Perché l'aumento dei prezzi fa (più) male al Sud

Giovedì 23 Settembre 2021 di Enrico DEL COLLE

Forse ci sbagliamo, anzi speriamo fortemente di essere in errore, ma per quanto proviamo a rimuoverla, affiora la netta sensazione che ancora una volta le famiglie del Sud stiano per pagare un costo intollerabile a causa dell’aumento (indiscriminato?) dei prezzi al consumo e del suo propagarsi tra beni e servizi destinati ai cittadini. 

Vediamo perché iniziando dalla lettura di alcuni dati di portata generale: diciamo subito che in Italia il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto nel 2020 del 2,8% rispetto all’anno precedente (circa 32 miliardi, fonte Istat) – nonostante le misure di sostegno introdotte per contrastare la pandemia - e il relativo potere d’acquisto si è contratto del 2,6%. Inoltre, nel secondo trimestre di quest’anno, la spesa per consumi delle famiglie residenti (pari a circa 245 miliardi, fonte Istat) è risultata in crescita del 14% rispetto allo stesso periodo del 2020 (del 5% rispetto al primo trimestre 2021), mentre l’aumento tendenziale dei prezzi è oggi del 2,0%; la composizione della spesa ha registrato un incremento della quota destinata ai beni alimentari (dal 16% al 20%) a discapito delle altre (in particolare per la ristorazione, abbigliamento e trasporti), denunciando così, in qualche misura, un “impoverimento” delle famiglie, maggiore dove è più alto l’aumento dei prezzi.

Risorse inadeguate

Va da sé che le dinamiche di queste grandezze concorrono non poco a proiettare nel tempo le condizioni socioeconomiche nelle quali verseranno le famiglie italiane, ma le rappresentano in maniera sintetica, opacizzando situazioni molto differenziate. Infatti, se ci caliamo nelle diverse realtà territoriali del Paese, la questione presenta differenti linee interpretative: innanzitutto osserviamo che nel Sud 4 famiglie su 10 ritengono inadeguate le proprie risorse economiche (3 nel Nord, fonte Istat) ed inoltre Bankitalia ci informa che il 50% delle famiglie meridionali dichiara che nei prossimi mesi spenderà necessariamente tutto il proprio reddito disponibile, mentre un’analoga percentuale, ma residente al Nord, dichiara che nello stesso periodo riuscirà a spenderne un po’ meno e, quindi, a risparmiare (anche perché i redditi delle famiglie del Nord sono in media superiori del 30% circa di quelli del Sud). 
A tutto ciò fa eco il fatto che ciascuna regione del Sud mostra una crescita tendenziale dei prezzi superiore alla media nazionale, con la conseguenza di vedere sempre più contratta la possibilità di spesa (a parità di reddito).

I divari territoriali

Dunque, in questo decisivo momento di avvio, seppur difficoltoso, del Pnrr, il Sud rischia di dover pagare un prezzo oltremodo pesante in termini di ripresa economica, aggravato dal processo inflazionistico in atto: ad esempio, c’è una comprensibile volontà di non rallentare la corsa verso la transizione energetica, ma bisogna evitare di renderla socialmente insopportabile, con particolare attenzione al Meridione dove, è bene ricordarlo, vivono in aree definite rurali - cioè insediamenti umani (e di attività) localizzati in campagna e lontani dai centri urbani - più di 8 milioni di persone in età lavorativa (15-64 anni), il 50% circa dell’intero Paese, verosimilmente indietro in termini di progresso tecnologico-produttivo, di possibilità formative e di occupabilità e un aumento dei prezzi non temporaneo creerebbe condizioni economiche e sociali molto difficili, trovando un tessuto culturale e produttivo particolarmente fragile. 

Quindi, il profilo “redditi più bassi, minore capacità di crescita e prezzi più elevati” pone il Sud in una posizione di ulteriore debolezza rispetto al Nord, visto che quest’ultimo potrà avvantaggiarsi anche della vicinanza ai più importanti corridoi economici dell’Europa che conta. Appare doveroso, quindi, che il Governo nel momento di intervenire tenga conto di queste differenti realtà – possibilmente già in fase di riduzione degli aumenti di luce e gas, agendo per quest’ultimo, ad esempio, sulle addizionali regionali – altrimenti continueremo a parlare di divari territoriali e di buone intenzioni per cercare di ridurli, ma niente di più. Insomma, basta con l’elenco delle cose da fare per il Sud – riferimento centrale per la ricostruzione del Paese - cerchiamo invece di trasformarlo in provvedimenti concreti e selettivi (da valutare sui risultati raggiunti). Sarebbe un grosso passo avanti.
 

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