Il caso Soumahoro e i "professionisti" che oscurano la solidarietà senza clamori

Il caso Soumahoro e i "professionisti" che oscurano la solidarietà senza clamori
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Martedì 29 Novembre 2022, 10:40 - Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre, 19:22

Ci siamo di nuovo cascati. Un altro simbolo di legalità caduto nella sua stessa rete. Questa volta un paladino delle lotte anticaporalato: Aboubakar Soumahoro, l'italo-ivoriano eletto in Parlamento dove ha fatto il primo ingresso con gli stivali infangati tipici dei lavoratori migranti. La moglie protagonista per i selfie con borse e abiti griffati, la suocera a capo di una rete di cooperative nel mirino dei magistrati per buste paga mai elargite, truffa e false fatturazioni. Il fustigatore di soprusi che, per contiguità familiare, rischia di diventarne complice. L'accusatore che diventa accusato.

La magistratura farà il suo corso, ovviamente, ma il caso giudiziario è solo uno spicchio della vicenda. Come pure il caso politico che fisiologicamente si è subito scatenato: la sinistra - nello specifico l'Alleanza Verdi-Sinistra Italiana - finita sotto attacco per essersi fidata di Soumahoro sottovalutando (per incapacità, superficialità o per tornaconto elettorale) voci e sospetti che si erano levati da sindacati e volontariato.

Le cicatrici dello scontro politico non scompariranno rapidamente. Ma è un'altra la ferita riaperta e riguarda da vicino le modalità in cui le lotte alle illegalità s'incarnano e vivono negli uomini nell'era della mediaticità estrema. Ritornano in mente le parole di Leonardo Sciascia nell'articolo I professionisti dell'antimafia pubblicato nel 1987 sul Corriere della Sera e destinato, tra violente polemiche, a segnare uno spartiacque: lo scrittore e intellettuale siciliano lanciava l'allarme sul rischio che la guerra a Cosa Nostra potesse diventare la via maestra per far carriera facendo passare in secondo piano i veri obiettivi da raggiungere. Uno strumento per il proprio tornaconto. La guerra alla mafia che, se ostentata e costantemente esibita, rischiava di trasformarsi in mestiere. I professionisti dell'antimafia, appunto.

Con Paolo Borsellino, involontario bersaglio di Sciascia di una parte dell'articolo, il chiarimento arrivò qualche mese dopo. Il punto era un altro: mettere a nudo il palcoscenico di un'antimafia di facciata che spesso srotola uno stuolo di professionisti travestiti da politici, magistrati duri e puri, imprenditori, preti e, ovviamente, anche giornalisti. Una lettura profetica a scorrere le cronache degli ultimi anni: un magistrato indagato per una vicenda di beni confiscati, un direttore di televisione accusato di estorsione, un presidente di Confindustria ancora sotto inchiesta per corruzione.

Quell'allarme lanciato come un sasso nello stagno sembra sia servito a poco. Anzi. Il professionismo contro qualcosa o qualcuno si è esteso ad altri settori della vita pubblica e i paladini si sono moltiplicati prendendosi spesso la scena a fronte di una maggioranza che continua a lavorare lontano dai riflettori. L'elenco è facile senza fare i nomi: gli eroi di Tangentopoli, gli eroi dell'antiracket, gli eroi dell'accoglienza, gli eroi dell'ambiente e si potrebbe continuare ancora. Cause giuste, giustissime, ma spesso consegnate a figure debordanti con il risultato di farle coincidere più con il personaggio che con l'essenza stessa della battaglia. Figure idealizzate oltre la loro stessa volontà nel cortocircuito della comunicazione mordi e fuggi. Talvolta leadership sostitutive di una classe dirigente (politica, ma anche sindacale e culturale) non più in grado di garantire fiducia.

Trentacinque anni dopo Sciascia ci ritroviamo al punto di partenza. Sacrosanta la guerra al caporalato vessatorio, pericolosa la scelta di affidarla a personaggi-totem sganciati da organizzazioni di comprovato radicamento e, invece, legati a forme di associazionismo che sfuggono a controlli di governance e trasparenza. Un caso di scuola quello di Soumahoro: uomo-copertina da contrapporre giornalisticamente all'avversario politico di turno (Matteo Salvini nell'ormai celebre titolo Uomini e no) e icona televisiva strappa-applausi in prima serata (neanche fosse Martin Luter King, scrivevano gli scettici) più che testimone di storie altrui di disperazione e di riscatto. Dietro l'angolo lo stesso principio: la partecipazione a conferenze, premi, convegni e cortei a certificare la bontà delle battaglie contro le ingiustizie a prescindere dai risultati ottenuti. Come se bastasse farsi vedere, alzare uno striscione e lanciare un proclama.

Duplice il rischio, oggi come ieri. Il primo è che la sostanza delle battaglie passi in secondo piano rispetto ai personaggi che ne sono portatori: il racconto delle paghe da fame e dello sfruttamento da sfruttati fagocitati dall'impatto mediatico di chi si prende la scena perché tira il volto-icona svelato nel talk di turno. Della rabbia dei disperati ci si dimentica presto, delle suggestioni personali evocate dai testimonial si ricorda quasi tutto.
Il secondo rischio, ancora più grave, è il danno che si arreca alla rete più ampia di forze impegnate silenziosamente e lontano dai clamori. È il colpo più duro del caso Soumahoro: al di là degli esiti giudiziari e politici, la guerra al caporalato (campo agricolo o fabbrica che sia) perde legittimazione offrendo il destro a chi volutamente la considera secondaria rispetto ad altre priorità. Se il simbolo della battaglia è attaccabile per mancata trasparenza, diventa più difficile per gli operatori in trincea farsi largo tra distratti e scettici.

Certo, l'osservazione da avvocato del diavolo viene naturale: impossibile, nella civiltà dell'immagine, fare a meno dei testimonial se l'apparire diventa funzionale a rafforzare una causa giusta. Negarlo sarebbe un inutile esercizio nostalgico, come contraddire lo spirito del tempo. Oggi, come ieri, c'è ancora bisogno di Libero Grassi, di Gino Strada, di don Luigi Ciotti. Ma, diciamola tutta, c'è modo e modo. E che non suoni blasfemo il paragone: il giudice Giovanni Falcone non avrebbe mai indossato una maglietta sporca di sangue per entrare in tribunale e non si sarebbe mai vestito da Babbo Natale per una foto con le vittime di mafia. Non ne aveva bisogno. E non ne avrebbe avuto bisogno neanche oggi. Neanche al tempo dei social.

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