Riscoprire la bellezza di un paese a Sud del Sud

Domenica 18 Ottobre 2020 di Antonio ERRICO

FAI d’autunno. Oggi. Luoghi da scoprire. Da riscoprire. Se non è possibile anche solo da pensare, da ricordare, immaginare. Un luogo in cui tornare, in cui riavvolgere il tempo, dove sentire anche un poco di dolciastra nostalgia. Dove ritrovare qualcosa di sé, un’appartenenza. Un luogo della bellezza: di quella bellezza che vale soltanto per sé, per la propria memoria, per il proprio pensiero. Il centro storico di un paese, per esempio. Uno di quei paesi a Sud del Sud. Magari una sera che non è più estate e non è ancora inverno, e la piazza è deserta, e la statua al centro della piazza è ancora più sola, e il palazzo ducale che viene chiamato castello è ancora più vuoto, e il campanile ancora racconta l’ansia degli uomini di raggiungere il cielo, e la chiesa che sembra poter accogliere la preghiera di ogni fede. Il luogo di una bellezza solitaria, che forse per questo è una bellezza maggiore. Bellezza che appartiene al passato, che resiste al tempo, e alle ferite che porta. 


Un paese a Sud del Sud, per esempio: con una piazza, cinque panchine e una chiesa di umile barocco, e un silenzio che cola leggero come la brina. Sulla facciata della chiesa passa soltanto una luce di luna. Senza artifici, senza l’interferenza di nessun’altra luce. Perché la pietra appartiene ai raggi del sole oppure allo scuro, a seconda che sia il tempo di un mattino o di una sera. Poi da un angolo svolta una ragazza, si avvicina alla piazza, si siede sulla panchina. 
 

È una ragazza che avrà novant’anni, giorno più giorno meno, con un ferro tra i capelli, di quelli che lavorano la lana, e una stampella che appoggia alla panchina, per compagnia silenziosa. 

La ragazza parla da sola, a voce alta. Oppure no, non parla da sola: forse parla alla luna, forse parla a qualcuno che vede lei sola. Parla da sola oppure a qualcuno, oppure alla luna, guardando la chiesa, con parole e con frasi che non si riesce a sentire, poi ogni tanto si ferma e incrocia le braccia e scuote la testa, come se volesse negare a se stessa qualcosa, come se volesse dissentire da qualcuno. 

Si avvicina un cane, un randagio grigiofumo, si stende ai suoi piedi, si rotola, alza le zampe, guaisce ruffiano. La ragazza gli dice qualcosa con voce ferma, come un rimprovero, un disappunto, un affettuoso scontento. Forse la ragazza di novant’anni e il randagio si conoscono da tempo. Forse quello che si dicono è un discorso più volte sospeso. C’è un velo di nuvola rosa intorno alla luna e una brezza leggera che scivola fra i vichi, si spande per la piazza, accarezza i vestiti. 

I rintocchi segnano i quarti dell’ora. Però si ha l’impressione che quel rintocco del tempo non sia altro che una finzione. Si ha l’impressione che il tempo non esista davvero, che sia parte di una scena recitata dall’Eterno, una di quelle scene con le quali si rammemora a ciascuno il proprio essere finito e infinitamente piccolo. 


Un luogo da scoprire, da riscoprire, in questi giorni d’autunno. Se non è possibile anche solo da pensare, da ricordare, immaginare. Un paese in cui ritrovarsi, forse, riconoscersi, anche. Per esempio un paese a Sud del Sud che sembra il paese di una filastrocca, uno di quei paesi costruiti sulle pianure dei libri di lettura. 


Da una persiana all’improvviso si affaccia una voce. Un canto sommesso. Un sussurro appena più forte. Una ninnananna, forse, in lingua antica. Un griko, forse. Voce di donna. Limpida, arrochita solo in qualche accento, in una modulazione. Quasi che quel passaggio di canto sia un abbandono al ricordo che porta con sé il brivido leggero di un sogno segreto. 
Forse era così il canto delle sirene. Forse è così la voce di un desiderio tremante e lungotempo taciuto. Il lamento per una pena nascosta forse è così. 


Poi i rintocchi del campanile spengono la voce. Come se avessero segnato la conclusione di un tempo, o come se da quel momento cominciasse un’altra vita, quella della notte che è separata, diversa, distinta da quella del giorno. 

La bellezza di un luogo forse è un paese così, a Sud del Sud: che pare venuto fuori da una poesia di Vittorio Bodini o di Vittore Fiore.

È un paese che si riprende tutto il sapore della memoria. Un luogo che oscilla tra passato e futuro, mentre il presente scorre come il rigagnolo lungo il marciapiede che viene da vasi di fiori appena innaffiati. È un paese situato sul confine fra la realtà e l’immaginazione, dove ogni cosa sembra che sia vera e sia falsa ad un tempo solo, dove sembra che tutto sia già accaduto, che tutto debba ancora accadere, e le ore che passano non hanno dolore oppure hanno un dolore cosciente, pacato, forse anche sapiente, perché sanno che è parte delle stagioni, come la felicità, la giovinezza, l’allegria e la tristezza, l’euforia, la malinconia. La vita e la morte.

È un paese che vive un’attesa pacata del giorno a venire. Forse come il geco che si muove lentamente nell’ombra del fogliame di un rampicante che si distende sul muro. 
La bellezza è in questo rifugio: in un paese che come diceva Pavese essenzialmente vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. 

L’orologio batte quattordici rintocchi. Undici forti, tre deboli, soffici. Manca un quarto alla mezzanotte. Ma è l’ora sbagliata di un orologio rimasto indietro, che nessuno ha pensato di aggiustare, perché qui il tempo che conta è quello di dentro, quello profondo. 
La bellezza di un paese è un paese così, a Sud del Sud, in una sera così. 
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA