Le imprese meridionali nella trappola della competitività

Per impulso soprattutto del ministro Carlo Calenda, il governo ancora in carica ha provato ad arrestare il drammatico calo del tasso di crescita della produttività del lavoro (che inizia almeno a partire dalla prima metà degli anni novanta) attraverso il piano nazionale Industria 4.0. Industria 4.0 - denominazione coniata nel 2011 in Geramania in occasione della Fiera di Hannover - è un programma finalizzato alla modernizzazione degli impianti delle imprese italiane che si immagina debba avvenire attraverso ingenti sgravi fiscali – il cosiddetto iper e superammortamento.

L’Italia, in tal modo, cerca di intercettare – o almeno di non essere tagliata fuori da – la cosiddetta quarta rivoluzione tecnologica, che attiene ai processi di computerizzazione e robotizzazione dell’attività produttiva. Si tratta di uno stanziamento ingente, intorno ai 10 miliardi di euro per il 2018, la gran parte dei quali (7.8 miliardi) destinati a incentivare l’ammodernamento degli impianti e per il periodo 2017-2020. Va riconosciuto che si tratta di una misura di politica industriale mirata al “salto tecnologico” delle nostre imprese, che, in quanto misura di politica industriale va salutata con favore, che arriva però troppo tardi, dopo decenni nei quali si è scommesso sulle virtù salvifiche della piccola impresa, del “piccolo è bello”, del saper fare artigianale italiano.
Che l’economia italiana sia dentro una trappola della produttività da almeno un ventennio non c’è alcun dubbio. L’idea che vi si possa fuoriuscire attraverso incentivi si presta ad alcune considerazioni critiche.

1) Come tutte le misure per l’aumento dell’occupazione e di stimolo agli investimenti messe in atto negli ultimi anni, anche il programma nazionale Industria 4.0 si muove lungo la logica degli incentivi. Che non ha dato i risultati sperati, né quando si è trattato di declinarla per l’aumento dell’occupazione né quando la si è pensata per l’aumento degli investimenti. Incentivare – nel caso di Industria 4.0 – le imprese ad ammodernare gli impianti senza preventivamente far crescere la domanda di beni intermedi e finali rischia di generare un solo esito: far crescere i profitti senza ricadute su investimenti e tasso di crescita della produttività del lavoro. In termini più generali, la politica degli incentivi non tiene conto dello stato delle aspettative. Se le imprese si attendono di poter vendere a prezzi bassi, dunque con margini di profitto ridotti, è molto verosimile aspettarsi che, anche a fronte di rilevanti incentivazioni, non investiranno.

2) Ben poche imprese italiane – soprattutto perché mediamente di piccole dimensioni e collocate in settori produttivi ‘maturi’ (agroalimentare, turismo, beni di lusso) - competono sui mercati internazionali attraverso innovazioni di processo e/o di prodotto. Peraltro, l’economia italiana ha un grado di internazionalizzazione inferiore a quello medio dei Paesi dell’eurozona. In questo scenario, è verosimile attendersi che più che produrre nuova tecnologia, l’Italia la importi. E’ così già oggi e la tendenza potrebbe accentuarsi.

3) Poiché l’Italia è un’economia dualistica, dove la gran parte delle (poche) imprese innovatrici è localizzata nel Nord del Paese, è ragionevole aspettarsi che l’attuazione del programma nazionale Industria 4.0 avrà effetti di segno negativo sull’andamento dei divari regionali.

Non vi è dubbio che la quarta rivoluzione tecnologica avrà effetti significativi, e al momento del tutto imprevedibili, sulla riconfigurazione del mercato del lavoro. Su questo, schematicamente, si fronteggiano due posizioni, che richiamano antichi atteggiamenti (ostili o entusiasti) rispetto all’avanzamento tecnico. Secondo la prima, le nuove tecnologie genereranno disoccupazione tecnologica solo nel breve periodo. Nel lungo periodo, i disoccupati verranno spontaneamente riassorbiti in altri settori, in particolare nell’indotto che verrà a crearsi a seguito dell’avanzamento tecnico. Il secondo orientamento si fonda sulla convinzione in base alla quale la disoccupazione tecnologica sarà un dato in qualche modo strutturale, con la conseguenza che occorrerà fornire sussidi ai disoccupati, anche per creare mercati di sbocco per le nuove produzioni. Il reddito di cittadinanza ha la sua ratio proprio in questa tesi.

Alcune ricerche suggeriscono che la rivoluzione tecnologica renderà il mercato del lavoro sempre più duale, con effetti incerti sulla crescita del tasso di disoccupazione imputabile all’avanzamento tecnico. Si ritiene cioè verosimile immaginare la polarizzazione fra tecnici con competenze molto specifiche ed elevate retribuzioni e una platea di lavoratori nel settore dei servizi. Così come si ritiene anche verosimile immaginare un aumento della domanda per lavori di cura, a seguito dell’invecchiamento della popolazione su scala globale.

Vi è tuttavia un problema di ordine più generale, che non attiene alle specificità italiane ma che ovviamente in un sistema produttivo fortemente interconnesso su scala globale può riguardare anche l’Italia. Si tratta di questo. L’attuale modalità di riproduzione capitalistica è basata su quello che viene definito neo-mercantilismo, ovvero dal perseguimento della crescita attraverso continui incrementi delle esportazioni (e riduzioni delle esportazioni). Poiché, per definizione, non tutti i Paesi possono crescere esportando, il neomercantilismo avvantaggia alcuni, quelli che partono per primi e che per primi sfruttano la crescita della produttività derivante dall’avanzamento tecnico. E l’avanzamento tecnico è uno strumento essenziale per consentire alle imprese (che lo adottano) di accrescere il tasso di rotazione del capitale, acquisendo quote di mercato e profitti attraverso il minor tempo necessario per la produzione e la vendita. Se si pone la questione in questi termini, il vero rischio non è tanto l’esplosione della disoccupazione di massa, ma un ulteriore ampliamento dei divari fra Paesi che competono innovando e Paesi (Italia inclusa) che provano a competere seguendo una via bassa dello sviluppo, ovvero tramite moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro. In questi ultimi, se questo è lo scenario, verrà a concentrarsi l’occupazione povera.


 
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Venerdì 9 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 20:52