitare che i cittadini apprezzino chi parla il linguaggio della verità e assume decisioni coraggiose benché impopolari. Vedremo.
Ora si apre la campagna elettorale. Nel campo del centrosinistra tutto dipende da Salvemini. Se deciderà di ricandidarsi non avrà alcun problema a ottenere la nomination. È l'unico nome competitivo in uno schieramento che resta sinistrato e con un Pd fantasma, come hanno confermato gli ultimi test elettorali. Solo un rifiuto del sindaco dimissionario potrebbe dare sostanza alle voci che si rincorrono circa l'ipotesi di un rassemblement civico di centrosinistra, sponsorizzato da Bari e anche da qualche ex sindaco leccese, che vedrebbe in pole position come candidato a Lecce il vicesindaco uscente Delli Noci e, tra un anno e mezzo, una corsa di Salvemini per le regionali. Sarebbe l'inveramento anche a Lecce di quell'andare oltre che Emiliano sta perseguendo a tappeto in Puglia per scongiurare una clamorosa sconfitta in Regione. L'auspicio, per i leccesi innanzitutto, è che Lecce non cada in questa melassa. E Salvemini non può non tener anche di questo nel valutare se ricandidarsi o meno.
Nel campo del centrodestra, invece, è molto probabile che il candidato uscirà dalle primarie, nonostante le persistenti riserve di Forza Italia, l'unica strada che può scongiurare le divisioni e i veleni di due anni fa. Anche qui si rincorrono voci su incastri di candidature e scambi di poltrone tra Comune e Regione, senza perder d'occhio le Europee, dove correrà Fitto, il quale ha tutto l'interesse a una ricomposizione del quadro rispetto alle comunali di due anni fa, senza porre veti e senza ulteriori lacerazioni. Resta il nodo del rinnovamento e della discontinuità rispetto al passato, nelle facce e anche nei metodi di selezione delle candidature dopo il flop di due anni fa e, soprattutto, dopo le successive inchieste giudiziarie che hanno lanciato ombre sinistre su quelle esperienze. Rinnovamento e discontinuità fortemente invocate dal sodalizio MoviMenti, l'esperienza più vivace e interessante registrata negli ultimi anni nel centrodestra leccese sul fronte dell'innovazione programmatica e anche di uomini. Ecco, se nel centrosinistra il rischio è l'affermarsi della (in)cultura politica di andare oltre, nel centrodestra il rischio è quello di tornare indietro. La città, una città in cammino, meriterebbe sicuramente altro.
 
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Martedì 8 Gennaio 2019 - Ultimo aggiornamento: 12:21