I nativi digitali nell’oceano senza sponde

Domenica 3 Marzo 2019 di Antonio ERRICO

Hanno lo sguardo affondato nella lontananza di un universo in cui forse c’è tutto, in cui forse c’è nulla, incantati da un prodigio virtuale che li proietta in uno spazio sconfinato, in un tempo indefinito, mentre invece sono lì, nella loro cameretta, davanti allo schermo di un computer, dentro pomeriggi che non hanno stagioni.

Sono quelli che chiamiamo esseri digitali, nativi digitali. Digito ergo sum. Creature di un’epoca che ha mutato radicalmente l’antropologia, le modalità di pensiero, la logica, gli strumenti del conoscere e del comunicare, i sistemi di riferimento, le forme di relazione sociale, le modalità di apprendimento, i significati di informazione e di cultura. Navigano nell’oceano senza sponde di Internet. Possono avere con il clic di un secondo informazioni che una volta pretendevano ricerche di giorni, o di anni. Così è cambiato anche il concetto stesso di ricerca, che non è più costruzione di significati, ma acquisizione di dati, spesso inespressivi.

Gli adolescenti di oggi rassomigliano a quelli di ieri. Sono spavaldi e fragili. Hanno sogni, insofferenze, valori, paure, desideri, entusiasmi, ribellioni; hanno bisogno di sentirsi considerati, ascoltati, protetti; hanno bisogno di qualcuno che dia loro un consiglio e bisogno di opporsi e di rifiutare i consigli, di sentirsi al centro del mondo e di scappare dal mondo. Rispetto agli adolescenti di ieri forse sono più soli. O forse no; come si fa a dire. Forse hanno un diverso concetto, una diversa esperienza di solitudine e di compagnia. Ma se si dice che sono soli, allora si deve anche dire che siamo stati noi – gli adulti – a destinarli al confino delle loro camerette virtuali.

Massimo Ammaniti, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo, autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali s’intitola “Adolescenti senza tempo”, dice che messi davanti agli schermi fin da piccoli, arrivano all’adolescenza già con una dipendenza digitale che incide negativamente sulla loro capacità di scambio e di comunicazione. Dice che non sperimentano più la possibilità di stare da soli con se stessi, senza intermediazioni. Che vengono privati della solitudine e della noia, occasioni creative in cui il ragazzo cerca di immaginare mondi diversi.

Loro ragionano e apprendono in modo completamente diverso da quello in cui hanno ragionato e appreso gli adolescenti di ogni tempo. Perché hanno storie diverse, esperienze diverse, un immaginario individuale e collettivo diverso, un diverso sistema simbolico e culturale, differenti strumenti di acquisizione delle conoscenze e, di conseguenza, differenti modalità e tempi; hanno interessi differenti. Il loro apprendimento non funziona in modo consequenziale perché si confrontano con contesti e situazioni globali e dalla globalità sono avvolti, per cui apprendono in modo globale. La condizione multimediale in cui vivono determina il loro processo di apprendimento. Conoscono cose che nessun adolescente ha mai conosciuto, che nemmeno gli adulti conoscono. Per la prima volta nella storia dell’umanità, le generazioni che vengono si ritrovano nella condizione di dover insegnare alle generazioni che vanno. Michel Serres, il filosofo ed epistemologo francese ha detto che, senza rendercene conto, nel tempo che va dagli anni Settanta ad oggi, è nato un nuovo essere umano. Il nuovo essere umano ha un pensiero diverso e quindi un diversa visione della realtà, una diversa immaginazione, un altro concetto di creatività e una sua diversa espressione.

E’ sempre difficile, azzardato, incoerente, giudicare le faccende che riguardano la cultura degli uomini con le categorie del bene e del male.

Per cui i mutamenti culturali non son bene e non sono male. Sono, in modo semplice e in modo complesso allo stesso tempo, trasformazioni con cui occorre fare i conti e che bisogna imparare a governare.

Quando Theuth inventò la scrittura, il re Thamous disse che quelle lettere avrebbero prodotto solo dimenticanza. Così racconta Platone nel suo “ Fedro”. Invece la scrittura diventò la più fedele ancella della memoria.

Quando quelli che chiamiamo nativi digitali sono arrivati da queste parti, si sono ritrovati negli occhi le immagini che scorrevano su uno schermo. Forse anche l’occhio di una telecamera che filmava le contrazioni del loro volto che sembravano un sorriso. Non c’è niente di male in tutto questo. Non c’è mai niente di male nelle forme della civiltà. Il male è venuto dopo, e non è stato portato da loro. E’ venuto quando abbiamo assunto a poco prezzo la baby setter che si chiama televisione e ad essa li abbiamo affidati. Poi ne abbiamo assunta un’altra che si chiamava computer, che con la prima ha cominciato a fare i turni.

Noi ci siamo fisicamente e psicologicamente allontanati da loro e loro, probabilmente per reazione, per compensazione, hanno trasformato in presenza concreta tutto quello che è realmente lontano. La tecnologia è appunto l’abolizione della lontananza. Telefono, televisione, telematica, hanno la loro radice nell’avverbio greco tele: lontano. Attraverso il mezzo, la lontananza si riduce fino a scomparire. Loro vivono in una coesistenza di passato e presente, di lontano e vicino. Possono spostarsi virtualmente in ogni tempo e in ogni luogo; possono virtualmente appropriarsi di ogni storia e di ogni geografia. Non hanno limiti, non hanno confini. Sono viaggiatori, esploratori di territori sconfinati. Nel corso del viaggio possono scoprire paesaggi meravigliosi, sirene, creature favolose, i templi e i cerchi infernali, la poesia e la sua negazione. Allora devono saper distinguere, devono imparare a scegliere.

Gli adulti non hanno altro significato, non hanno altra funzione. Non possono fare altro che insegnare alle generazioni che arrivano in quale modo si possano percorrere le strade che si trovano e si troveranno di fronte, come non farsi confondere ai bivi, come scegliere che cosa sia meglio per se stessi, per tutti. cosa sia meglio per se stessi, per tutti.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA