Capaci, 30 anni dopo: quella lezione da non dimenticare/ L'iniziativa di Quotidiano

Venerdì 20 Maggio 2022 di Rosario TORNESELLO

C'è stato un momento in cui l'Italia sembrava sul punto di esplodere. Ancora una volta. Come negli anni bui del terrorismo e forse anche peggio. È accaduto quando la mafia ha alzato ancor di più il tiro, in realtà senza averlo mai abbassato, puntando al cuore dello Stato, come già le Brigate Rosse con Aldo Moro. Era la primavera di trent'anni fa. Più o meno come oggi. Si cominciò a maggio. Da Capaci. Ecco, fermiamoci un attimo. Questo mese profumato e carico di promesse si porta appresso non pochi lutti e troppe meste ricorrenze: 9 maggio 1978, il presidente della Dc rapito e ucciso dalle Br e Peppino Impastato; 17 maggio 1972, 50 anni fa, il commissario Luigi Calabresi; 23 maggio 1992, vent'anni dopo, Giovanni Falcone, ucciso a Capaci appunto con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, i primi due pugliesi, di Calimera e Triggiano. E poi la data di ieri, per quanto differenti la logica e le finalità, scolpita nei cuori di tutti, e di certo qui in Puglia: 19 maggio 2012, la piccola Melissa Bassi, 16 anni appena, dilaniata all'ingresso di scuola, a Brindisi. Diverse la matrice e la strategia, distinto l'obiettivo, ma identico lo strazio. Non c'è una classifica per il dolore. Non per questo dolore, almeno.

Alla ricorrenza piena mancano solo tre giorni, ma siamo lì: trent'anni dalla strage di Capaci, in Sicilia. E trenta anche da via D'Amelio, Palermo, carneficina simile, giacché i due fatti, connessi anche nell'enormità del bilancio, egualmente tragico e devastante, seguono stesso percorso e identico disegno: tra poche settimane, il 19 luglio, l'anniversario della strage progettata e attuata per l'eliminazione fisica del giudice Paolo Borsellino, ucciso davanti alla casa della madre, anche lui con la scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Dopo Capaci, sapevano di essere loro i prossimi. Non fuggirono, non si defilarono: fino in fondo, solo il proprio dovere. I nomi sono importanti. Sono volti, storie, affetti, legami. Famiglie, figli, genitori, simboli. Sono tutto questo, tutto assieme. Mai dimenticarli. È la nostra storia. Fermiamoci un attimo. Noi, come Quotidiano, lo faremo questo pomeriggio, a Lecce.

Falcone e Borsellino, insieme, avevano istruito il primo maxiprocesso alla mafia, gestito i primi pentiti, incassato il primo risultato storico. Fino ad allora neppure si sapeva il nome dell'associazione criminale, Cosa Nostra. Per scrivere le ottomila pagine del processo e sfuggire agli attentati che in quegli anni insanguinavano Palermo, i due magistrati erano stati costretti a riparare per sei mesi, e con le rispettive famiglie, nella foresteria del carcere dell'Asinara, su un'isola, lontani dal mondo. Lo Stato li ringrazierà chiedendo loro il rimborso delle spese per il soggiorno. Anche la mafia annoterà sul libro nero i loro nomi per un'altra resa dei conti, letale e definitiva. La Cassazione chiuderà la partita il 30 gennaio 1992 con una montagna di ergastoli e la conferma dell'impianto accusatorio. La risposta della criminalità organizzata non si farà attendere. Neppure quella dello Stato. Restano zone d'ombra, molti passaggi ancora da chiarire, forse altre responsabilità da accertare. D'accordo: misteri, l'Italia ne è piena. Ma esecutori e mandanti sono stati presi. Processati. Condannati.

Cos'è cambiato, in questi trent'anni? E come siamo cambiati noi? La lotta alla criminalità organizzata ha mutato indirizzo, strategie, schemi d'attacco. In quegli anni, e grazie all'esperienza del pool di magistrati al lavoro a Palermo, ha preso corpo la Procura nazionale antimafia con le sue articolazioni territoriali delle Dda, per coordinare le inchieste e condividere conoscenze e competenze. È nata la Direzione investigativa antimafia (Dia). Seguendo le intuizioni di Falcone, le indagini hanno affinato la capacità di ricostruire collegamenti e alleanze seguendo i flussi di denaro. L'aggressione ai patrimoni illeciti è diventata un'arma straordinaria: tesori sequestrati e confiscati, il massimo danno per chi sul prestigio fonda il proprio potere. Il re nudo non è più re. E poi il 41-bis, voluto proprio da Falcone ed esteso ai mafiosi in carcere dopo la strage di Capaci. Altro colpo durissimo. Cosa Nostra reagirà ancora una volta con estrema violenza, ma senza ottenere sconti, anzi. Attentati riusciti, a Firenze (via dei Georgofili, cinque morti) e Milano (via Palestro, altre cinque vittime), o falliti, come a Roma per un soffio. Tra questi, l'autobomba piazzata fuori dallo Stadio Olimpico e pronta a esplodere dopo una partita di calcio.

Ma noi? Ecco, noi come siamo cambiati? Qual è il nostro atteggiamento verso la mafia e il malaffare? Da quale parte siamo schierati, sempre e comunque? Quale partita personale giochiamo quando stringiamo mani e sottoscriviamo accordi? Che percezione abbiamo della pervasività del fenomeno malavitoso, ora che l'inabissamento tramontata l'emergenza stragista è diventato modalità prevalente? Ora che i clan, più che intimorire, si fanno prossimi e vicini, come solo il male sa fare quando non intimidisce ma circuisce, per conseguire consenso e rastrellare favori, catalizzando richieste di vario tipo e in diverse forme? Ecco: fermiamoci un attimo. Riflettiamo. Diceva Falcone, in una delle sue frasi più note e ripetute, che la mafia non è invincibile: «È un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un principio e avrà anche una fine». Ma se non finisce, una domanda bisognerà porsela. Curiosamente, il 23 maggio è anche la giornata mondiale delle tartarughe. E la circostanza richiama alla mente l'arcinoto paradosso di Achille piè veloce, elaborato da Zenone di Elea, filosofo presocratico. Per quanto rapido e scattante, Achille non riuscirà mai a coprire gli “infiniti spazi” che lo separano dalla tartaruga, molto più lenta. Poi, per carità: una cosa sono le speculazioni filosofiche, un'altra la constatazione fattuale della realtà. Se Achille non raggiunge la tartaruga non è certo per gli “infiniti spazi”, ma per altri fattori. Umani, troppo umani.

Fermiamoci un attimo, allora. Pensiamoci. Noi, come Quotidiano, lo faremo questa sera a Lecce, nel foyer del Politeama Greco. Con il prefetto Maria Rosa Trio, il procuratore Leonardo Leone de Castris, il docente di Unisalento Mariano Longo e Tilde Montinaro, sorella di Antonio, caposcorta di Falcone. Capaci, 30 anni dopo. Cos'è cambiato, come siamo cambiati. Questo il titolo di un incontro a metà tra la riflessione e la commemorazione. A due giorni da quello che sarebbe stato il compleanno del giudice assassinato il 18 maggio e a tre dall'anniversario della morte. Tra l'inizio e la fine. Il momento giusto per i bilanci. Anche per guardare dentro alle nostre vite. E alla nostra storia condivisa.
 

Ultimo aggiornamento: 18:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA