La lingua terremotata dell'epidemia

Sabato 21 Marzo 2020 di Rosario COLUCCIA
Di mestiere faccio il linguista. A gennaio, sommerso da troppi impegni di lavoro, avevo chiesto al giornale di poter sospendere per qualche tempo la rubrica domenicale, alla quale pure tengo moltissimo. Ero immerso nella scrittura di un libro.
Un libro che tratta della lingua italiana nella maniera che i miei lettori conoscono, collegando i fatti linguistici a quanto accade nella società. Ci ho lavorato molto, spero che quel libro esca presto; voglio discuterne con chi è interessato. Ancora, ero in ritardo con la consegna di articoli e recensioni da tempo promessi ad alcune riviste. Infine, ero impegnatissimo a preparare relazioni per tre diversi congressi, che si sarebbero svolti tra giugno e settembre.
Poi, forse neppure troppo inaspettata, arriva la catastrofe. Irrompe nelle case e nella vita di tutti noi il coronavirus, il terribile virus responsabile dell'infezione di polmonite atipica comparsa improvvisamente lo scorso novembre in Cina meridionale e da lì propagatasi in tutto il mondo. Rivediamo i nostri progetti. Facciamo all'improvviso i conti con cose mai accadute prima, neppure immaginate. Televisione e rete trasmettono immagini fino ad oggi sconosciute, i giornali ne parlano ogni giorno. Blocchi sorvegliati da militari all'ingresso di paesi come Codogno o Vò Euganeo, località di cui prima molti ignoravano perfino l'esistenza; pacchi di generi alimentari poggiati con cautela da parenti e amici sulla linea di demarcazione, destinati a coloro che sono confinati all'interno; lunghe file ai supermercati e nelle farmacie, con gente a volte munita di mascherine, a volte incurante o indifesa; sequenze di letti d'ospedale, con pazienti inermi e intubati; teorie di bare e di furgoni mortuari che entrano e escono dagli ospedali. Chiudono scuole e università, chiudono molte fabbriche. La vita di tutti cambia, in maniera forse irreversibile. I sociologi prevedono che niente sarà più come prima. A cominciare da subito, al più presto, nell'interesse generale : #iorestoacasa recita l'hashtag che attori, sportivi e personaggi famosi diffondono dagli schermi e dai microfoni, nella speranza che tutti capiscano.
Ne risulta terremotata anche la lingua. Familiarizziamo con parole inconsuete o del tutto nuove. Prima della fine dello scorso anno io ignoravo l'esistenza stessa della parola coronavirus. Eppure, prima di venire alla ribalta, essa esisteva già nella nostra lingua, per la prima volta è usata in un articolo del quotidiano «La Stampa» del 30 luglio 1970, p. 14 (lo assicura il vocabolario Treccani, si può consultare al sito http://www.treccani.it/vocabolario/coronavirus_(Neologismi)/). Il vocabolo risulta dall'accostamento di due diverse parole latine, il sostantivo femminile corona e il sostantivo maschile virus; ed evoca la caratteristica forma elicoidale che, ingrandita milioni di volte, abbiamo imparato a riconoscere dagli schermi televisivi o del computer. Si tratta di una parola coniata nella lingua inglese, accostando due parole entrambe latine. Dall'inglese si è trasmessa alle altre lingue, compreso l'italiano. E quindi alla latina dobbiamo pronunciare l'infausto neologismo ormai tristemente noto, non coronavAIrus, in forma anglicizzante, come è capitato a qualche commentatore e a qualche esponente politico. Così, del resto, dobbiamo fare pronunziando media, con la e (e non all'inglese midia, con la i) la parola di provenienza inglese media (anche in mass media) mezzi di comunicazione di massa', che a sua volta si rifà al lat. media, plurale di medium mezzo'. Molti sbagliano e pronunziano, impropriamente, midia (con la i).
