Il contagio e l'allarme: il diritto di avere risposte più chiare

Lunedì 24 Febbraio 2020 di Mauro CALISE
La crisi del coronavirus si sta con rapidità epidemica trasformando da allerta sanitaria in emergenza politica. Siamo entrati in poche ore in quella zona decisionale che in linguaggio giuridico si chiama stato d'eccezione. Sotto lo sguardo spaventato e disorientato dei cittadini si stanno prendendo a cascata e a catena una serie di misure di limitazione delle libertà personali che hanno carattere di radicalità senza precedenti.
Probabilmente era inevitabile. Anzi, togliamo pure il probabilmente. Visto che, nell'incertezza dei dati, non c'è ragione di dubitare delle migliori intenzioni dei governanti che, in questi difficilissimi frangenti, hanno fatto la scelta dirompente di mettere in isolamento undici comuni coi loro cinquantamila abitanti. E chiudere le scuole e la gran parte dei luoghi pubblici di aggregazione di quattro regioni che sono il motore economico del paese. Però, fatta salva la sacrosanta preoccupazione di ognuno per la propria salute personale, è d'obbligo non abbassare la guardia per quella della democrazia. E ciò che sta succedendo in questi giorni solleva almeno due quesiti cui dobbiamo sforzarci di rispondere.

Il primo riguarda il corretto flusso delle informazioni. L'impennata del tutto inattesa - nel numero dei contagiati ha contribuito non poco all'adozione delle misure draconiane nella giornata di ieri. Però, non sarebbe stato male dare molto più risalto alla considerazione di buon senso, fatta dal presidente del Consiglio, che questo picco fosse probabilmente dovuto al diffondersi di controlli più accurati. Visti i tempi dell’incubazione, e i ritardi nell’allarme dalla Cina, il virus aveva già cominciato a diffondersi prima che si chiudessero gli ingressi. E i contagi sono saltati fuori non appena è iniziato lo screening mirato delle zone più a rischio. Mettere in risalto questo nesso aiuterebbe a ridimensionare il fenomeno anche – e soprattutto – nei confronti della comunità internazionale. Il record italiano in Europa potrebbe significare soltanto che siamo – molto – più avanti nelle misure preventive.

In questo sforzo di orientamento dell’opinione pubblica, resta fondamentale fornire un quadro scientifico il più possibile univoco. Lascia alquanto stupefatti leggere le considerazioni di un medico autorevole e impegnatissimo in prima linea, come la dottoressa Maria Rita Gismondo, direttore del Dipartimento di microbiologia, virologia e diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano, centro di riferimento per i contagi in Lombardia. L’affermazione nel suo post che «Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale» e che tutto ciò le sembra «una follia, una follia che farà molto male, soprattutto dal punto di vista economico» non sarà stata fatta certo alla leggera. E la sprezzante risposta di Burioni non può essere sufficiente a risolvere una così abissale discrepanza di opinioni nel mondo scientifico.

Una pronuncia netta e chiara sul punto del ministro della Sanità è il minimo che ci si possa aspettare.
Tanto più – ed è il secondo e più drammatico quesito – che il decreto legge approvato sabato sera dal Consiglio dei ministri ha creato le condizioni normative per un effetto domino potenzialmente devastante. Il testo prevede, infatti, che «nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio, le autorità competenti sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica. Tra le misure sono inclusi, tra l’altro, il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune». In pratica, se un caso simile dovesse verificarsi a Milano, la città verrebbe chiusa d’ufficio, pena la responsabilità del sindaco di sottrarsi a una legge dello Stato. Passi – con qualche doverosa perplessità – la serrata di undici cittadine del lodigiano. Ma ci sono davvero condizioni così estreme per chiudere, con un solo contagio, Milano – o Roma? E con quali, incalcolabili conseguenze economiche? E con quali, ben più alti, costi per la tenuta del tessuto civile e democratico del Paese?

Non si tratta di aprire fronti polemici. Ma ci sono domande alle quali vanno date risposte chiare, anzi chiarissime. La prima e più importante salute pubblica di cui preoccuparci resta quella della democrazia.

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