L'egemonia culturale e la connessione tra il governo e gli italiani

C'è chi non riesce a spiegarsi perché il popolo o, meglio, il sentimento pubblico resti in così forte connessione con chi è al governo del Paese, tanto da far registrare il più alto indice di gradimento mai raccolto da un esecutivo nella storia della Repubblica; una connessione più forte delle pur evidenti defaillance, delle contraddizioni e delle quotidiane divergenze di vedute, dentro e fuori l'esecutivo, tra Lega e M5S; più forte anche della delusione per la mancata realizzazione o per il drastico ridimensionamento delle promesse elettorali dagli effetti stupefacenti. C'è chi continua a stupirsi per i linguaggi, le sgrammaticature istituzionali e costituzionali, i processi sommari dopo le tragedie, la simbologia e le manifestazioni attraverso cui viene gestito ed esercitato il potere oggi in Italia. C'è chi prova smarrimento di fronte al fatto che il nostro stia diventando un Paese incolto, dove l'ignoranza e l'incompetenza non vengono condannate ma esaltate, dove ormai è impossibile un confronto civile e informato tra chi la pensa in modo diverso, e dove la parola cultura o la parola intellettuale, in quanto depositario di conoscenze e anche scrutatore di nuovi orizzonti, sono diventate quasi degli epiteti, se non dei veri e propri insulti. C'è chi non si capacita, infine, nel constatare - annunci dopo annunci, magari contraddetti il giorno dopo dall'altro contraente - che il cosiddetto governo del cambiamento abbia in realtà come forza motrice un'irresistibile nostalgia del passato, da bel piccolo mondo antico, con lo Stato protettore e rifugio dalle paure della modernità globale.
Francamente, stupiscono tanto stupore e tanto smarrimento. Come se ciò che stiamo vivendo fosse il frutto di un imprevisto incidente della storia, magari rimarginabile in poco tempo, o di una improvvisa follia collettiva, magari recuperabile con il ritorno del buonsenso. O fosse soltanto la conseguenza delle sofferenze sociali per qualche decimale di crescita del Pil in meno e di qualche disoccupato in più. Come se tutto fosse avvenuto da un giorno all'altro e come se tutti i fenomeni per i quali oggi ci si stupisce non fossero il prodotto di fratture e rotture, avvenute già da molti anni, da cui sono partiti tumultuosi processi di trasformazione nel modo stesso di pensare e di essere. Il prodotto, soprattutto, di una lunghissima (e velenosa) semina di parole e sentimenti che, alimentando e sfruttando il rancore popolare e il malcontento, ha dispiegato una nuova egemonia culturale e fatto crescere nel profondo della società un diverso comune sentire: l'approdo, insomma, di un disegno lucido, perseguito e realizzato nel tessuto connettivo del Paese, mentre una cultura distratta e pigra ignorava, sottovalutava e, in alcuni segmenti, solleticava quel disegno lasciando il campo alle bordate contro la politica, le élite e le classi dirigenti. E magari ammiccava, in difesa della Costituzione e contro presunte derive autoritarie, proprio a quanti oggi vengono additati, con stupore, come attentatori dei valori non negoziabili della stessa democrazia e dello Stato di diritto. Sono le scorie di questa distrazione e di questa pigrizia a far leggere ancora oggi con smarrimento la realtà italiana.
Non è una novità dei nostri tempi che le fasi storiche e i cicli politici siano sconfitti dalle parole prima ancora che dalle azioni. Il cambio del linguaggio, soprattutto sotto la spinta propulsiva dei nuovi strumenti attraverso cui gli uomini comunicano e si relazionano tra loro, è stato sempre un incubatore di passaggi di epoche e di nuove egemonie culturali. E se è vero che le parole e il linguaggio servono a costruire la coscienza dei problemi, è altrettanto vero che dalla coscienza dei problemi derivano le attese, le risposte e le soluzioni (o non soluzioni) di governo. Quando parole e soluzioni (o non soluzioni) coincidono, nasce la cosiddetta connessione; quando invece le une sono separate dalle altre, alla fine la rotta di collisione è inevitabile. Nel primo caso, puoi anche disattendere le promesse, ma finisci sempre per trovare una giustificazione ed essere giustificato; nel secondo, puoi anche salvare il Paese dalla bancarotta ma vai a sbattere.
Il sentimento pubblico oggi dominante è venuto formandosi e sedimentandosi con la potenza del racconto (virtuale) che ha largamente marginalizzato la politica (reale); con lo svuotamento della significanza delle parole e con l'avvento del linguaggio spot - il più efficace e funzionale dei nuovi strumenti di comunicazione - che ha finito per contare molto di più dei fatti; con la percezione della realtà che è diventata molto più importante della realtà stessa; con una politica che cavalca rabbia indignazione popolare, attraverso i social, offrendo in pasto nemici (interni o esterni) e capri espiatori; con la neutralizzazione della cultura e dell'intellettualità, sterilizzate nella loro stessa funzione.
