Caivano. Fortuna uccisa perché si ribellò all'ennesima violenza: indagine a ostacoli, microspie disattivate dagli spacciatori

Sabato 30 Aprile 2016 di Daniela De Crescenzo

Cancelli ad ogni piano, mura ingrigite dal tempo e scritte che ricordano amori persi negli anni, cenci abbandonati davanti alla porta del quinto piano e rifiuti ammucchiati in tutti gli angoli, battenti serrati e la voce delle Tv che da dietro agli usci rimandano sempre lo stesso racconto: quello di una bambina violentata e ammazzata. Proprio qui, nel palazzo degli orchi. Ma la storia sembra arrivare da molto lontano. Non ci sono vicini nella casa del settimo piano, dove si è consumata la vita breve di Fortuna Loffredo, cresciuta e morta nel silenzio. Solo Bruno Mazza, ex capo piazza diventato operatore sociale, viene a salutare i fratellini di Fortuna e poi torna a lavorare al centro sociale che gli è stato affidato dal Comune nella speranza di insegnare un mestiere ai ragazzi del quartiere: quelli che un tempo avrebbe cresciuto come pusher adesso li vuole pizzaioli o panettieri. Ma Bruno, da queste parti, è un'eccezione: lui, giorno dopo giorno, continua ad urlare, a chiedere aiuto per i «suoi» ragazzi. La sua diventa una voce assordante nel silenzio del parco Verde dove per quasi due anni, per ventidue lunghissimi mesi, nessuno si è fatto avanti per aprire uno spiraglio agli inquirenti. Sono state disattivate sessanta microspie. Lo racconta l'avvocato Angelo Pisani che rappresenta i nonni della piccola uccisa.

Sessanta microspie: gli inquirenti le avevamo messe per trovare l'assassino della bambina. Ma non solo. Prima di Fortuna in quel maledetto palazzo era morto un altro bambino, Antonio, il figlio di Marianna F, la convivente di Raimondo Caputo, da ieri ufficialmente accusato di aver ucciso Fortuna, ma da sei mesi già in galera perché secondo gli inquirenti avrebbe violentato la figlia della sua convivente. Una bimba di tre anni. E lo scorso anno sono finiti in carcere anche l'uomo che per primo soccorse Fortuna e sua moglie: anche loro accusati di violenza sessuale nei confronti della figlia di dodici anni. Abitavano tutti al civico 3. Gli arresti per spaccio, in quel palazzo, sono, invece, una cosa all'ordine del giorno. Quindi nessuna meraviglia se le microspie vengono fatte fuori una dopo l'altra. Il silenzio al parco Verde, serve per sopravvivere. Silenzio nel palazzo degli Orchi, silenzio per le strade dove incontri solo motorini che sfrecciano. Gli abitanti del Rione anche quando escono per fare la spesa, per ritirare i bambini dalla scuola, sembrano sempre di passaggio, come se quelle maledette case dove vivono provvisoriamente da trenta anni dovessero essere abbandonate da un momento all'altro. 
 

Come se il futuro fosse ancora e sempre altrove.Come se la Giustizia fosse un lusso per gli altri, per quelli che vivono in quartieri veri, con le luci, le vetrine, i cinema, e magari perfino i teatri. Giustizia, al parco Verde, sembra una parola da ridere. E anche quando finalmente arriva, quella benedetta Giustizia, a qualcuno sembra che non basti, che sia monca, incompleta, insufficiente. E così anche ieri mattina qualcuno ha pensato di aggiungerci del suo e intorno a mezzogiorno ha lanciato una molotov contro la casa della donna dell'Orco, quella che, secondo i magistrati che le hanno tolto le figlie e l'hanno destinata agli arresti domiciliari, avrebbe assistito alla violenza nei confronti delle sue stesse creature. In silenzio.Perché alla latitudine del parco Verde le divise sono nemiche e se qualcuno si azzarda a parlarci, gli altri, i cattivi, lo sanno ancora prima che abbia detto l'ultima parola. Un fenomeno inspiegabile, una magia dell'omertà.

Eppure quando si è diffusa la notizia dell'arresto, molti si sono sentiti sollevati, si sono tolti un peso dal cuore. «I nostri figli stanno al sicuro, finalmente», hanno pensato. A tutti loro dà voce il parroco del rione, don Maurizio Patricielo che spiega: «Se quella che gli inquirenti hanno trovato è davvero la verità, li ringraziamo. La nostra comunità ha vissuto due anni di sofferenza inimmaginabile, dopo la morte di Fortuna. E se le responsabilità vengono accertate, il colpevole dovrà pagare. Quello che ha commesso è il peccato più orribile che si possa immaginare».E poi: «Ho ripetuto mille volte, dall'altare e in privato: chi sa, parli». Ma l'appello non è stato raccolto. E il sacerdote non se ne è meravigliato: «La gente del parco Verde non ha niente, non ha mai avuto niente e quindi non si fida di nessuno. So di dire una cosa dura, che può essere male interpetrata, ma invito tutti a riflettere: che quartiere è, che posto è quello dove quel poco che la gente ha gli arriva dalla camorra?». Un inferno.

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