L'educazione alla razionalità aiuta i bambini a superare le difficoltà

Lunedì 5 Novembre 2018 di Domenico LENZI
Qualche tempo fa su Venerdì di Repubblica, a firma Michele Serra, è uscito un articolo sollecitato da Stefano Belisari – l’Elio delle Storie tese, padre di un bimbo autistico – e dallo psicologo Lucio Moderato – che segue il piccolo – al fine di porre l’attenzione sul problema dell’autismo; uno dei tanti disturbi dello sviluppo cognitivo, le cui cause non sono ancora state determinate. Tuttavia spesso si è gareggiato nel cercare di darne le spiegazioni più astruse, tra cui quella che ha fatto esplodere il controverso caso No-Vax. Però è stato statisticamente accertato che, con le vaccinazioni o senza, l’incidenza dell’autismo è di circa l’1% degli individui. In fatto di autismo, si può dire che esso dipenda da un’alterazione dello sviluppo neurologico, che – come ha precisato Serra – “produce forti limitazioni nelle relazioni umane, tendenza alla chiusura, alla maniacalità […]”. Sulla stessa linea, secondo studi recenti, nell’autismo sarebbe implicato un eccesso di connessioni neuronali che finiscono col rendere difficile la selettività percettiva. E non a caso Michele Serra ha scritto che nei soggetti autistici: «[…] l’attenzione è sovrastimolata […] i neuroni sono il nostro impianto elettrico, se lo sottoponi a uno sforzo eccessivo il fusibile salta». 

Noi siamo completamente d'accordo. Se stimoliamo eccessivamente i nostri fanciulli, se li ingozziamo di informazioni di ogni genere senza un coordinamento, senza un'analisi di quello che propiniamo loro non solo li avviamo a una sorta di obesità informativa, ma aumentiamo il loro senso di privazione in termini di razionalità. E da questo punto di vista l'abbandonarli al loro smartphone o davanti alla televisione accresce il problema. Non tanto perché essi avvertano una mancanza d'affetto, come a volte si pensa, ma perché ciò può portarli a credere che non gli vengano date le giuste spiegazioni in quanto non sono in grado di comprenderle. Donde l'insorgere di frustrazioni e di una rinuncia alla comunicatività per il fatto di sentirsi, a torto, incapaci di capire. E ciò accentua i problemi non solo di chi ha difficoltà di tipo cognitivo come autistici, dislessici e discalculici ma anche dei cosiddetti bimbi normali.
I perché dei piccoli sono ben noti. Essi sono ansiosi non solo di apprendere, ma anche di comprendere il perché dei fatti e il senso delle cose. Perciò è importante intervenire al più presto, ponendo in essere attività e procedure opportune, tra le quali l'educazione alla razionalità è un fatto fondamentale, che può realizzarsi solo avviando per tempo i nostri bimbi a una percezione, quella analitica, che consiste nell'utilizzare quando sia necessario ogni elemento dell'informazione ricevuta tramite i nostri sensi. Ciò non in contrapposizione, bensì in sinergia con la percezione globale; che gestisce la maggior parte delle informazioni che noi acquisiamo, per la nostra naturale tendenza a una organizzazione globale di ciò che ci appare.

La percezione è il processo che elabora l'informazione da noi acquisita, che possiamo intendere come una sorta di immagine che si accende nel nostro cervello. Più precisamente, la percezione è il modo in cui tale immagine viene trattata e accomodata utilizzando quanto già conosciamo (Jean Piaget - 1896-1980 - chiamò accomodamento tale fase); poi essa, una volta interpretata, viene adattata e fatta coesistere con le nostre conoscenze pregresse (l'adattamento, secondo il Piaget). Molti anni prima, Hermann Helmholtz (1821-1894) aveva chiamato l'accomodamento e l'adattamento rispettivamente stadio analitico (in cui la nostra mente cerca di analizzare l'immagine trasmessa dagli organi sensoriali) e stadio sintetico (in cui l'informazione ricevuta si integra con le vecchie conoscenze).

Però c'è da dire che la fase analitica della percezione spesso risulta carente, non essendo stata sufficientemente attivata. Ricordo che qualche anno fa una bambina cinque anni e mezzo a cui era stato mostrato l'indice e il medio di una mano, disse che quelle dita indicavano il tre. Avendole ribattuto che si trattava del due, ella precisò che lei il due lo indicava col pollice e l'indice. La bimba era stata privata della possibilità di utilizzare gli aspetti analitici della percezione numerica, facendole pensare che un numero si indicasse come nel gioco delle carte, dove ci si tocca il naso, un orecchio o si fa l'occhiolino per far capire al proprio compagno che si ha una certa carta.

Sulla base di questo esempio ma se ne potrebbero dare degli altri c'è da dire che, affinché la percezione analitica possa essere acquisita, è importante avviare per tempo i bambini a scoprire i primi elementi di aritmetica. Questi sono il frutto di un'evoluzione della nostra specie, diventata significativa circa 40-50 mila anni fa con l'avvento dell'Homo sapiens sapiens. Perciò il bambino a tre anni ma anche prima, purché opportunamente stimolato potrà apprendere cosa significhi contare, rimanendo nell'ambito della scansione uno-due-tre. Poi intorno ai quattro anni, avendo capito il significato del contare entro il numero cinque, egli potrà essere avviato alla comprensione delle prime piccole addizioni e sottrazioni nel senso del mettere insieme o del togliere oggetti, che gli si farà svolgere rimanendo nell'ambito dei numeri delle dita, prima di una mano e poi di due. Senza fretta, non importa che il bimbo conosca i numerali da uno a dieci (a volte anche in inglese, come alcuni genitori o insegnanti vantano) se non ha compreso cosa significhi contare.

A conferma di quanto detto accenno brevemente a un esperimento occasionale fatto con una bambina di 2 anni e qualche mese, che non sapeva di avere due mani, due orecchie e perché indicasse la sua età con l'indice e il medio. Dopo una breve spiegazione pratica, le fu chiesto quanti occhi avesse. Lei fece ballare le palpebre in successione come se stesse contando poi esclamò: «Due!»
A quell'età, attività di questo tipo stimolano i bambini alle loro piccole riflessioni. Queste sollecitano la percezione analitica e l'attivazione della razionalità sin dai primi anni. Gli insegnanti dovrebbero rendersi conto di ciò e sostituire un'aritmetica ragionata a una di tipo mnemonico, che spesso purtroppo è improntata all'insegna dell'impara e fai così.

Inoltre, con alunni che nella scuola primaria denotino difficoltà in aritmetica, sarà opportuno riprendere dall'inizio le nozioni della disciplina, svolgendo un'azione di recupero che faccia capire come i concetti si siano via via evoluti. In concreto, se un alunno ha difficoltà nello svolgimento delle moltiplicazioni a prescindere dalla conoscenza della tavola pitagorica, che non va né demonizzata, né esaltata sarà bene accertare se ne ha compreso il significato in termini di addizioni ripetute, ed avendo capito il significato di queste nel senso del mettere insieme e non soltanto nel senso del procedere lungo la filastrocca dei numeri.
E forse si capirebbe che spesso la discalculia non è un fatto fisiologico, organico, ma è frutto di un'attività didattica carente. Ultimo aggiornamento: 20:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA