La guerra nel Mediterraneo con un’Italia senza governo

Tre leader, come Trump, Macron e Teresa May, dalla statura politica incerta, discussi e sotto pressione nei loro Paesi, hanno deciso unilateralmente di sferrare l’attacco missilistico in Siria. Forse un modo per distogliere l’opinione pubblica dalle loro difficoltà interne ricorrendo a pericolose dimostrazioni muscolari nel tentativo di mettere all’angolo la Russia di Putin con il suo enorme arsenale nucleare.
Una sfida inutile e rischiosa per un’azione di forza che non ha la copertura delle Nazioni Unite. Sul teatro mediorientale già incendiato è stato riversato un altro carico di benzina e ora c’è da sperare che il fuoco non dilaghi oltre i confini regionali e che Damasco non diventi la Sarajevo degli anni Duemila. Ad invocare la pace e il dialogo con la forza e la chiarezza necessarie resta Papa Francesco. Che è già tanto, ma non basta.
L’Italia guarda distrattamente a questi nuovi venti di guerra, poche parole per dire e non dire, mentre la Germania di Angela Merkel esce allo scoperto e si chiama fuori da ogni iniziativa militare. Il presidente del Consiglio Gentiloni è frenato dalla sua naturale prudenza, ma anche dal fatto che è in carica solo per il disbrigo degli affari correnti. Così si limita a far sapere che “gli Usa restano il nostro principale alleato”. Tuttavia a quell’alleato si può sempre ricordare che non sono i missili e le bombe la risposta più efficace alla crisi mediorientale e che le controversie internazionali vanno risolte con altri mezzi, sinché è possibile. Sull’iniziativa di guerra di Usa, Francia e Gran Bretagna, Gentiloni ha cercato una posizione mediana: ha ridimensionato l’accaduto parlando di “azione circoscritta” e ha aggiunto che “non è e non può essere l’inizio di un’escalation”. Parole caute, destinate a cadere nel vuoto e che comunque restano coperte dal fragore delle armi e dalle reciproche minacce di rappresaglia. E’ il prezzo che paga un Paese da tempo in mezzo al guado e senza politica estera.
Del resto chi può farsi carico in modo credibile e forte di un confronto con gli alleati sulla situazione internazionale se non c’è un governo nel pieno dei suoi poteri? E’ il problema che ha l’Italia nella complicata fase politica apertasi dopo il voto del 4 marzo. Il presidente della Repubblica Mattarella, nell’accorto e saggio esercizio del suo alto incarico, offre garanzie sulla tenuta del nostro Paese, ma è di tutta evidenza che tocca alle forze politiche assumersi le responsabilità più ampie accelerando sui passaggi che portino alla formazione di un nuovo governo capace di fronteggiare le gravose emergenze interne ed esterne. Servirebbero convergenze politicamente sostenibili e decisioni chiare. Invece, i partiti che hanno ottenuto i maggiori suffragi dagli elettori sembrano preferire quella logica dei veti che porta ad una sorta del gioco dell’oca con il costante ritorno alle casella di partenza. Così nulla si decide e nulla si fa, mentre i problemi del Paese si aggravano.
Il M5S, con il suo capo politico Luigi Di Maio, ripete di essere il primo partito italiano, per questo rivendica la premiership, ma allo stesso tempo non sembra avere ben presente un piccolo-grande “dettaglio”: non dispone di una maggioranza parlamentare autonoma e quindi ha bisogno di allearsi con qualcuno. Ma con chi? Per Di Maio è indifferente la linea politica del potenziale partner: l’accordo - o contratto alle tedesca, come preferisce chiamarlo - lo può fare indifferentemente con il Pd o con la Lega (non con Berlusconi, però), come se democrat e leghisti fossero espressione di programmi convergenti e non irriducibilmente divergenti, come in effetti sono. L’idea che prevale è che i grillini siano disposti a fare un esecutivo purchessia e che il loro principale obiettivo è di occupare Palazzo Chigi anche a discapito di qualsiasi principio di coerenza politica: un fatto di potere, insomma, non altro. Non è un bel segnale per chi vanta ad ogni piè sospinto la sua affidabilità e la sua disinteressata onestà.