Il termine virus è un sostantivo maschile indeclinabile che indica ogni agente patogeno di una malattia'; con valore figurato, può anche riferirsi a un sentimento, una passione, e indica il grado massimo di intensità di essi, ad un livello quasi patologico': il virus della gelosia, il virus del sospetto, il virus del razzismo; in anni più recenti, indica un insieme di istruzioni che, introdotte direttamente o in forma mascherata e apparentemente innocua, danneggia un computer, ne distrugge o ne divulga i dati, ecc'. Insomma la parola esprime un contenuto negativo, coerentemente al suo valore etimologico primario: in effetti il lat. virus significa veleno'. Oggi la parola virus incute in tutti noi un terrore crescente. Ecco perché qualcuno ha pensato di mascherarla in una sigla apparentemente neutra, di depotenziarla mimetizzandola. È nato così Covid (CO-rona VI-rus D-isease malattia da corona virus'), meno trasparente. Ma, se pur non capiamo, ne siamo comunque terrorizzati, i fatti a cui assistiamo prevalgono sulla sequenza di consonanti e vocali che quotidianamente ascoltiamo.
Non esistono, fino ad oggi, cure realmente efficaci contro il morbo; un vaccino è di là da venire. L'unica possibilità di lottare contro il contagio risiede nell'evitare ogni contatto tra le persone, bisogna restare a casa, non bisogna uscire se non per improrogabili necessità. Ma molti non se ne danno per intesi, con mille scuse: «vado a giocare la schedina», «la mia ragazza mi ha cacciato di casa», «se non faccio due passi non riesco a dormire», «sono andato a comprare il pane nell'altro comune perché lì è più buono», «vado a far la spesa in quel supermercato lontano venti kilometri perché mi scadono i punti-premio che ho accumulato», «voglio andare a vedere dove è la casa di Vasco Rossi», leggo in una lista di assurde giustificazioni fornite ai carabinieri da chi viola le regole stabilite per il bene di tutti.
Qualcuno definisce questi personaggi furbetti. La parola furbetto indica un personaggio scaltro, astuto, che sa volgere a proprio vantaggio situazioni spiacevoli. Nella percezione collettiva il furbetto è ganzo, quasi simpatico. Nella lingua si diffondono espressioni improprie, che dimenticano completamente le conseguenze negative di certe azioni. Sono furbetti del quartierino quei personaggi colpiti da varie inchieste giudiziarie per i metodi illeciti adottati per la scalata di varie banche e per le modalità fraudolente attraverso le quali conseguono in modo improvviso una enorme fortuna economica di dubbia provenienza. Sono furbetti del cartellino quei dipendenti pubblici che timbrano il cartellino e poi abbandonano il posto di lavoro per dedicarsi alle più svariate faccende personali. Vedo definire furbetti della passeggiata quegli individui che escono per divertimento, per barbecue collettivi o picnic all'aperto, perché non se la sentono di stare in casa. Non sono simpatici scavezzacolli, sono autentici criminali che mettono a repentaglio la salute altrui. Nei Promessi Sposi Manzoni ci ricorda che durante la peste che aveva colpito Milano nel 1630 venivano definiti untori coloro che diffondevano il contagio spalmando un unguento malefico sulla porta delle case e nelle chiese. Se venivano catturati dalle forze dell'ordine, subivano orribili conseguenze.
Non dobbiamo recuperare la caccia agli untori perché la legge venga rispettata. Né mi piace quella parola rimessa in voga da Manzoni. Ma possiamo definire criminali irresponsabili coloro che se ne vanno in giro allegramente, senza curarsi degli altri. Io non sto dalla loro parte. Sto con i professori che fanno lezione a distanza per non abbandonare i loro allievi, sto con gli operai che continuano a lavorare per fornirci i beni necessari alla vita e per non far andare a picco l'economia del nostro paese, sto con i medici e con gli infermieri che rischiando il contagio lottano eroicamente per curare i malati, sto con quella parte di popolazione che si comporta in maniera inappuntabile e canta l'inno nazionale dai balconi della propria casa.
Rosario Coluccia
© RIPRODUZIONE RISERVATA Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 11:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA