Democrazia al “crepuscolo”. Basta con la “politica dell'impoliticità”

Democrazia al “crepuscolo”. Basta con la “politica dell'impoliticità”
Un libro, uscito da poco per i tipi di Morlacchi Editore, stimola ancora una volta la riflessione su cosa sia, oggi, nell’era di Internet, la democrazia. Mi riferisco a “In nome del popolo sovrano”, scritto da Paolo Protopapa, apprezzato docente di filosofia e, per molti anni, impegnato nella politica attiva.

Quello della democrazia nel XXI secolo è, ormai, un tema ricorrente, non solo in ambito accademico, ma anche nelle discussioni fra cittadini, tanto più che negli ultimi tempi nubi oscure e gravide di pioggia sono apparse anche all’orizzonte “democratico” del nostro Paese, sospinte da venti sempre più impetuosi.
Com’è noto l’idea di democrazia, ossia di un governo del popolo sul popolo, è risalente nel tempo, addirittura all’antica Grecia, dove ebbe la luce, anche se solo dalla metà del secolo scorso essa ha avuto pieno sviluppo nel mondo occidentale (e, probabilmente, non è un caso se dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Occidente democratico non sia più stato coinvolto in guerre sanguinose e devastatrici).
Nell’incipit del volume, ancora prima dell’introduzione, è riportata una frase di Biagio de Giovanni: “Si dice sempre, con un’espressione un po’ retorica, che «la sovranità appartiene al popolo». Ma non si capisce più dove e cosa sia diventato questo popolo. Stiamo andando verso una democrazia senza demos?”.

Mi pare un interrogativo non da poco, al quale (non il solo, per la verità) Protopapa prova a rispondere. E lo fa da par suo, attraverso un’analisi accurata, ricca ed attualizzante del pensiero dei più grandi filosofi, da Platone ad Aristotele, da Rousseau a Kant, da Hegel a Marx, senza trascurare esponenti importanti del liberalsocialismo italiano, come Guido Calogero e Aldo Capitini, il filosofo della non violenza, cui si deve la prima marcia della pace, nel 1961.

Secondo Protopapa, fondamentale per l’esistenza della democrazia, resta la giustizia sociale, considerata come la cartina di tornasole della democrazia, la chiave di lettura attraverso la quale comprendere ed interpretare gli stessi valori di libertà, sovranità, primato della legge, che costituiscono i capisaldi di ciò che si intende per governo democratico. Evidente il riferimento normativo all’art. 3, comma 2°, della Costituzione, rispetto al quale Piero Calamandrei scriveva: “Una democrazia in cui non ci sia uguaglianza di fatto, in cui ci sia solo una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale”.

È noto, peraltro, che già dopo qualche decennio dalla fine della guerra, il concetto di democrazia, soprattutto nel nostro Paese, si è un po’ appannato, a causa di una sorta di indifferenza politica che ha preso a serpeggiare e che Norberto Bobbio, nel suo bellissimo saggio “Il futuro della democrazia”, ha identificato con l’espressione “le promesse non mantenute della democrazia”. Bobbio individua, fra l’altro, come pericolosi “tarli” di questa forma di governo l’apatia politica dei cittadini e il voto di scambio, spesso inquinato (soprattutto al sud) da pesanti condizionamenti di tipo mafioso. La conseguenza sarebbe una sorta di abbandono, da parte dei governati, del compito di agire ed influire, attraverso il momento elettorale, sulla politica, ossia sulla “democrazia governante”, onde la conseguenza sarebbe quella che qualcuno ha definito “democrazia per assuefazione”.

A complicare le cose si sono aggiunti, negli ultimi tempi, da un lato i frutti della globalizzazione (che ha portato ad un pre-potere dell’economia sulla politica) e, dall’altro, il sorgere e l’affermarsi sempre più diffuso di movimenti “populisti”, che hanno approfittato della crisi vissuta dai partiti tradizionali ed i cui leader, facendo leva su un disagio popolare sempre più marcato, spingono verso forme di governo decisamente autoritarie. Il tutto in un quadro internazionale poco rassicurante, se solo si considera che grandi Paesi come Stati Uniti, Russia e Turchia vivono – essi pure – una deriva decisamente autoritaria.

Si può allora sostenere che la democrazia sia giunta al crepuscolo? È la domanda che si pone anche Paolo Protopapa, al termine dell’opera. “La tristezza nel constatare la crisi della polis e la nudità del demos possono gettarci nello sconforto, ma potrebbero anche stimolarci verso una più consapevole responsabilità civile e intellettuale. In fondo – scrive Protopapa – proprio in una democrazia, più che in altri ordinamenti politici, si ha voglia di ribellarsi. Non è scritto, infatti, da nessuna parte che “in nome del popolo sovrano l’esercizio privato della pubblica ragione e la rivendicazione collettiva dei diritti democratici debbano soggiacere agli arcana imperii in cui oggi si tesse la raffinatissima e discretissima violenza del potere”. Se, dunque, si vuole evitare il crepuscolo della democrazia è necessario, secondo Protopapa, contrastare “la politica della impoliticità”, superare la “democrazia dell’assuefazione”, rivitalizzare l’ethos del popolo e le sue prerogative.

Non mi pare vada in questa direzione la riflessione di Parag Khanna, politologo di origine indiana, che in un suo pamphlet dal titolo “Technocracy in America” (riecheggiante il ben più noto “La democrazia in America” di Alexis de Tocqueville) sostiene che per salvare la democrazia sia necessario abbandonare la democrazia rappresentativa in favore della “tecnocrazia diretta”: da un lato gli esperti, i “tecnici”, chiamati a decidere, dall’altro i cittadini, costantemente consultati grazie a Internet. Insomma una sorta di democrazia digitale.

Su un piano più ampio, di politica internazionale, merita, invece, attenzione la riflessione di Jurgen Habermas (Democrazie a repentaglio, Micromega n. 2/17), il quale evidenzia come “l’unica alternativa ragionevole tanto allo status quo del capitalismo finanziario selvaggio, quanto al programma del recupero di una presunta sovranità dello Stato nazionale” sia una “cooperazione sovranazionale capace di dare una forma politica socialmente accettabile alla globalizzazione economica”. E ciò sarà possibile, secondo il filosofo tedesco, non grazie al regime dei trattati internazionali, ma alla “accidentata via del consolidamento e dell’ancoramento istituzionale di una cooperazione sovranazionale legittimata democraticamente”. Ciò a cui originariamente mirava l’Unione europea e a cui la stessa potrebbe ancora mirare.

Mi pare una indicazione di buon senso. Peccato, però, che molti dei leader europei sembrano andare in direzione ostinata e contraria. Probabilmente ha ragione Paolo Protopapa nell’affidare ai cittadini il compito di combattere la difficile sfida per la “riappropriazione sociale della politica”, magari grazie proprio ad una rilettura dei classici (Kant, Tocqueville, ma anche Calamandrei), il cui pensiero resta sempre attuale ed illuminante.
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Lunedì 3 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:45