Fecondazione in vitro: nuovi test molecolari su embrione e utero e tecniche innovative

Il prof. Ermanno Greco, Direttore Responsabile del Centro di Medicina e Biologia Della Riproduzione della Casa di Cura Villa Mafalda a Roma, illustra vantaggi e benefici delle tecniche più innovative in ambito medico

Contenuto a cura di Piemme Brand Lab in collaborazione con PROF. ERMANNO GRECO
Mercoledì 25 Maggio 2022, 17:03 - Ultimo agg. : 30 Maggio, 09:09 | 5 Minuti di Lettura

Quando una coppia decide di intraprendere il percorso di fecondazione assistita, la fase più delicata è quella dell’impianto dell’embrione. Infatti non sempre il processo avviene con successo ed il fallimento viene spesso vissuto dalla coppia come un’esperienza molto forte dal punto di vista psicologico, che può causare anche stati di depressione e frustrazione.

E’ oggi scientificamente accertato che il successo della fecondazione in vitro è determinato dall’impianto di una blastocisti (embrione al 5°/6° giorno di sviluppo) sana  geneticamente su un endometrio sincrono e recettivo e che purtroppo non esiste nessuna correlazione tra aspetto morfologico dell’embrione e la sua salute genetica: per semplificare, vorrebbe dire che è possibile trasferire all’interno della cavità uterina embrioni “bellissimi” ma allo stesso tempo non sani geneticamente e quindi, per il famoso processo di selezione naturale, non si impiantano.

Fisiologicamente tutte le donne, a qualsiasi età, presentano una quota parte dei propri ovociti non sana geneticamente. Questo è anche il motivo per cui la specie umana presenta un basso tasso di fertilità naturale: circa il 20-25 % per ciclo se la donna ha un età inferiore ai 30 anni. L’aumentare dell’età, fondamentale dopo i 35 anni, determina due cose molto importanti: la riduzione della riserva ovarica (numero di ovociti) e l’aumento delle anomalie cromosomiche degli ovociti.

Da cosa dipende il successo del processo di fecondazione in vitro

Sicuramente le diverse tecniche di fecondazione assistita disponibili (FIVET, ICSI, IMSI) sono un rimedio importante per superare l’infertilità di coppia. E' quindi molto importante che i centri di fecondazione artificiale utilizzino oggi le tecniche in grado di ottenere elevate percentuali di successo fin dal primo tentativo, senza incorrere nel rischio di una gravidanza multipla: un grande rischio sia per la madre che per il nascituro.

Questo oggi è possibile se, con le tecniche di fecondazione in vitro, gli embrioni da trasferire all'interno dell'utero non vengono più scelti sulla base della loro apparente qualità morfologica (embrioni di tipo A, B, C), ma sulla base della loro salute genetica, ossia del loro normale assetto cromosomico: ciò può essere constatato grazie alla diagnosi genetica preimpianto. La capacità degli embrioni di impiantarsi nell'utero dipende per il 70% dalla loro normalità genetica e per il 30% dalla capacità del tessuto all’interno dell’utero, detto endometrio, di essere sincrono ed in grado di produrre alcune molecole essenziali per l’impianto della blastocisti.

Grazie a numerose ricerche internazionali è emerso che anche nelle pazienti più giovani (età<35 anni), il 40-50% degli embrioni prodotti in un trattamento di fecondazione in vitro non è sano geneticamente, cioè presenta un alterato numero di cromosomi (aneuploidie), quindi non è in grado di impiantarsi. Se si vuole pertanto dare ad una coppia le massime possibilità di successo con la fecondazione in vitro, senza doversi sottoporre a molteplici tentativi, occorre agire su entrambe le componenti suddette.

Le conseguenze cliniche del trasferimento in utero di un embrione geneticamente malato sono:

a) ripetuti fallimenti della fecondazione in vitro

b) aborto spontaneo

c) aborto terapeutico per patologie cromosomiche fetali accertate mediante diagnosi genetica prenatale (villocentesi, amniocentesi).

