Il silenzio elettorale violato in lungo e in largo: cambiare una legge ormai fuori tempo

Lunedì 4 Ottobre 2021 di Massimo ADINOLFI

E se ci prendessimo tutti una bella vacanza, prima del voto? In realtà, la legge elettorale non arriva a tanto, ma impone, a partire dalla mezzanotte di venerdì, il silenzio elettorale. Niente propaganda, dunque: niente affissioni, niente dichiarazioni, niente tribune televisive. Quando si giocava al gioco del silenzio, anche una storta sillaba pronunciata per sbaglio rappresentava una violazione. Nel giorno del silenzio, invece, Berlusconi va a votare e si intrattiene con i giornalisti. Matteo Renzi presenta il suo libro e ci infila un po’ di propaganda. Giorgia Meloni rilascia un video furente di oltre sette minuti, pubblicato su Facebook. Matteo Salvini spara post a raffica, sempre su Facebook, e immagino (non ho il tempo di controllare) sia attivissimo anche su altri social. Non solo i leader nazionali: si muovono anche le pagine di alcuni candidati sindaci. Catello Maresca, ad esempio, proprio in queste ore sente il bisogno di ricordare un premio ricevuto, e soprattutto la volta memorabile in cui incontrò Diego. Virginia Raggi non rinuncia a ribadire il suo amore per la Città Eterna mentre, a Torino, nel regno sabaudo, Valentina Sganga manda messaggini e Stefano Lo Russo usa le ultime ore per calorosi ringraziamenti: ai lavoratori, ai volontari, allo staff.

Dissuasione nulla

Insomma, che senso ha? La norma sul silenzio prevede una multa di poche centinaia di euro: il valore dissuasivo della sanzione amministrativa è praticamente nullo. Allora dovrebbe funzionare la sanzione sociale: la violazione dovrebbe provocare perlomeno l’indignazione dei cittadini. Ma così non succede, e non succede nemmeno (non è mai successo) che, dopo il voto, lo sconfitto chieda di votare nuovamente perché il vincitore non ha rispettato il silenzio. Come quando un giocatore entra in area prima che il rigorista abbia calciato: l’arbitrio fischia e fa battere il rigore di nuovo. Invece no, non va così: nessuno si sogna di chiederlo, nessuno teme che accada. Nessuno considera l’irregolarità così grave da invalidare il risultato, neppure quando una manciata di voti separa il primo dal secondo.

Qualche polemica, qualche articolo di giornale, qualche attivista che si incazza, ma nulla che infici la regolarità del voto. E allora domandiamo di nuovo: che senso ha? Tanto più che nessuno si accorge del silenzio. Quando la legge fu varata, negli anni Cinquanta, non andare in giro per comizi e non comparire in tv significava per davvero fare silenzio: la differenza tra il giorno prima, di campagna elettorale, e il giorno dopo, di fine campagna, si percepiva distintamente. Oggi invece no, dal venerdì al sabato alla domenica sembra tutto uguale, e il profluvio di informazioni, notizie, servizi, messaggi in chat e messaggi in Rete, prosegue indisturbato. Tutti possono prendere la parola, e quasi tutta la prendono. È come se qualcuno chiudesse la finestra di casa, per non sentire i rumori della strada, e, a finestre chiuse, ci fosse lo stesso rumore di prima: che senso avrebbe, allora, imporre la chiusura delle finestre?

Le parole e la consapevolezza

Prima delle scorse politiche, l’Agcom, l’Autorità Garante, formulò il suo auspicio (niente più che un auspicio: la legge, vecchia di quasi settant’anni, non può dir nulla al riguardo), «che anche sulle piattaforma fosse evitata, da parte dei soggetti politici, ogni forma di propaganda». Mai auspicio rimase più inascoltato. Ma si capisce perché: non siamo più abituati, non sappiamo neppure come sarebbe fatto, questo famoso silenzio. Per la verità, questa è una delle ragioni per cui due autorevoli studiosi americani, Bruce Ackerman e James Fishkin, proposero qualche tempo fa una sorta di festa nazionale, un «Deliberation Day», che consentisse ai cittadini di staccare dalla chiacchiera e dalla propaganda per dedicarsi alla discussione razionale, alla deliberazione, prima del voto. Lo spirito, in fondo, è lo stesso: prima di recarsi nell’urna, bisogna riflettere. Il legislatore, a metà del Novecento, pensava che il silenzio potesse favorire la riflessione; alla fine del secolo, Ackerman e Fishkin immaginavano che invece servisse un’altra qualità della parola e della discussione, per smaltire le tossine della propaganda. Praticabile o no che fosse una simile proposta, si vede bene come fossero già cambiati i tempi, perché per irrobustire la consapevolezza dell’elettore i due studiosi, dopo tutto, non chiedevano che parole, parole, ancora parole.

E che il verbo sia. Agli inizi della civiltà occidentale, già Platone, che pure diffidava del linguaggio, si proponeva nei suoi dialoghi di attraversare «l’oceano delle parole»: di raggiungere l’altra riva, non di rifiutarsi di prendere il mare. Se il silenzio significasse televisori spenti, linea interrotta e pagine bianche sui giornali, forse varrebbe a qualcosa. Ma non si può, non è così, ognuno si ritaglia quotidianamente la sua dieta di parole, e allora peggio per lui se pure di sabato si sorbisce Berlusconi Renzi Salvini Meloni in chissà quali dosi, invece di prendersi un po’ di vacanza.

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