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Nel vortice del virus la riscossa degli Stati

di Mauro CALISE
4 Minuti di Lettura
Lunedì 29 Novembre 2021, 05:00

A dispetto delle doverose cautele mediche e sanitarie, l’arrivo della variante Omicron ha già avuto un impatto mediatico. L’inverno della democrazia virale – come l’ha definita Ilvo Diamanti in un colloquio con Marco Damilano su L’Epresso – sarà ancora lungo. E dominato dalla precarietà, dalla volatilità, da un clima pubblico di sospensione. In cui l’unica certezza è che appaiono sempre più incerti e indeboliti i vecchi capisaldi della partecipazione popolare: partiti, parlamenti.

E i leader personalizzati che hanno dominato la scena nell’ultimo decennio, e forse continueranno a contare. Ma prigionieri loro stessi di una parabola di popolarità tanto rapida quanto esposta a una deflagrazione improvvisa. Invece, al centro simbolico quanto operativo della crisi sono ritornati gli Stati. Fino a ieri in declino nel ruolo, nelle aspettative, nella incapacità di stare al passo con le promesse non mantenute. Oggi, di nuovo in sella. Insostituibili. Nel bisogno di protezione e di cura, nel rilancio delle economie in ginocchio, nell’ancoraggio di una prospettiva seppur difficile di futuro.
Con gli stati ritorna un discorso – un paradigma, si diceva un tempo – di political economy. Non più fumose narrazioni a tasso variabile di ideologia social, ma l’esigenza di tenere insieme il motore istituzionale con le disponibilità – e compatibilità – finanziarie, in una visione globale. Ieri, sulle colonne del Corriere, ne ha scritto Lucrezia Reichlin, con la sua consueta lucidità. Difendendo il traguardo irrinunciabile di una transizione verde accelerata, ma indicando che, se si vogliono raggiungere obiettivi così ambiziosi senza fare implodere il tessuto comunitario, occorrono «politiche pubbliche innovative per costruire il consenso sociale di cui c’è bisogno per navigare in una trasformazione così profonda». Detto in modo semplice e brutale, per una svolta di questa portata non basta certo un nuovo partito o un nuovo leader. Occorre uno stato nuovo. Ed è questo il laboratorio cui tutto l’Occidente oggi lavora, con ricette non molto diverse.

Ciò che ancora manca a questo sforzo titanico è una sua rappresentazione identitaria adeguata. In un libro che dovrebbe essere il vademecum della nuova classe politica, Michele Salvati e Norberto Dilmore disegnano traiettoria e pilastri di un «Liberalismo inclusivo. Un futuro possibile per il nostro angolo di mondo». Un liberalismo che riprenda il testimone del «compromesso socialdemocratico», uno scambio tra consenso e risorse statali che è stato alle fondamenta del consolidamento democratico post-bellico. Dalla crisi di quel compromesso, l’Occidente aveva pensato di uscire con le ricette neo-liberiste, che hanno acuito drammaticamente diseguaglianze e conflitti. Fino all’esplosione repentina del crollo finanziario del 2008. E al tunnel in cui i governi sono entrati, senza più bussola. Senza più orizzonti.
Oggi, con quei paradossi che la Storia talora ci regala, proprio il vortice della democrazia virale offre un varco e una prospettiva al ritorno dello Stato. Uno stato, al tempo stesso, inclusivo e rigoroso. Che si guadagna la legittimità dispiegando il proprio intervento nel nome della collettività, senza cedere a spinte partigiane. Non è difficile, in questo scenario, ritrovare le linee guida – e lo stile di leadership – dell’esecutivo di Draghi. Come di quello di Macron in Francia e, in Germania, di Olaf Scholz. Governi a basso tasso partitico e altissimo tasso istituzionale. È ancora presto per dire se questo «nuovo patto» tra governi e cittadini riuscirà ad attraversare il fuoco della pandemia senza bruciarsi. Molto dipenderà dalla forza della «non-comunicazione» su cui questi capi sembrano fare affidamento per il progetto di ritorno in campo dello Stato. Uno stato silenzioso e operoso. Che parla col linguaggio delle istituzioni. Forse McLuhan approverebbe: si sa, the media is the message.

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