Solo ora, con colpevole ritardo, ci stiamo rendendo di cosa e di quanto sia stato seminato nell'ultimo decennio attraverso la rete e di quanto quel seminato sia cresciuto giorno dopo giorno fino a diventare un sentimento pubblico diffuso e, di recente, un prodotto politico maggioritario. Solo oggi, anche alla luce di inchieste e rivelazioni internazionali e nazionali, stiamo cogliendo la potenza e la capacità penetrativa della macchina messa su negli anni per perseguire, quotidianamente, non solo una campagna di demolizione degli avversari politici e della cosiddetta casta - soprattutto attraverso la diffusione di false notizie - ma anche per mettere in pratica il disegno di demolire, spaccare, disintermediare, frantumare le cosiddette élite e le classi dirigenti, in nome della (falsa) orizzontalità democratica. E considerato che è sempre esistito, piaccia o no, un inscindibile legame tra élite e competenze, la battaglia politica contro la casta e la demonizzazione delle élite sono state trasformate in una guerra esplicita contro gli esperti, in un sempre più rabbioso disprezzo verso le competenze, le conoscenze, la scienza, lo studio: in una sola parola, verso l'intellettualità, verso la separazione e la gerarchia dei saperi. L'esatto contrario del gramscismo: alle classi subalterne veniva ricordato che per diventare classi dirigenti dovevano acquisire le competenze, diventare depositari di conoscenze, studiare e impossessarsi dei saperi delle élite, non esaltare l'ignoranza e l'incultura come valori.
C'è chi ha scientificamente programmato e perseguito questo rovesciamento delle competenze, nel nome dell'ingannevole principio dell'uno vale uno che, in realtà, sta spianando una prateria non ad una orizzontalità democratica, ma ad una sempre più rozza verticalità del potere. E, ciò che è più inquietante, ha già portato a una neutralizzazione preventiva dei possibili anticorpi. Primo, e più importante fra tutti, la cultura e l'intellettualità, i produttori di nuove parole e di nuovi linguaggi. La cultura appare di fatto espulsa dalla storia, nel senso di non incidere più sui processi, di non riuscire più a indicare direzioni di marcia, a costruire il senso e tirarci fuori dal presentismo. Non riesce più a produrre parole nuove e linguaggi nuovi capaci di capovolgere i rapporti tra la paura e la speranza, tra la ragione e l'emozionalità, tra la rabbia e il progetto. Non è più considerata credibile nella denuncia dei pericoli come nello scrutare altri orizzonti. Il suo ruolo è stato prima intrappolato e poi demolito. Ecco perché il virus dei populismi, dei sovranismi, dei neo-statalismi può sopravvivere alle stesse sfortune dei loro portatori originari. Ed ecco perché chi non vuole cedere a quel virus oggi si sente smarrito, annichilito, stupito. Non riesce nemmeno a mettere su una parvenza di opposizione o a indicare una credibile alternativa. Non va oltre generici appelli in difesa della democrazia, dell'europeismo e della solidarietà, si lacera in oziose riflessioni su identità da ritrovare o rifondare per velleitarie rivincite ravvicinate, vagheggia patti repubblicani e democratici che restano però dentro gli scenari prodotti dalla nuova egemonia culturale, dentro il perimetro delle (non) parole e del linguaggio-spot dominanti. Perciò, solo difensivi. E , dunque, perdenti.
C'è invece un tema, gigantesco, davanti a noi che può segnare nuove fratture, nuovi scenari, nuove prospettive. E una nuova egemonia culturale. Un tema che riguarda non solo l'Italia ma tutto il mondo. È il rapporto tra le sempre più travolgenti trasformazioni tecnologiche - siamo già entrati nell'era della robotica che tra qualche anno stravolgerà le nostre vite - e la sopravvivenza della democrazia, un rapporto fortemente conflittuale. Stiamo capendo soltanto ora, anche qui con colpevole ritardo, che le innovazioni tecnologiche, il cui fine ultimo sono la velocità e la riduzione dei tempi, e l'organizzazione della democrazia, così come l'avevamo conosciuto nel secolo scorso con le sue procedure inevitabilmente lente, sono destinate a entrate in rotta di collisione perché portatrici di due idee-forza confliggenti. Non averlo compreso in tempo è stata una gravissima svista, una pesante sottovalutazione. Dovute, probabilmente, a due convinzioni rivelatesi fallaci: la visione progressiva e, comunque, positiva dell'innovazione, a prescindere dai processi che essa mette in moto; il considerare la democrazia una conquista irreversibile e non un granello nella storia millenaria dell'umanità. I fatti ci dicono che la democrazia non è irreversibile. E ci dicono anche che vagheggiare la democrazia diretta, proprio in virtù delle innovazioni tecnologiche, nasconde un grande imbroglio. Su questo tema sono possibili nuove (o anche vecchie) parole e nuovi (o anche vecchi) linguaggi che possono aprire al mondo scenari del tutto inesplorati, un ripensamento del nostro modo di essere e di stare insieme. Possono portare a una rifondazione, dopo quasi tre secoli, delle forme di organizzazione della politica e della democrazia. E a un ritrovato ruolo della cultura, dell'intellettualità, dei pensatori. Di cui avvertiamo terribilmente la mancanza.
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Domenica 16 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 17-09-2018 19:44