Sfidare sé stessi: Zlatan Ibrahimovic e il valore del monologo sul palco di Sanremo

Lunedì 15 Marzo 2021 di Antonio ERRICO

Dice che quando scendi in campo puoi vincere o puoi perdere, che ha giocato 945 partite, ne ho vinte tante, ma non tutte proprio. Dice che ha vinto 11 scudetti, ma che ne ha anche perso qualcuno. Ha vinto tante Coppe, ma ne ha anche persa qualcuna. 
Dice che ha fatto più di 500 gol, ma ne ha anche sbagliato qualcuno. Però il fallimento non è il contrario del successo: è una parte del successo. Ogni giorno puoi fare la differenza: impegno dedizione concentrazione.
Se non sfidi te stesso non puoi crescere, dice.
Una delle cose più belle, forse proprio la più bella cosa, dell’ultimo festival di Sanremo, è stato il monologo di Zlatan Ibrahimovic.
Poche parole che stringono il senso del successo. Poche parole che dicono di umiltà e di coraggio. Giorno dopo giorno. Ora per ora. Minuto che segue minuto. Senza lasciarsi sopraffare mai dallo conforto o dall’euforia. Senza avere mai paura che si possa perdere, ma anche senza deprimersi quando che si perda succede. Perché non si può comprendere che cosa significhi vincere qualcosa senza avere consapevolezza di che cosa significhi perderla. Non si può sentire sulla pelle, dentro il cuore, nel luogo più profondo del pensiero, l’emozione che viene da un successo, se non si è sentito com’è quando tutto l’universo ti si schianta addosso e ti schiaccia, ti annienta per un tempo più o meno lungo, più o meno breve.
Non vale solo per un campione. Vale per tutti. Non vale per la coppa del mondo. Vale per i confronti con se stesso e con quelle che sono le faccende che ogni giorno riguardano ciascuno. Vale nelle storie che si attraversano, nelle esperienze che maturano, in quello che ci accade dentro e intorno. Vale a qualunque età, in qualsiasi situazione, per ogni sentimento e per ogni ragione nei confronti di tutto quello che coinvolge la nostra esistenza.
Forse occorre andare sempre oltre nelle cose che si fanno ma non si deve andare mai oltre quello che si è. Che vuol dire, per esempio, non pensare mai che sia possibile spianare quella che nei “Dialoghi con Leucò” Pavese chiamava la montagna dell’infanzia, perché lì fummo fatti ciò che siamo. Che non si debba dimenticare mai la gente e il luogo da cui si proviene, né nascondere le parole che ci sono appartenute, né le idee alle quali si crede o si è creduto, né il poco dal valore immenso che si è avuto o il molto da nessun valore che è mancato.
Bisogna accettare di fare i conti con gli errori. Perché sono gli errori che insegnano a contare. In particolare quegli errori che si fanno con coraggio e con coscienza.
Ai calci di rigore di Italia-Brasile, allo stadio Rose Bowl di Pasadena, Roberto Baggio sbagliò l’ultimo rigore.
Baggio era uno che faceva prodezze, un campione che cercava la perfezione. Ma sbagliò il rigore ai Mondiali.
Disse: i rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli. Allora forse si impara veramente qualcosa quando si fanno i conti con gli errori e con il coraggio di commetterli. Quando si capisce che non si può e non si deve dare mai nulla per scontato e che la perfezione non esiste. Quando ci si accorge che al di là della competenza, dell’esperienza, della maestria, c’è qualcosa di indefinito, di imponderabile, di misterioso che chiamiamo con il nome di fortuna, o di caso, o di destino. Allora forse è l’errore che determina l’apprendimento più significativo, che consiste nel fare esperienza della verità che il successo dura appena appena il tempo di un istante, che svapora da un istante all’altro, e proprio nell’istante in cui non lo avresti mai previsto e neppure vagamente sospettato, e proprio dopo aver giocato da gladiatore una partita decisiva. Si apprende veramente che cosa significhi perdere qualcosa quando dalla memoria risalgono fino agli occhi le immagini, nitide o sfocate, di tutte le volte che si è vinto. È da quel momento, da quelle immagini, da quella sensazione di smarrimento che si ricomincia. Dedicando gli insuccessi a se stessi e dedicando i successi agli altri.
Se non sfidi te stesso non puoi crescere, dice Zlatan Ibrahimovic. Se non ci si impone di riprendere il cammino dal punto in cui ci si è fermati, dove si ha desiderio di arrivare non si arriva. Ma non è necessario che il cammino si riprenda con il passo che si aveva quando si è fermato. Non è necessario nemmeno che il bagaglio sia lo stesso, che sia la stessa compagnia, oppure che si abbia lo stesso sentimento nei confronti della solitudine se il cammino lo si fa da solitari. Non è nemmeno necessario che sia uguale l’entusiasmo. È necessario, essenziale, invece, credere che il cammino si possa fare. Fidarsi di se stessi per potersi sfidare. Forse è una regola che si può applicare in ogni contesto, in ogni situazione: in un campo di calcio, in un’aula di scuola davanti ad un Tacito che non si fa tradurre, ad un problema che non si fa risolvere, o davanti ad uno spartito che si inchioda ad una nota, ad una tela che non restituisce il colore del cielo che si distende oltre la finestra, davanti ad una pagina di romanzo che per mesi resta vuota. Davanti agli imprevisti che ogni giorno ci attraversano la strada. Si può applicare in ogni contesto, in ogni situazione, ma è comunque indispensabile la condizione che la sfida sia rivolta sempre e soltanto a se stessi e a nessun altro. A nessun altro mai.

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