Sull’altra sponda, con altrettanta ambiguità, sembra muoversi Matteo Salvini: il capo leghista è riuscito a spodestare Berlusconi dalla guida del centrodestra e ora vuole passare all’incasso. C’è chi parla di un’intesa già scritta con i Cinque Stelle e in questo caso si tratterebbe solo di attendere l’esito delle elezioni in Friuli, il prossimo 29 aprile, per assistere al fatale abbraccio tra i due nuovi gemelli della politica italiana. Salvini nega un tale scenario e continua a sostenere che la Lega farà un governo con i Cinque Stelle solo a patto che siano coinvolti Berlusconi e la Meloni. Ma, si sa, la politica è l’arte del possibile e i cambiamenti di orizzonte sono dietro l’angolo, quando la voglia di governare prevale sulla necessità di fare bene e di rispettare la parola data.
C’è da chiedersi se un’intesa a due tra Cinque Stelle e Lega non sia politicamente troppo debole e troppo sbilanciata per rispondere alle reali esigenze di un Paese che ha bisogno di una guida responsabile, capace e il più possibile condivisa per dare risposte efficaci sul terreno minato delle emergenze sociali, della sicurezza, delle riforme, del rapporto con l’Europa e del ruolo internazionale.
Sono tante le cose da fare e con urgenza, il messaggio lanciato dagli elettori non lascia adito a dubbi: lotta alla povertà, alla disoccupazione e al precariato diffuso soprattutto tra i giovani, sostegno a chi cerca o perde il lavoro in modo da rendere meno traumatico il ri/collocamento, nuove politiche di crescita economica che abbiano al centro lo sviluppo del Mezzogiorno, spending review per abbattere sprechi nei servizi pubblici e costi impropri della politica, potenziamento dei servizi sociali. C’è poi il capitolo della sicurezza e della gestione del fenomeno immigratorio: si deve certamente cambiare registro, ma per farlo non bastano le sparate demagogiche. Così come serve una svolta nel rapporto con l’Europa con l’apertura di una fase nuova, di maggiore collaborazione e condivisione delle scelte nell’interesse di tutti i Paesi. L’Italia deve essere anche in grado di conquistare un nuovo protagonismo sullo scenario internazionale in modo che la sua presenza e la sua parola contino di più nel lavoro di rafforzamento del processo di pace e di dialogo tra i popoli.
Un’agenda impegnativa, che farebbe tremare i polsi a chiunque si trovasse nella condizione di doverla gestire. Sempre che sia consapevole del compito immane che lo attende e che comprenda il significato reale del messaggio di rivolta uscito dal profondo di un Paese sfibrato, sfiduciato e anche pervaso dal rancore. Un ultimo appello alla politica per metterla alla prova. Sempre che la politica riesca ancora ad ascoltare.
Chiunque, se animato da buon senso e ragionevolezza, non farebbe fatica a comprendere la necessità di una convergenza ampia per assicurare risposte rigorose, efficaci e tempestive, come chiesto dagli italiani nel segreto del voto.
Servirebbero unità di intenti, convergenze programmatiche, invece continuano a prevalere le divisioni e gli egoismi settari. Le schermaglie tra i partiti, la tracotanza di un personale politico improvvisato ed eterodiretto fatta di preclusioni e veti, l’incapacità di capire la differenza tra ottenere più consensi nelle urne ed avere i numeri per governare, rendono pesante il momento politico tanto che lo stesso presidente Mattarella non ha esitato a rendere nota la sua viva preoccupazione. Probabilmente mista al disagio nel vedere spinti ai margini del confronto politico quei partiti riformisti e moderati, come il Pd e Forza Italia, che più sarebbero in grado di dare copertura e senso istituzionale a scelte di governo difficili e di garantire tenuta e credibilità del Paese di fronte all’Europa e ai consessi internazionali.

 
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Domenica 15 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:58