La crisi energetica/Le rinnovabili e le domande con cui dover fare i conti

di Beppe MORO
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Mercoledì 9 Marzo 2022, 12:06

La crisi energetica in Europa, con rilevanti ripercussioni nel nostro Paese, è in queste ore febbrili al centro di molte analisi. Non si tratta solo di un effetto dell’offensiva russa nei confronti dell’Ucraina né quest’ultima rappresenta il suo culmine. È bene chiarire, inoltre, che non ci si riferisce solo alla crisi delle riserve, ovvero quanta dote di energia hai per i prossimi mesi, ma quando (e come) sceglieremo di produrre energia. In poche parole, quale sarà il futuro del nostro “energy mix”, attualmente nelle mani del ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani?
Una dote, si sa, o la si ha per eredità oppure te la devi andare a cercare. L’Italia in questi anni – dalla rinuncia al nucleare alla riduzione dell’estrazione degli idrocarburi - ha scelto la seconda ipotesi, perché produrre energia, con una lettura molto semplicistica, è diventato sinonimo di disastri ambientali. Senza mettere minimamente in dubbio la portata del dramma di Chernobyl, in Italia gli eventi maggiormente rilevanti sono dovuti alla logistica e ai trasporti dell’energia (il caso di Viareggio su tutti).
In questi giorni di conflitto bellico, vi è un epifenomeno rispetto all’energia che non va sottovalutato. Come d’incanto da Paese a forte vocazione “non nel mio giardino” (Nimby) ovvero “non nel mio mandato elettorale” (Nimto) ci siamo trasformati in assertori convinti del sì. Vogliamo produrre maggiore energia. Se rinnovabile, meglio.
Eppure, basta leggere i dati sul portale del Nimby Forum di Alessandro Beulke per apprendere che, nel 2017, nel settore energetico gli impianti più contestati non erano le attività di estrazione di idrocarburi bensì l’installazione degli impianti di produzione delle energie rinnovabili (il 73% del totale degli impianti rilevati), biomasse, fotovoltaico ed eolico su tutti. Con la Puglia nelle primissime posizioni di questa poco edificante classifica.
Dunque, la domanda sorge spontanea: in una fase storica come questa, l’energia conta solo averla oppure sceglierla? Come ha scritto Ferruccio De Bortoli nell’inserto del Corriere della Sera “l’Economia” dello scorso 28 febbraio “salvate il soldato gas. Quando c’è una guerra conta averla l’energia, non sceglierla”.
Davanti a noi si presentano i maggiori pericoli, quelli che per intenderci la relazione annuale dei Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) inserisce tra le priorità in merito alla decarbonizzazione e alla strategia europea per le energie rinnovabili.

A riguardo, il ministro Cingolani ha affermato in un’intervista a Il Foglio del 28 febbraio: “Dobbiamo svincolarci dalla dipendenza estera, ma non siamo pronti (e non lo saremo a breve) con le rinnovabili”. Soprattutto, perché siamo “all’anno zero” sulle rinnovabili sia dal punto di vista di individuazione delle aree idonee (siamo in attesa dei decreti attuativi del D. Lgs. 199/2021) sia dal punto di vista del coordinamento dei quadri normativi regionali in materia di paesaggio.
E ancora il ministro afferma che dobbiamo estrarre più gas casalingo (esempi: mar Adriatico da Rimini ad Ancona e i bacini offshore a largo della Sicilia) ma “sono 35 miliardi che non apri con un cavatappi” e sono “una frazione di 70 miliardi di consumi” sul totale di quelli necessari.
Quindi concretamente come potrà funzionare l’energy mix tricolore? E con che tempistiche? Non è una domanda provocatoria, sia ben inteso. Ma probabilmente come hanno affermato il sottosegretario agli Affari Europei Enzo Amendola e il commissario Paolo Gentiloni c’è bisogno di una “Unione Europea energetica comune”. Del resto prima dell’Unione Europea cosa c’era? La Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio, la Ceca. Così come il carbone e l’acciaio erano i pilastri del Secondo dopoguerra, oggi le energie sono uno dei pilastri fondamentali della nuova storia dell’Europa. Aggiungo: delle energie e delle “terre rare”.
La corsa verso le energie rinnovabili (e la corsa alla mobilità elettrica) sta richiedendo un enorme quantitativo di materie prime con un incremento esponenziale atteso della domanda di ben sei volte entro il 2040. Ciò avrà un inevitabile impatto sugli attuali scenari e sugli equilibri geopolitici più di ogni altra questione, anche di quella energetica.
Definizione di un quadro normativo nazionale e locale adatto alle sfide che ci attendono (ma sufficientemente rigoroso per impedire abusi), riduzione della nostra dipendenza energetica puntando su un energy mix diverso, capacità di guardare oltre le contingenze per costruire un’Unione tra Stati anche a tema energetico. Come sempre le emergenze sono imprevedibili e si affrontano nel momento in cui ci travolgono, ma non possiamo permetterci di perdere l’opportunità di prendere decisioni e realizzarle in modo coerente negli anni a venire.

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