Vita e salute beni primari che lo Stato deve tutelare

Mercoledì 24 Novembre 2021 di Francesco FISTETTI

Con la risalita dei contagi in Italia e con l’aggravarsi della situazione in tutta Europa, giudicata “drammatica” da Angela Merkel in Germania, e che ha costretto il governo austriaco al lockdown generale, si è tornati a parlare della pandemia del Coronavirus come di una crisi sanitaria epocale e di uno stato di emergenza su scala globale. Anche da noi il dibattito se rafforzare le restrizioni (confinamento dei non vaccinati, super-greenpass), se varare altre misure limitative o se accelerare le strategie di protezione (mediante l’anticipo della somministrazione della terza dose) va crescendo di ora in ora tra le forze politiche e di governo. Dopo una fase di ottimismo derivante dalla convinzione, ben presto rivelatasi errata, che si potesse raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, si va facendo strada l’idea che con questo virus, estremamente insidioso per le varianti che può generare, l’umanità dovrà convivere per chissà quanto tempo adottando risposte adeguate non più solo relativamente ai singoli Stati, ma all’intero pianeta.
Anche le oscillazioni delle politiche della salute nella condotta dei governi sono il segno che è la prima volta che l’umanità sta affrontando una prova del genere. Intendiamoci, non che non ci siano state terribili epidemie come la peste, a cominciare da quella raccontata da Tucidide nella “Storia del Peloponneso” fino alla peste antonina nel II° secolo a Roma, alla peste nera del medioevo o alla spagnola che agli inizi del secolo scorso provocò milioni di morti. 

Rispetto a questi episodi la pandemia attuale presenta una caratteristica specifica che spesso viene sottovalutata: noi per la prima volta parliamo di “crisi sanitaria”, perché diamo per scontato, almeno a partire dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e dalle Costituzioni del secondo dopoguerra, che esista un diritto alla salute, e che gli Stati debbano garantirlo proteggendo la vita e l’integrità fisica degli individui. 
A questo proposito, sono necessarie due osservazioni. La prima riguarda coloro che interpretano la tutela della salute da parte dello Stato costituzionale contemporaneo nei termini di un biopotere occhiuto e tentacolare, pronto a trasformare lo stato di emergenza in uno stato di eccezione, cioè in un dispotismo orwelliano da “Grande Fratello”. Bisogna ricordare a costoro che il diritto alla salute è stato l’esito di un’aspra e sofferta storia di lotte delle classi popolari volte al riconoscimento della propria dignità e del proprio ruolo protagonistico nella gestione della cosa pubblica. Ma c’è di più. Il diritto alla salute non è altro che una conseguenza di quella che nel XX secolo è stata l’enunciazione, recepita da tutte le Costituzioni democratiche e da tutti gli organismi giuridici internazionali, di quella che possiamo chiamare la “clausa antisacrificale”. Vale a dire: nessun membro dell’umanità, nessun popolo, nessuna minoranza etnica, nessuna razza, nessun individuo può essere sacrificato sull’altare del benessere o della felicità del maggior numero. Si tratta di un principio universalistico che è alla base di una morale deontologica di ispirazione anti-utilitaristica, che ha condotto a ritenere inviolabile la vita umana. Per questa ragione, per la prima volta nella storia dell’umanità gli Stati – indipendentemente dal loro regime politico – hanno fatto della protezione della vita dei cittadini il loro imperativo categorico. La vita biologica è stata assunta, quindi, come il valore primario da salvaguardare. Ed era inevitabile che su questo terreno – cioè, come mettere in sicurezza la vita – ci si dividesse. Qui non ci riferiamo a quella componente della popolazione che rifiuta o diffida della razionalità scientifica e corre dietro ai ciarlatani e ai mistagoghi del momento (i no vax), ma a coloro che proclamano di voler difendere la libertà individuale, che le politiche della salute violerebbero sistematicamente. Il minimo che si possa obiettare a queste posizioni “libertariane” (la libertà individuale prima di tutto e ad ogni costo) è che sarebbe impossibile per l’individuo singolo valutare nella sua giusta proporzione il rischio di essere infettato in un tempo di epidemia/pandemia. La libertà individuale può essere garantita solo sul presupposto della libertà collettiva, non al prezzo di un darwinismo sociale più o meno dichiarato, secondo cui si tratta di lasciar andare le cose per il loro verso tanto il virus prima o poi si estinguerà. La vita (e la salute) è un bene primario collettivo e non può essere salvaguardata solo a livello personale: occorre la “cura” dello Stato e delle sue istituzioni.
A questo punto cade la seconda osservazione, che riguarda il rapporto tra l’etica universalistica della “clausola antisacrificale” e le istanze particolaristiche dell’economia. L’impostazione neoliberale considera la salute della popolazione solo come forza produttiva, per cui tutto lo scontro tra le forze politiche (e tra le forze sociali) si gioca su questo fronte: se far prevalere un’ottica utilitaristica e produttivistica o un’ottica di conservazione e promozione della vita umana come vita non solo biologica, ma come vita degna di essere vissuta. Uno Stato democratico-costituzionale muove alla ricerca di una mediazione tra queste due opposte istanze, ma non di una mediazione qualunque: dovrà muovere dalla consapevolezza che avviare la transizione ecologica vuol dire cominciare a costruire un nuovo paradigma di civiltà in cui lo sviluppo umano sia il valore centrale del vivere insieme.

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