Gorgo di linee intorno al Quirinale: per la politica una partita azzardata, con rischio finale

Gorgo di linee intorno al Quirinale: per la politica una partita azzardata, con rischio finale
di Massimo ADINOLFI
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Giovedì 27 Gennaio 2022, 05:00

Un simile groviglio potrebbe trovare rappresentazione solo in una tela di Pollock, in una di quelle composizioni astratte e senza centro, in cui le linee si inseguono nervose in una ragnatela fittissima: se uno volesse oggi sgocciolare in un grafico tutti i tragitti percorsi intorno al Colle – le telefonate, gli appuntamenti, i messaggi, le riunioni – si ritroverebbe davanti la stessa inestricabile trama, lo stesso caotico garbuglio. Un labirinto, in cui tutti sospettano di tutti e nessuno sa ancora indicare la via d’uscita.

Il centrosinistra

Il centrosinistra, si dice. Ma esiste il centrosinistra? C’è un nome attorno al quale è unito, sono uniti i partiti e la coalizione? Letta può fidarsi di Conte? Conte può fidarsi di Di Maio? Quando ieri pomeriggio Letta ha rilasciato la dichiarazione con cui diceva no – il più tonante dei no – a Maria Elisabetta Casellati, sembrava rivolgersi non tanto al centrodestra, che certo non si aspettava una reazione più cordiale, quanto piuttosto ai suoi stessi alleati, e segnatamente ai Cinque Stelle, per il timore che dal Movimento possano fuoriuscire i voti necessari all’elezione della Presidente del Senato. E, va da sé, al siluramento di Draghi. Che Conte dice di volere fortissimamente a palazzo Chigi (e solo lì), sapendo bene però che tutto è sicuro meno la permanenza di Draghi a capo del governo, una volta che sul Quirinale si sia consumato lo strappo nella maggioranza. Come se non bastasse, si è rifatto vivo Grillo, il quale ha giurato e spergiurato che lui sta con Conte, che lui è d’accordo sulla linea di Conte, che lui non ha mai detto a Conte di sostenere Draghi al Quirinale. Quanta foga. Il fatto è che, contemporaneamente, nel Movimento c’è chi mostra piena disponibilità e assicura che non ci sono veti su Draghi, poi ci sono quelli che nel segreto dell’urna mandano segnali in proprio votando (a decine) Mattarella, e c’è soprattutto Luigi Di Maio il quale sembra preoccupato delle correzioni di rotta di Conte, dato più vicino a Salvini di quanto non sia a Letta: forse Conte ha un patto con Salvini, forse no. Forse ci ha provato una prima volta sul nome di Franco Frattini, forse ci proverà davvero sulla Casellati: quién sabe?

Strane coppie si formano, intanto: perché per un Conte che confabula con Salvini, c’è un Letta che ha un lungo incontro con Renzi. È la politica, bellezza: gli avversari di ieri si ritrovano alleati oggi, anche se l’alleanza – vai a fidarti – potrebbe durare lo spazio di un mattino. Il tempo di sbarrare la strada ai nomi divisivi del centrodestra, ad esempio, e poi via: uno dietro all’ipotesi Draghi, che il segretario dem continua a caldeggiare come l’unica soluzione, l’altro dietro all’ipotesi Casini. Forse. O forse dietro altri nomi ancora coperti: quién sabe?

Il centrodestra

Il centrodestra, si dice poi. Ma basterebbe l’istantanea della conferenza stampa, in cui Tajani Salvini e Meloni facevano la rosa (già appassita, anzi mai fiorita) di nomi: Moratti, Nordio, Pera. I primi due sedevano l’uno vicino all’altro, mentre la Meloni si teneva bene a distanza, plastica figurazione di quanto poco confidino l’uno dell’altro. E infatti un piccolo strappo c’è già stato, con la decisione di Fratelli d’Italia di votare Crosetto. Terna o non terna, la Meloni il candidato bandiera se l’è fatto da sé, e ora aspetta Salvini al varco: tieni davvero all’unità del centrodestra, o stai trattando per tuo conto? Meloni non si fida di Salvini, e l’uno e l’altro sanno di non potersi fidare fino in fondo delle anime centriste. Che sentono la sirena del nome di Casini, che non vogliono andare ad elezioni anticipate, che non hanno accantonato il nome di Draghi. Tutte ipotesi che la Meloni osteggia e che la Lega forse: chi può dire se Salvini medita la spallata e le elezioni, o sta trattando per cambiare la faccia del governo. Ancora: quién sabe?
Se poi ti addentri nei corridoi del Palazzo, ti accorgi che non c’è Grande Elettore che non cerchi il vento giusto: la Casellati? Siamo sicuri che mentre cerca voti fra i Cinque Stelle non sarà impallinata dal fuoco amico? Pierferdinando Casini? Siamo sicuri che farebbe il pieno a destra, e che nel centrosinistra non monti un’altra volta la carica dei centouno franchi tiratori? Mario Draghi? Ma possono i leader fare un accordo sopra le teste dei parlamentari, che temono più di ogni altra cosa il voto anticipato nel caso di un’elezione di Draghi al Colle?

Intendiamoci: è sempre andata così, più o meno. Non con Pollock, l’astrattismo e la storia dell’arte, intendo, ma con le elezioni al Quirinale. Macchinazioni e tatticismi sono la più pura essenza della «politique politicienne», che raggiunge il suo acme con la corsa al Colle. Ogni volta, però, quel che importa è che, il giorno dopo l’elezione, dal caotico intreccio cominci a affiorare, affiorare almeno, un disegno stabile e comprensibile. E, forse, persino un’idea d’Italia e del Paese che verrà. Diversamente, quel gorgo di linee avrà il sapore del finale «cupio dissolvi» di una intera classe politica. 
 

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