Recovery fund, ultimo treno: la scommessa si vince solo partendo dal Sud

Mercoledì 16 Settembre 2020 di Andrea Bassi
Recovery fund, ultimo treno: la scommessa si vince solo partendo dal Sud

Sul «treno che non si può assolutamente perdere», il copyright è di Luigi Di Maio, il governo per adesso stenta a salire. Sul piano di ripresa e resilienza europeo, quello che assegna fino a 209 miliardi di fondi all’Italia, parte come prestito e parte come aiuti da non restituire, il governo ha provato in tutti i modi ad anticipare i tempi lavorando, come ha più volte sottolineato lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «giorno e notte ad agosto». La verità è che tanta fretta era giustificata da un’aspettativa, che poi si è rivelata vana. Palazzo Chigi e Tesoro erano convinti che se avessero presentato alla Commissione europea il progetto italiano entro il 15 ottobre, insieme alla legge di bilancio, avrebbero potuto accedere all’anticipo del 10%, 20 miliardi di euro, sui fondi europei. Un segno, in realtà, più di debolezza che di forza. Indice del fatto che, dopo tre manovre in deficit per 100 miliardi servite soprattutto per concedere bonus e sussidi a pioggia, il governo ha serie difficoltà ad impostare una politica di sviluppo senza i fondi europei. Le casse, insomma, sono drammaticamente vuote.

Ultimo treno

Gli aiuti europei sono dunque, davvero, l’ultimo treno con il quale il governo vuole agganciare la ripresa europea portando la crescita media dallo 0,8% all’1,6%. Non si è però tenuto conto che per rendere operativo il Recovery fund mancano ancora diversi passaggi. Non tutti tra l’altro semplici. Gli accordi, siccome prevedono un aumento del contributo dei bilanci nazionali a quello europeo, devono passare al vaglio dei parlamenti nazionali di tutti gli Stati. E poi mancano i regolamenti attuativi che la Commissione non ha ancora rilasciato. Insomma, se va tutto bene l’Italia potrà presentare il suo piano all’Europa non prima di fine anno e ottenere l’anticipo dei 20 miliardi a primavera del prossimo anno. Tanta fretta per nulla? In realtà l’accelerazione impressa da Conte ha avuto un effetto: quello di svelare il funzionamento a comparti stagni dei ministeri e la mancanza, per ora, di un disegno complessivo armonico. Sul tavolo del Ciae, il Comitato per gli affari europei, incaricato di fare da “cabina di regia”, sono piovuti oltre 600 progetti con richieste di finanziamento per centinaia di miliardi. Il solo ministero dello Sviluppo economico ha chiesto 153 miliardi dei 209 disponibili. Quello delle infrastrutture ha alzato l’asticella dei suoi finanziamenti di ben 70 miliardi. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, probabilmente anche per provare a pressare la maggioranza sull’attivazione dei 36 miliardi dei fondi del Mes, considerati una iattura dal Movimento Cinque Stelle, ha presentato un piano di finanziamento straordinario della Sanità da 68 miliardi. Senza contare le promesse e le richieste di finanziamento per il taglio delle tasse attraverso l’uso del Recovery, cosa tuttavia resa impossibile dalle regole europee. È stato un po’ come se, dopo tanti anni passati solo a tagliare le spese e a stringere la cinghia, ci fosse stato nei ministeri una sorta di euforia, un “liberi tutti” dopo anni di austerity e risanamento dei conti pubblici. In realtà lo scopo del Recovery è un altro: dare sostenibilità al debito pubblico italiano attraverso misure che spingano la crescita dell’economia e che dunque siano rivolte al futuro. Non a caso l’Europa lo ha ribattezzato «Next generation», la prossima generazione. Così Palazzo Chigi, il Tesoro e il ministro delle Politiche europee, Vincenzo Amendola, sono dovuti correre in qualche modo ai ripari dettando delle «linee guida» nelle quali imbrigliare i tentativi di fuga in avanti dei ministri ed evitare l’avvilente e noto assalto alla diligenza. Il documento con gli indirizzi generali del Piano articola i programmi italiani in missioni per gli investimenti e ambiti di riforma per provare a superare i nodi strutturali che paralizzano il Paese. Gli interventi previsti nelle linee guida riguardano la digitalizzazione e l’innovazione, la rivoluzione verde e la transizione ecologica, la competitività del sistema produttivo, le infrastrutture per la mobilità, l’istruzione, la formazione e la ricerca, l’equità sociale e territoriale e la salute. Resta il fatto che si tratta di confini ancora larghi nei quali muoversi. Così, a caratterizzare davvero il documento sono i paletti messi ai progetti “ammissibili”. Non potranno, per esempio, entrare nel Recovery i progetti di infrastrutture che non hanno un livello di progettazione sufficiente considerando i tempi medi necessari alla realizzazione. Questo perché le regole dei fondi prevedono che le opere siano realizzate in sei anni. Ci saranno anche controlli intermedi della Commissione e gli altri Paesi europei possono chiedere uno stop ai finanziamenti in caso di ritardi. Non potranno entrare nel Recovery nemmeno i progetti che non saranno accompagnati da stime attendibili del loro impatto sul Pil. E nemmeno quelli sprovvisti di sistemi di monitoraggio in corso d’opera. Così come non potranno essere finanziati nemmeno i progetti «storici» che hanno noti problemi di attuazione. Un inciso che, solo per fare un esempio, potrebbe rendere difficoltoso l’inserimento del Ponte sullo Stretto di Messina tra i progetti finanziabili.

Divari Nord e Sud

E qui si apre un altro tema, decisamente delicato: i divari tra Nord e Sud. Colmare le differenze è una delle linee direttrici del Recovery. Ma ridurre le distanze passa attraverso la dotazione di infrastrutture al Sud. Al Mezzogiorno, come ha ricordato il Capo del servizio struttura economica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, fa capo solo il 30% dei lavori pubblici, ma il 70% delle opere bloccate. E si capisce perché: si preferisce non disturbare il sonno di un passero fratino o di una ghirlandaia marina, così inducendo il ministero dell’Ambiente a congelare la costruzione dell’alta velocità tra il Molise e la Puglia. Molto, insomma, del successo o del fallimento del Recovery italiano passerà dalla capacità del governo di riuscire davvero a colmare le distanze nei servizi e nelle infrastrutture di un’Italia fino ad oggi sempre più spaccata in due. La vecchia logica di «prima il Nord», perché se la locomotiva del Paese marcia trascina tutti gli altri, è fallita. Lo dimostra lo stesso arretramento del reddito medio pro-capite delle regioni settentrionali rispetto al resto d’Europa. In pochi anni sono stati persi 30 punti. Colpa di una strategia, ha ricordato il presidente della Svimez, Adriano Giannola, che ha prosciugato il mercato interno sottraendo al Sud fino a 60 miliardi l’anno. Da qui, insomma, bisognerà ripartire. Ma i segnali non sono rassicuranti. il ministro del Sud, Giuseppe Provenzano, sta coraggiosamente provando a portare avanti un’operazione di ricucitura che parte dalla decontribuzione del 30% sul lavoro nelle imprese meridionali. Per ora vale pochi mesi, ma l’intenzione è di renderla strutturale proprio grazie al Recovery, e sempre in attesa che finalmente arrivino quelle strade e quelle ferrovie finora negate al Mezzogiorno. Ma questa misura ha fatto alzare il sopracciglio al sistema produttivo settentrionale, che ora la rivendica anche per se. La locomotiva pretende solo vagoni, non tollera possa nascere una nuova forza motrice. 

Ultimo aggiornamento: 30 Settembre, 17:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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