Economia, c'è anche bisogno di interventi a breve periodo

Domenica 15 Settembre 2019 di Enrico DEL COLLE
I recenti dati sull’economia italiana diffusi dall’Istat segnalano una persistente fase di debolezza complessiva, manifestatasi pressoché in tutti i principali indicatori congiunturali: il Pil è praticamente fermo (e l’agenzia Moody’s ha appena ridotto la stima di variazione per il 2019 da 0,4% a 0,2%). 
La produzione industriale, con particolare evidenza nel settore della manifattura, registra un meno 0,7% a luglio (rispetto a giugno e crea tendenza se gli affianchiamo il meno 0,3% di giugno rispetto al mese precedente), le esportazioni non danno decisi segnali di crescita, l'occupazione registra situazioni contrastanti (il tasso di occupazione nel secondo trimestre, appena pubblicato, mostra un leggero aumento rispetto al primo più 0,6% ma calano le ore lavorate e, comunque, già la stima di luglio evidenzia un lieve calo nel confronto con il mese precedente, meno 0,1%) e il clima di fiducia di consumatori e imprese è in forte calo. In sintesi, quindi, l'Italia non riparte e questa sorta di immobilismo economico si inserisce pienamente nel dibattito politico-economico alla vigilia della preparazione della legge di bilancio 2020, nel quale tutti gli analisti si esercitano a prevedere quali saranno le mosse del governo per far crescere questo Paese.
Ma il vero nodo da sciogliere risiede nel fatto che, al di là dei singoli provvedimenti da adottare per la crescita e delle relative risorse per finanziarli, resta in via preliminare l'estrema urgenza di bloccare l'aumento dell'Iva e di tenere sotto controllo il debito pubblico, non abusando, pertanto, del margine di flessibilità che l'Europa presumibilmente ci concederà in termini di deficit. E poi ci sono le misure per stimolare l'economia del Paese per renderla più competitiva e, quindi, lotta (seria) all'evasione fiscale, interventi sul cuneo (fiscale e contributivo), provvedimenti che favoriscono gli investimenti pubblici e privati, rilanciare l'occupazione, riequilibrare i benefici tra le differenti generazioni (attenuando, ad esempio, l'impatto di quota 100 sul Pil a favore delle famiglie giovani), semplificare l'azione amministrativa, promuovere l'innovazione tecnologica, sostenere la Scuola e l'Università e molto altro ancora, ben consapevoli però di non spezzettare le risorse disponibili in innumerevoli e piccoli interventi dallo scarso impatto sullo sviluppo.
Nell'agenda del governo è previsto anche un piano di investimenti per il Mezzogiorno composto da progetti strategici volti a valorizzare i territori sotto il profilo delle infrastrutture, ma anche in materia di turismo, di cultura, di sviluppo produttivo, di ambiente, di lavoro e inclusione sociale; insomma tutto quel che serve per ridurre (finalmente!) il divario tra le diverse aree del Paese, anche con l'azione della banca pubblica per gli investimenti finalizzata ad aiutare le imprese in questo percorso.
Ma ci domandiamo: quanto tempo occorrerà per vedere risultati concreti in questo non facile cammino da intraprendere? Avere una (meritoria) visione di lungo periodo è sufficiente per far uscire il Mezzogiorno dalla difficile condizione nella quale si trova oppure sono necessari anche e soprattutto interventi nel breve periodo? Non dimentichiamo, infatti, che il Mezzogiorno è caratterizzato, tra l'altro, da un basso livello di produzione e da un'occupazione il cui tasso è di oltre venti punti percentuali inferiore a quello del Nord (45,7% contro il 68,2%, dati Istat) e da una disoccupazione più di tre volte superiore a quella del Nord (17,3% a fronte di 5,7%), con un'esigenza prioritaria di veder crescere Pil, occupazione e competitività aziendale. Pertanto, non solo un piano di investimenti ma pure un piano per l'occupazione e allora perché non aiutare i giovani imprenditori del Sud che già stanno dimostrando vitalità, intraprendenza e coraggio nello svolgere un ruolo determinante per assicurare il ricambio della nostra base produttiva? Infatti, dai dati Unioncamere si può constatare come le imprese di under 35, che risultano registrate nel 2018, sono quasi 600mila e in continuo aumento - di cui il 43% circa nel Mezzogiorno (20% nel Centro e il 37% nel Nord), con particolare concentrazione in Campania (13,5%) e le attività economiche prevalentemente coinvolte sono il Commercio (compreso l'e-commerce) per il 27% circa, quelle professionali, scientifiche, tecniche, per i servizi finanziari e lavori di costruzione specializzati per il 20% e le attività di servizi per la persona, servizi di ristorazione e servizi di pulizie e giardinaggio per il 16%. Dunque si tratta di lavori che non attengono soltanto ad attività di bassa qualificazione, ma anche riferibili al cosiddetto terziario avanzato e quindi impregnati di moderne tecnologie. Perciò, in attesa che partano i grandi progetti e che producano i loro effetti benefici, andrebbe sostenuta con mirati finanziamenti l'imprenditorialità giovanile del Sud (per esempio utilizzando più efficacemente i fondi Ue oppure il Fondo Garanzia per le start up innovative), considerando che i dati ci dicono che silenziosamente potrebbe essere proprio questa attività a dare quella spinta iniziale per portare il Mezzogiorno fuori dal tunnel della stagnazione.

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