Economia, l'effetto rimbalzo e il pericolo da scongiurare: l'inflazione per intaccare welfare e diritti dei lavoratori

Martedì 4 Gennaio 2022 di Guglielmo FORGES DAVANZATI

Il rincaro delle bollette energetiche è l’effetto dell’impennata inflazionistica nel mercato delle materie prime. La Banca d’Italia stima che l’indice del costo della vita aumenterà del 2,8% nel 2022, prima di calare all’1,5% nel 2023. L’Istat ha segnalato che l’inflazione continua a essere dovuta soprattutto alla crescita sostenuta dei prezzi dei beni energetici (che accelerano da +20,2% di settembre a +24,9%), con i prezzi della componente regolamentata che continuano a registrare una crescita molto ampia (da +34,3% a +42,3%). L’inflazione, è bene ricordarlo, è una tassa occulta che agisce sulla distribuzione del reddito colpendo maggiormente i percettori di redditi fissi.

I due rimedi

In un contesto di elevata diseguaglianza, è opportuno predisporre con tempismo gli adeguati rimedi, che, nello scenario italiano ed europeo, sono ricondotti a due.
1) Le politiche monetarie restrittive. L’Unione monetaria europea è costruita intorno alla presunta superiore efficacia della politica monetaria rispetto alla politica fiscale. Non sorprende, dunque, che la lotta all’inflazione, così come gli stimoli alla crescita, siano demandati alla manovra dei tassi di interesse, in aumento nel caso in cui si tratti di stabilizzare il livello generale dei prezzi. Vi è tuttavia un vulnus in questo approccio. Il tasso di interesse è infatti anche un costo di produzione per le imprese e dunque un suo aumento può essere fatto rientrare nel novero dell’aumento dei costi ai quali le imprese stesse aggiungono un margine di profitto normale o desiderato. In altri termini, e per quanto sia un effetto imprevisto, un aumento dei tassi di interesse sotto date condizioni può accentuare le spinte inflazionistiche.
2) Le politiche fiscali. L’uso delle imposte, in particolare, può avere effetti positivi o negativi sul tasso di inflazione. Ci si riferisce prevalentemente alle imposte indirette (l’Iva nel caso italiano), la cui riduzione dovrebbe essere accompagnata a un freno delle spinte inflazionistiche.

L'effetto rimbalzo

La comunicazione ufficiale – quella del Governo – intende far passare la convinzione che l’economia italiana sia ormai fuori dalla crisi e che sia collocata su un robusto sentiero di crescita. Tuttavia, i dati sulla disoccupazione, sulla precarietà del lavoro e sugli squilibri regionali segnalano il fatto che la crescita del 2022 è stata semmai un ‘rimbalzo’ rispetto alla brusca frenata dell’anno precedente. Come ha osservato l’economista N. Roubini è verosimile che questo anno si apra all’insegna della stagflazione: un mix di bassa crescita ed elevata inflazione.
L’impalcatura istituzionale dell’eurozona è retta da una cornice deflazionistica e neo-mercantilistica, ovvero è basata sull’idea la crescita economica è essenzialmente trainata dalle esportazioni e sul binomio austerità/flessibilità del lavoro. A venti anni di distanza dall’entrata in vigore dell’euro questo nucleo teorico non è stato scalfito, nonostante le reiterate crisi che hanno quasi messo in discussione il progetto della moneta unica. L’inflazione è una sfida per l’Eurozona (e per l’Italia) anche perché deteriora le ragioni di scambio nel commercio internazionale, rendendo meno conveniente l’acquisto dei nostri prodotti all’estero. 

L’inflazione è anche alimentata dalla speculazione finanziaria, nella fattispecie sui derivati dei prodotti energetici. Occorrerebbe anche un intervento su questo fronte, spostando l’onere dell’aggiustamento – sotto il profilo fiscale – ai percettori di rendite finanziarie. D’altra parte i salari reali non aumentano perché non è previsto che aumentino. Il modello contrattuale italiano stabilisce che i contratti nazionali traguardino l’inflazione - ovvero che i salari reali non crescano. E demanda la crescita dei salari reali ai contratti aziendali o territoriali; i quali però toccano a stento il 30% dei dipendenti privati. 

Il pericolo da scongiurare

Dunque, per il 70% o più dei dipendenti privati il potere d’acquisto dei salari è ancorato in eterno al valore del 1993, anno di varo di questo modello contrattuale. Vi è poi da considerare che l’area della sofferenza sociale si è molto dilatata negli ultimi anni. Ci si riferisce al lavoro povero e iper-flessibile oltre che alla condizione dei disoccupati. È da scongiurare il fatto che l’inflazione diventi un pretesto per una nuova stagione di attacco al welfare e ai diritti dei lavoratori.
 

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