L’articolo 14, comma 5, legge 40/2004, consente a tutte le coppie che si sottopongono alla procreazione medicalmente assistita il diritto di conoscere lo stato di salute dei propri embrioni prima che questi vengano trasferiti all’interno dell’utero materno.
 

La diagnosi genetica preimpianto

La recente tecnica di analisi cromosomica preimpianto mediante NGS (next generation sequencing) consente di valutare, a differenza delle precedenti (PCR, aCGH), non solo tutti i cromosomi dell’embrione ma anche il DNA mitocondriale, la centrale energetica che ha un ruolo fondamentale nello sviluppo embrionario e poi fetale. La diagnosi preimpianto viene effettuata a livello di blastocisti (embrioni in V giornata di sviluppo) prelevando 5/10 cellule dal trofoectoderma, ossia da quel tessuto che darà origine alla placenta che sono geneticamente identiche a quelle embrionarie. Questo tipo di biopsia non essendo fatta direttamente sull’embrione come si faceva una volta non ha nessuno impatto negativo sull’impianto dello stesso. Molti studi scientifici internazionali evidenziano che a prescindere dall’età della donna il trasferimento di un’unica blastocisti sana consente di ottenere circa il 60 % di successo con una percentuale di aborto del solo 10% e con il rischio di gemellarità non superiore al 4%. Le percentuali di errore della tecnica è inferiore all’1%. Tutti gli studi scientifici internazionali hanno evidenziato un maggior tasso di successo in termini di bimbi nati per singolo trasferimento embrionario della tecnica di fecondazione assistita con diagnosi genetica preimpianto rispetto alla tecnica tradizionale.

Questa tecnica è consigliata a tutte le coppie che hanno un rischio aumentato di produrre embrioni con patologie cromosomiche, cioè:

- donne con età materna avanzata (>35 anni compiuti)

- pazienti con abortività ripetuta (almeno due/tre aborti)

- pazienti con ripetuti insuccessi nelle tecniche di PMA (almeno tre tentativi o più di dieci embrioni trasferiti) sia omologhi che eterologhi.

Possono usufruire di questa tecnica anche i pazienti portatori di malattie genetiche.

Riepilogando, i vantaggi possono essere di tipo preventivo (riduzione del rischio riproduttivo di fallimento), terapeutico (riduzione del rischio di abortività spontanea o terapeutico) e migliorativo (aumento delle percentuali di successo per trasferimento delle tecniche di PMA indipendentemente dalle indicazione).

L’innovazione al servizio della medicina della riproduzione

Un’altra tecnica all’avanguardia, particolarmente valida per tutte quelle donne che presentano una elevata capacità di produrre ovociti con la stimolazione ormonale, è il protocollo DUOSTIM che consiste nell’esecuzione, nello stesso mese, di due stimolazioni consecutive al fine di prelevare più ovociti e quindi formare più embrioni.

Una volta ottenuti embrioni sani occorre essere sicuri della qualità dell’ambiente in cui si andrà ad impiantarli: l’endometrio, accennato in precedenza, è il tessuto che riveste l’utero. Diversi studi scientifici hanno evidenziato che circa il 25 % circa dei pazienti con fallimenti di impianto presenta un endometrio non recettivo, quello che in termine tecnico si chiama dislocamento della finestra di impianto, generalmente un endometrio prerecettivo. Se si effettua un particolare test (test di recettività endometriale) oggi siamo in grado di identificare esattamente la finestra di impianto e quindi di effettuare un transfer personalizzato con una riduzione del fallimento di impianto e dell’abortività.

Nuovi test genetici permettono un più completo matching genetico tra donatrice e ricevente e ridurre il rischio delle malattie genetiche rare.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre il social freezing per tutte quelle donne che non hanno ancora una progettualità riproduttiva ma intendono conservare intatte le loro future possibilità riproduttive grazie al congelamento ovocitario. Questa ultima tecnica risulta fondamentale anche per tutte le pazienti oncologiche che dopo aver sconfitto malattie gravissime vogliono mantenere intatta la loro qualità di vita, in particolare quella riproduttiva (oncofertilità).
 

Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito www.ermannogreco.it

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